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LA FORTEZZA (OLTRE LA CRISI)
Se c’è una virtù particolarmente preziosa nei tempi delle crisi, questa è la fortezza. È la capacità di continuare a vivere e resistere nelle lunghe e dure avversità. Una forza spirituale e morale alla quale le generazioni passate attribuivano un’enorme importanza, al punto di chiamarla virtù cardinale. La fortezza consente di non lasciarsi andare quando ci sarebbero tutte le condizioni per farlo. È la fortezza che ci fa resistere nella ricerca della giustizia in contesti corrotti; che ci fa continuare a pagare le tasse quando troppi non lo fanno; a rispettare gli altri quando non si è rispettati; a essere non violenti in ambienti violenti. Che ci mantiene temperanti anche quando siamo immersi nell’intemperanza, che ci fa resistere per anni in un posto di lavoro sbagliato, che ci fa restare in famiglie e comunità anche quando tutti e tutto, tranne la nostra anima, ci dicono di andarcene.
Essa è una virtù accanto alle altre, ma, come e più delle altre virtù cardinali, è anche una dimensione o precondizione per poter vivere tutte le altre virtù quando si agisce in contesti difficili, e quando le condizioni difficili durano per molto tempo. É una virtù ancella di tutte le virtù, perché ci fa andare avanti in assenza di reciprocità. Per questo una bella parola che oggi racchiude molti dei significati della fortezza è resilienza, che dice anche la capacità che ha la persona di non mollare, di restare aggrappato alla parete, di non scivolare giù nei vari pendii di cui è fatta la vita personale e civile. Per questa ragione la fortezza è stata – ed è – la salvezza soprattutto dei poveri, che grazie a questa virtù riescono tante volte a compensare l’ingiusta mancanza di risorse, di diritti, di libertà, di rispetto, e a non morire. Li fa resistere durante le lunghe carestie, nelle interminabili assenze di mariti e figli emigrati o dispersi nelle tante guerre (esiste un rapporto speciale tra la fortezza e le donne [...]. Ci sono, infatti, dei momenti decisivi della vita quando la fortezza deve sapersi tramutare in debolezza per essere veramente virtuosa. L’accettazione docile di una sventura, di una malattia grave, di un fallimento, di una vedovanza, o la riconciliazione con quell’ultima tappa della vita quando qualcuno (o una voce dentro) ci dice che è giunta la nostra ora. La dignità e la forza morale in questi momenti di debolezza-virtuosa dipendono decisamente da quanta fortezza abbiamo saputo accumulare durante l'intera esistenza. La fortezza è poi essenziale per resistere e vincere le tentazioni, una parola questa che è uscita dall’orizzonte delle nostre città perché troppo vera per essere capita dalla nostra inciviltà dei consumi e delle scommesse (in finanza e nei giochi d’azzardo). E invece le tentazioni ci sono, e saperle riconoscere e superare significa non perdersi nella vita. […]
Infine, la fortezza è indispensabile per conservare la gioia, la letizia e l’allegrezza del vivere in condizione di perduranti difficoltà, malattie, tradimenti. Una delle cose più sublimi al mondo è l’esistenza di persone capaci di gioia vera in condizioni oggettive di grande avversità. Questo tipo di gioia-virtuosa è un inno alla vita, un bene comune che arricchisce tutti coloro che ne sono contagiati. Le qualità della fortezza necessarie per conservare la gioia non sono meno preziose e potenti di quelle che fanno sopportare le difficoltà e il dolore.
È questa gioia il sacramento dell’autenticità di ogni virtù, una gioia fragile e forte, che rende ii giogo delle lunghe avversità più leggero, persino soave.
LUIGINO BRUNI
Avvenire  2 settembre 2013)
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