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QUEL GIORNO CI RITROVEREMO - La morte non è l’ultimo abisso
C’è stato un tempo in cui camminavamo sui sentieri di montagna e io, bambina, non riuscivo a seguire il tuo passo, già alto e forte com’eri. Ci sono stati poi anni in cui, ragazzi entrambi, salivamo alla stessa andatura. Una certa estate però tu, sui cinquanta, e gran fumatore come eri, hai cominciato a rallentare. Sul sentiero che porta al Nuvolau dal Falzarego mi voltavo e ti gridavo, irridente: «Sei sicuro che riesci ancora a starmi dietro?». Ma poi ogni volta dietro a una cresta di roccia si intravedeva il tetto del rifugio dove avremmo, stanchi, dormito; e mangiato, prima, nell’aroma di gulasch e di strudel, nella luce e nel tepore della sala, mentre fuori annottava. L’oscurità si allargava sulle cime e pareva volere ingoiare la capanna del rifugio. E a me piaceva affacciarmi alla soglia e fronteggiare quell’aria fredda, e quel buio avanzante che colmava di sé gli abissi; e poi infreddolita tornare a tavola, dove una grappa ora scaldava le risate, e infiammava i cuori. E mi pareva che la notte nera, là fuori, a noi non ci avrebbe catturato mai.
Quest’anno per la prima volta il giorno dei morti è il tuo giorno, e io ancora fatico a realizzare che sei morto davvero. È tagliente il 2 di novembre, quando il lutto è fresco, quando ancora pochi mesi fa discorrevamo tra noi di quelle cose da poco di cui si parla abitualmente fra uomini in buona salute, e forti. Ora mi sembra un assurdo: tu, così vivo, in questo silenzio, tu, dietro a questa lapide?
Ma mi rifiuto di lasciarmi convincere dalle apparenze esteriori della morte, da quella sorta di muro impenetrabile che è una tomba in un cimitero. Tu, mi scopro a dirmi con una sovrana fierezza, tu non sei lì, davvero; ma dove io non so, dove noi non sappiamo, eppure non certamente nel buio.
Ripenso a quei sentieri di montagna nell’imbrunire, e al tetto del rifugio con la bandiera italiana sventolante, che per primo segnalava il traguardo del cammino, e mi dico che forse il nostro sconosciuto 'oltre' ha la forma di una casa, come quella. Lontana, e in cima a un erto e faticoso sentiero: casa però, luminosa, e calda di voci e di affetti: così che non c’è da aver paura delle tenebre, attorno.
Quando ero bambina, nei cimiteri camminavo meravigliata e incredula che davvero quegli uomini nelle foto sulle lapidi avessero un tempo vissuto e amato, e non ci fossero più. Fermavo gli occhi su un sorriso, su uno sguardo, cercando di immaginarmi quell’uomo, com’era; ma non ci riuscivo, e con una leggerezza da farfalla andavo oltre. La morte, credevo, non mi riguardava.
Quest’anno invece, che è passata così vicina, sono un’altra, dalla bambina straniera fra le tombe. Sorella, ecco, una sorella rimasta indietro sul sentiero, perché tu col tuo passo lungo sei arrivato prima di me. Certa però, resa certa proprio dalla faccia, dagli occhi che avevi negli ultimi tuoi giorni, che non è quel che sembra, la morte. Ma invece, oltre la sua inviolabile soglia, luce e tepore, e un abbraccio, come fra i vivi noi non sappiamo darcene. La notte sugli abissi che, da ragazza, stavo a spiare dalla soglia dei rifugi, è della morte solo l’apparenza. Ma noi, ora ne sono certa, ci ritroveremo ancora, vivi. E somiglierà a quelle sere dolci e forti sulle cime delle Dolomiti – noi lieti, ridenti, abbracciati. E somiglierà a essere tornati a casa, ma a casa davvero: la nostra, e per sempre.
Marina Corradi
Avvenire  2 Novembre 2014
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