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PERCHÉ ?

C'è una breve parola che ci sale alle labbra nei momenti di forte temperatura emotiva, ma anche in quelli di calma ricerca: «Perché?».

 

Non è solo lo sgomento o l’orrore che ce la fa salire alle labbra: è anche, in altre occasioni, la meraviglia o la curiosità, e soprattutto il desiderio di vederci chiaro.

«La chiave di tutte le scienze è indiscutibilmente il punto di domanda. E la saggezza della vita consiste nel chiedersi, a qualunque proposito: Perché?». Così scriveva il romanziere ottocentesco Honoré de Balzac. Similmente attorno a questa parola piccola eppur capitale e talora tragica – Perchè? – riflette Roberta De Monticelli in una delle pagine del suo volumetto Nulla appare invano (Baldini Castoldi Dalai) che raccoglie contributi apparsi (e ora rielaborati) proprio sul nostro giornale. Conosco da anni questa filosofa e nutro grande ammirazione per quanto scrive e per come sa dirlo.
Ora, in modo semplice, ci riporta davanti a quel vocabolo che, da un lato, squarcia il cielo del giorno della prova: pensiamo a Giobbe che lancia verso l’alto il suo «Perché?», ma anche a molti anonimi sofferenti del Salterio che danno voce alla folla di coloro che hanno la vita striata dalle lacrime o sconvolta dall’orrore. Il «Perché?» è, quindi, sostanza di molte preghiere; è la variante del biblico «Fino a quando, Signore, te ne starai a guardare? Per sempre?». Ma questa parola è anche il motore della ricerca, è la radice della coscienza, è ciò che infrange il sonno della ragione, è l’ostacolo che artiglia i piedi del quieto vivere. Lo scrittore francese Camus era convinto che il mondo fosse come un enorme punto di domanda che ci costringe a levare la testa verso l’alto. Non si può rimanere sempre curvi a terra.

GIANFRANCO RAVASI
Avvenire  14 luglio 2006
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