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APPROFONDIMENTI
DAL DIRITTO AD ESSERE CURATI
A QUELLO DI DOMANDARE LA MORTE

Un malato senza speranze di guarigione. La sua vita quotidiana, attaccato a un ventilatore che lo fa respirare, testimoniata da fotografie su tutti i giornali. Il suo appello perché lo si aiuti a morire, e la gente che, angosciata da un simile destino, facilmente diventa incline a dire che a quella sofferenza è giusto porre legalmente una fine. Per una umana pietà, e forse anche non tollerando di vedere quella disperazione. La logica dell'appello di P. Welby al presidente Napolitano ripropone i modi abituali delle battaglie radicali di questi decenni. Una battaglia portata avanti, prima che con ragionamenti, con la faccia di un uomo sofferente; un dolore che diventa testimonial della legittimità e della urgenza di diritti finora non riconosciuti. È ciò che accadeva con Luca Coscioni nella campagna referendaria sulla legge 40, quando nei suoi interventi a favore della ricerca sulle cellule staminali la grande forza era data dal suo calvario di malato, prima ancora che dalle parole; e dalla speranza che credeva di potere riporre nella ricerca sulle cellule staminali tratte da embrioni. La logica della vicenda personale drammatica è stata usata anche quando coppie portatrici di malattie ereditarie raccontavano come la loro speranza stesse nell'analisi e selezione pre-impianto dell'embrione - cioè nell'eliminare quattro o cinque embrioni "difettosi", pur di averne uno certamente sano.

La logica del caso umano, della faccia di un uomo sofferente portata come argomento decisivo e ispiratore di una legge, è potente[…] Ma il rischio, nel lasciarsi portare da questa strategia abitualmente usata dai sostenitori di eutanasia, aborto, provette libere e libera ricerca sugli embrioni, è di lasciarsi governare dall'emotività. Da un'emotività apparentemente caritatevole, tendente a leggi che diano una buona morte ai disperati, un figlio sano alle coppie malate, e speranze di vita - si promette almeno - agli inguaribili, al prezzo del sacrificio di pochi embrioni. E però, il partire dai casi singoli presenta un "effetto collaterale", quando diventa norma. Una legge che ammettesse l'eutanasia fonderebbe una cultura nuova: il diritto primo dei malati potrebbe spostarsi lentamente da quello a essere curati e liberati, con ogni terapia, dal dolore, a quello di domandare la morte. Si andrebbe modificando l'atteggiamento con cui si guarda al declino dei moribondi, e perfino dei vecchi; se morire è un "diritto", la morte, nei casi detti senza speranza, può diventare la soluzione più semplice anche agli occhi di un malato: quando nelle parole dei medici, nella corsia accanto questa sia la soluzione tranquillamente accettata.

Se, poi, a invocare l'eutanasia legale sono gli stessi che sostengono lo scarto degli embrioni difettosi, o l'utilizzo della vita nascente nella tentata terapia dei già nati, in una logica in fondo efficientistica, non si può evitare il dubbio che questa loro pietà sia una strumentalizzazione dei sentimenti comuni, ai fini di un mondo più efficiente. Un mondo in cui gli imperfetti vengono selezionati all'origine, gli embrioni usati per il progresso della ricerca, e gli inguaribili - costosi da mantenere e sempre più numerosi nella invecchiata Europa - indotti a riflettere sul più definitivo dei rimedi. Da certa pietà a un "Mondo nuovo" alla Huxley il passo può essere breve, se guardando il dramma, pure straziante, di un solo uomo si accetta di lasciarsi governare dalla commozione.

LUCETTA SCARAFFIA
Avvenire  26 settembre 2006
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