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La suora uccisa: un assurdo per l’Islam

La drammatica uccisione di suor Leonella Sgorbati in Somalia è un gesto simbolico, purtroppo, di grande peso. Per due motivi fondamentali. Perché, di fatto, anche in assenza di precise rivendicazioni, si tratta di un ricatto. E perché è stata assassinata una donna, e una donna religiosa. Lo mostra la storia delle persecuzioni cristiane e lo racconta in pagine memorabili lo scrittore giapponese Endo, narrando la vicenda del Giappone nel Seicento: alcuni gesuiti, benché pronti a morire per testimoniare la loro fede, furono costretti all'apostasia sottoponendo alla tortura sotto i loro occhi dei contadini cristiani. Un cristiano può disporre della sua vita fino al martirio - e lo hanno dimostrato gli innumerevoli martiri cristiani del secolo appena trascorso - ma non dispone della vita degli altri: l'uccisione e la tortura di altri cristiani immobilizza chi sarebbe il vero bersaglio dell'azione aggressiva, lo imbavaglia, gli impedisce di dire e di fare quello che per lui è giusto, fino a impedirgli il martirio. Il caso giapponese è il più clamoroso, ma ce ne sono stati altri simili, se solo si leggono con attenzione le vite dei missionari nell'Ottocento e Novecento. Minacciando la vita dei cristiani che vivono in terra islamica, è come se si volesse far ritrattare al Papa parole che non ha detto e quanto non ha neppure pensato. E questo è un ricatto molto più pesante delle proteste diplomatiche, delle manifestazioni, delle minacce sui siti fondamentalisti: non è possibile chiedere a tutti i cristiani che vivono in paesi islamici di accettare il possibile martirio per permettere al Papa la libertà di pensiero e di parola, la libertà di non essere maliziosamente frainteso. È quanto di più grave finora accaduto nel confronto tra occidente e fondamentalismo islamico, con la violazione di tutti i diritti di rispetto e di reciprocità sempre invocati dalle Nazioni Unite.

Ma un altro motivo aggrava la carica simbolica di questo gesto: a essere colpita è stata una donna, una donna che non aveva nessuna delle caratteristiche di libertà sessuale vistosamente rivendicata che vengono rimproverate dall'islam più tradizionale all'occidente. È stata uccisa una donna dal capo velato, dal vestito modesto, che però il velo l'aveva scelto liberamente, e altrettanto liberamente aveva scelto di offrire la sua vita a Dio e al servizio degli altri. È questa libertà che è stata colpita, questa libertà segno di una cultura che attribuisce alle donne la stessa dignità degli uomini. E la sola presenza di donne di questo tipo, modeste e rispettose, ma libere e responsabili della loro vita e delle loro scelte, apre un problema: quello che per Benedetto XVI è il confronto tra le culture. Che prima di essere un dialogo teologico fra le religioni, è un confronto tra due universi culturali originati da due religioni diverse che, in questo caso, riservano un posto molto diverso alla donna. Se parliamo infatti di libertà e dignità della donna uguale a quelle dell'uomo, non mettiamo in dubbio una intera tradizione religiosa, ma proponiamo un valore culturale non negoziabile: ed è proprio sul confronto tra le culture, sui loro principi fondanti che si deve centrare un dialogo, come ha proposto Benedetto XVI, «franco e sincero, con grande rispetto reciproco».

LUCETTA SCARAFFIA
Avvenire  20 settembre 2006
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