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“EROI”CHE NON SANNO STARE NEL “QUI E ORA”
Un padre e marito omicida. Vale la pena di tornare, a distanza di tempo, sulla notizia di Motta Visconti che ha sconvolto tutti. L’uomo che ha commesso la strage si sentiva evidentemente ingabbiato nei suoi legami familiari. Ma quello stesso uomo pensava che ricorrere alla separazione dalla moglie per inseguire il suo nuovo sogno d’amore (tra l’altro mai corrisposto) non sarebbe stato sufficiente, perché il legame con i figli già nati lo avrebbe obbligato ad avere delle responsabilità per sempre.
Questo l’aspetto su cui dovremmo riflettere: un uomo che apparentemente dalla vita ha avuto tutto – un buon lavoro, una bella moglie, due figli stupendi – improvvisamente senta la fatica della vita solida di cui è riuscito a dotarsi. E quindi, questi aspetti, che per molti di noi sarebbero il senso e il significato da dare alla vita, per lui diventano intralci al suo desiderio di potersi lasciare andare alla pulsione di un nuovo amore incontrato sul lavoro, di una nuova leggerezza che restituisca il piacere senza regole, senza responsabilità e senza implicazioni che connota le cotte dell’adolescenza.
Perché molti adulti, oggi, non sanno stare nel “qui e ora” della propria vita? Perché troppi uomini e donne considerano, oggi, i loro legami affettivi solo come intralci e vincoli che rendono impossibile abbandonarsi all’ebbrezza pulsionale di nuove conquiste e nuove storie che fanno provare le farfalle nello stomaco? Perché? Forse perché tutto intorno a noi parla di diritti senza doveri e di ricerca di ciò che ci dà piacere. Se vuoi qualcosa te la prendi, con ogni mezzo possibile. Se non hai i soldi, ti indebiti e la ottieni subito, ora. Se una donna ti piace ci provi, e te la porti a letto. Se un uomo lo vuoi, lo seduci e lo ecciti fino a che non cade ai tuoi piedi. Tutto può essere consumato, comprato, eccitato, legittimato.
Questo è il tempo del gioco d’azzardo, che regala l’illusione di una ricchezza immediata conquistata senza fare alcuna fatica e senza alcun merito. E infatti siamo tutti più poveri, anche per colpa del gioco d’azzardo. Questo è il tempo delle relazioni fluide: si entra e si esce dalle storie d’amore come si entra e si esce da una stanza d’albergo. Finché mi fai battere il cuore sto con te, poi quando non sento più niente vuol dire che è arrivato il momento di lasciarsi. Questo è il tempo di genitori che dopo la nascita del loro primo figlio vanno in crisi perché non riescono più a fare l’happy hour con gli amici e nella nostalgia di quell’appuntamento spensierato si domandano se hanno fatto bene a scegliere di diventare genitori.
Ma questo modo di ragionare, vivere e desiderare è un terribile inganno. Perché la vera felicità non è mai immediata e non la raggiungi in un istante. La vera felicità è il risultato di un percorso dove il piacere va di pari passo con il dovere, dove il desiderio deve essere coltivato per poter essere goduto, dove la sessualità diventa (quasi sempre) magnifica solo se è associata con l’amore, dove non è la potenza a renderci uomini e donne degni di questo nome, ma la competenza.
Invece, ogni giorno siamo circondati da modelli, storie ed eroi di plastica che hanno al centro della loro vita la forma e non la sostanza, la felicità istantanea (che per essere tale spesso deve essere chimica e psicotropa), che rivendicano il diritto al piacere e a godere e dimenticano invece il dovere e la responsabilità. L’uomo di Motta Visconti ha assorbito e messo in pratica la cultura dell’onnipotenza narcisista, dove io posso tutto e l’altro non vale niente. Quel delitto è il frutto della cultura dell’irresponsabilità e dell’onnipotenza, un mix diabolico che contamina ogni giorno i nostri politici, i responsabili della finanza internazionale, i fomentatori del mercato del gioco d’azzardo e della pornografia, le multinazionali che ai nostri figli continuano a vendere tabacco e alcol sempre più precocemente e sempre più intensamente. Non si può avere tutto: o lo impariamo o tratteremo la nostra esistenza alla stregua di un videogioco dove per far punti l’unica regola che vale è la regola della “non regola”. Generando a chi ci ama, a chi ci vive accanto e anche al mondo intero un male atroce. E forse anche un male diabolico.
ALBERTO PELLAI, medico e psicoterapeuta
in Avvenire  del 27 giugno 2014
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