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FAMIGLIA, FIGLI, DOVERI (E PRETESE) DELLO STATO
«Se cresce la famiglia, cresce l’Italia». È uno slogan, quello che è emerso dalla 47° Settimana sociale dei cattolici italiani, appena conclusasi a Torino e al quale "Avvenire" ha dato forma di titolo e dunque tanto giusto rilievo? È uno slogan, certamente. Ma anche molto di più: è una verità. È a tal punto una verità, che potremmo dilatarlo e affermare: se cresce la famiglia, cresce il mondo intero. Perché, come già aveva capito benissimo Aristotele, la società è fatta di famiglie e ogni volta che si crea una famiglia si rafforza la società e ogni volta che si spegne una famiglia la società perde una parte di sé.
Come ci dobbiamo spiegare, allora, l’indifferenza, tipica dei nostri anni, che la società manifesta nei confronti delle famiglie? Diciamo indifferenza, ma potremmo dire molto di più. Francesco Belletti, presidente del Forum delle Associazioni familiari, riassumendo il sentire più diffuso nel mondo contemporaneo a proposito della famiglia, ha usato a Torino un’espressione più cruda, che pur tuttavia appare anche essa eufemistica: quella della famiglia come «il ventre molle della società».
Le ragioni del fenomeno sono oggetto, e già da molto tempo, di indagini sociologiche molto accurate; le prospettive di azione, per invertire le dinamiche che emarginano la famiglia o addirittura ne contrastano la formazione, sono anch’esse sufficientemente conosciute. Resta però come dato di fatto inoppugnabile che la crisi della famiglia non è primariamente né sociologica né politica, ma antropologica o, se ci si vuole esprimere con maggiore correttezza, spirituale.
A molti questa accentuazione della dimensione spirituale della crisi familiare potrebbe apparire sforzata, marginale o, peggio ancora, "confessionale". Non è così. Parlando di crisi spirituale della famiglia, non mi sto riferendo alla spiritualità cristiana (che peraltro, innalzando il matrimonio alla dignità di sacramento, gli ha donato una valenza sconosciuta alle altre esperienze religiose); mi sto riferendo a quella dimensione propria della famiglia, come luogo di «comunicazione totale» di cui ha lucidamente parlato Niklas Luhmann (il famoso sociologo tedesco che è stato sotto altri profili oggetto – non a torto – di dure critiche a Torino). La famiglia è l’unico luogo nel quale ciascuno di noi offre agli altri (ai propri familiari) se stesso e semplicemente se stesso senza alcuna mediazione (senza cioè esibire il proprio rango, la propria professione, la propria ricchezza, il proprio stile di vita, ecc.).
Quando la famiglia si rattrappisce, perde vigore e autenticità, o peggio ancora si apre all’esperienza del male, sono i suoi stessi componenti a rattrappirsi, a perdere vigore e autenticità, ad aprirsi all’esperienza del male. Quando invece la famiglia sostiene, conforta, aiuta, orienta nella vita, ciascuno dei suoi membri (se ne renda o no conto) ne esce arricchito, consolidato nella sua identità, pronto ad assumere onestamente nel mondo del sociale il ruolo che gli compete.
Se vogliamo capire fino in fondo quanto grave sia la crisi della spiritualità della famiglia oggi, basta volgere lo sguardo alle diverse forme di manipolazione cui essa è oggi sottoposta dai sistemi politici, sociali e normativi dominanti. È inutile ricordare le tante specifiche dinamiche che umiliano le relazioni familiari (la banalizzazione del divorzio o l’apertura alle nozze gay, alle adozioni omoparentali, alle genitorialità eterologhe, ecc.).
Può essere sufficiente ricordare, come riassuntiva di una crisi spirituale davvero epocale, la pretesa esposta con incredibile e ottusa lucidità da Danton all’epoca della Rivoluzione francese e che lentamente ha trovato accoglienza nel mondo contemporaneo: «I figli appartengono alla Repubblica prima che ai loro genitori». Fino a quando non saremo in grado di rovesciare questo slogan – esso, sì, davvero uno slogan, privo di qualsiasi verità – sarà ben difficile ridare all’esperienza familiare la vita e il calore che le spettano.
FRANCESCO D’AGOSTINO
Avvenire  19 settembre 2013
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