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APPROFONDIMENTI
LA GIUSTA MISURA. FRANCESCO E IL VALORE DELLA PERSONA
«Quanto vale l’uomo e su cosa si basa questo suo valore?». Questa domanda è l’audace sfida antropologica che papa Francesco riprende dai suoi predecessori – in particolare Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – e lancia in forma nuova a quella che nell’Evangelii gaudium e in numerosi altri interventi ha chiamato la «cultura dello scarto». Dal messaggio di ieri al presidente della Pontificia Accademia per la Vita, nel ventennale dell’istituzione, traspare limpidamente la commovente passione di Jorge Mario Bergoglio per la condizione di milioni di donne e uomini nella fatica del vivere quotidiano e, al medesimo tempo, la stoffa umanissima, singolare e diretta del Pontefice. In un tempo nel quale si misura il valore economico di tutto – anche quello del patrimonio culturale di un popolo, come un recente dibattito italiano ha portato alla luce – e tutto si paragona sul prodotto interno di una nazione, con la bilancia commerciale e lo spread finanziario, si fa più pervasiva la tentazione di misurare la stessa statura antropologica dell’uomo col metro dell’età, della forza fisica e mentale, della capacità produttiva e dell’autonomia: in ultima istanza, «il dominio tirannico di una logica economica» tende progressivamente a misurare anche l’uomo con la scala della salute, dell’efficienza e dell’autosufficienza.
Se l’uomo vale tutto, e solo questo, che cosa resta di lui quando ne è privato a causa dell’età che si fa avanzata, della malattia o della disabilità? Non resta più nulla. Ancor più, diviene lui stesso un "avanzo", un "rifiuto" sociale da smaltire, da escludere dalla comunità civile. È un balzo in avanti quello che papa Francesco imprime alla dottrina sociale sullo sfruttamento e l’oppressione degli uomini. Si tratta «di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono "sfruttati" ma rifiuti, "avanzi"». Non si tratta solo di difendere i diritti degli uomini e dei popoli emarginati dal benessere o esclusi dallo sviluppo, né di ripensare la distribuzione dei beni per renderla meno iniqua – un impegno che continua a essere nella mente e nel cuore del Papa e della Chiesa – ma di strappare l’uomo fragile e indifeso, povero o ricco di beni materiali che sia, dall’«abbandono, l’esclusione, la privazione di amore». Un compito formidabile e al tempo stesso accessibile a ognuno, perché – a differenza delle grandi "rivoluzioni" sociali ed economiche che non dipendono esclusivamente dall’iniziativa del singolo o di gruppo – tocca solo a ciascuno di noi, cui la fragilità umana vive accanto, nelle nostre case e nelle nostre città. Così «il "prendersi cura" diventa un fondamento dell’esistenza umana e un atteggiamento morale da promuovere».
La risposta che papa Francesco offre alla nuova e antica questione antropologica da lui riproposta – nell’occasione, in riferimento al tema dell’anzianità e della malattia – è incisiva e decisiva: «La salute è certamente un valore importante, ma non determina il valore della persona. [...] Pertanto, la mancanza di salute e la disabilità non sono mai una buona ragione per escludere o, peggio, per eliminare una persona». Un invito «a non ripetere stupidamente gli stessi errori del passato» secolo, che ha visto lo sterminio di deboli e di disabili, e di quanti giudicati «non degni di vivere».
Le recentissime notizie dal Regno Unito di una proposta per tradurre in legge l’idea di fair innings – «equa» aspettativa di vita per i cittadini – che vedrebbe eliminato l’accesso alle cure quando questo, nel caso dell’anziano, non rappresenta più «un beneficio complessivo per la società», parlano di quanto la «cultura dello scarto» si sta facendo strada in Europa e nel mondo. L’invito alla vigilanza, all’impegno e alla testimonianza lanciato da papa Francesco merita dunque di essere accolto da credenti e non, da tutti coloro che hanno a cuore la dignità e il destino dell’uomo.
Roberto Colombo
Avvenire  21 febbraio 2014
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