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CHE CI SOMIGLINO O NO, I FIGLI SONO SEMPRE “ALTRI”
Eterologa: la triste pretesa di dissimulare la differenza

Avere un figlio che assomigli, possibilmente, ai genitori “legali”: secondo le indicazioni delle Regioni i centri di fecondazione assistita che praticano l’eterologa, dovrebbero «ragionevolmente assicurare la compatibilità delle principali caratteristiche fenotipiche del donatore con quelle della coppia ricevente». La motivazione sarebbe quella di non far sentire il figlio diverso rispetto al resto della famiglia, e di facilitarne il rapporto con i genitori. Risponde Stefania Rossini su “l’Espresso” a una lettera sull’argomento: «Se una donna sente il bisogno cocente di specchiarsi negli occhi di un figlio a sé simile, toglierle d’ufficio questa identificazione potrebbe minare quella delicatissima intesa madre-bambino che è la garanzia più importante per la creatura che viene al mondo, finendo per produrre due infelici». Non voglio farne una questione legale, ma riflettere come madre di tre figli, e con un’esperienza di madre affidataria durata dieci anni (un ragazzino, ora ventenne, di pelle nera: visto che se ne parla, lo preciso). Sono convinta che la più grande esperienza di accettazione del diverso da sé che si possa fare nella vita, sia nei confronti dei propri figli. Sono i figli l’«altro da sé» per eccellenza, ed è tanto profonda la percezione della loro distanza, a volte persino della loro estraneità, proprio perché ti aspetti che così diversi non siano: li hai generati, sono cresciuti dentro la tua pancia, li hai partoriti, allattati, li hai cullati, hai insegnato loro a parlare, camminare, sono vissuti e cresciuti accanto a te. Ma anche quando ti somigliano e sembrano seguire le tue orme, in realtà sono e restano differenti, a volte in modo drammatico, e proprio in quello a cui tieni di più: nel carattere, nel modo in cui scelgono di vivere.
È bello quando, nella vita quotidiana, riconosci in loro pezzi di te e di tuo marito. Ma accanto a tratti sorprendentemente familiari spuntano gusti, pensieri e comportamenti inaspettati, nuovi, e che appartengono solo a loro, e non riesci a spiegarti da dove vengano e perché siano proprio così.
Ma veramente pensiamo che sarà il colore dei capelli a determinare il rapporto con i nostri figli? La forma degli occhi? La loro corporatura? Pensiamo veramente che con un figlio che ci somigli fisicamente la vita sia più facile, il legame con noi più solido? Che si riesca meglio a essere genitori, se la carnagione è la stessa? Ogni madre, ciascun padre pensi ai propri figli, e si chieda, onestamente, quanto sia stata determinante per la vita della sua famiglia quella cascata di ricci, cosa sarebbe cambiato se l’altezza fosse stata diversa. Siamo cattivi genitori ogni volta che cerchiamo di proiettare nei figli i nostri desideri, se coltiviamo troppe aspettative, misurando quanto ci corrisponda la loro vita, il loro modo di essere. Sappiamo bene che crescere un figlio significa aiutarlo a trovare la sua strada, sostenerlo nelle sue scelte, spingerlo a vivere in autonomia, nella certezza che noi per lui ci saremo sempre. Discretamente. Che c’entra con tutto questo la somiglianza fisica?
Questa richiesta non significherà piuttosto un’incertezza più profonda, quasi indicibile, il timore che il figlio si senta diverso perché concepito con i gameti di uno/una sconosciuto/a? Il timore di non essere accettati come genitori per la scelta che si sta facendo? Il timore che una differenza fisica ricordi sempre l’elemento veramente estraneo, quel donatore che ha consentito al desiderio di avere un figlio di diventare realtà? Se questo è il problema, allora è questo su cui discutere, liberamente e senza stereotipi o ideologie. Senza nascondersi dietro «le principali caratteristiche fenotipiche».
ASSUNTINA MORRESI
Avvenire  del 19 Settembre 2014
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