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Halloween: squallida pagliacciata che desertifica l’intelligenza

Halloween: eccitazione in molte discoteche, allestimenti di feste casalinghe, frittelle e pizzette dissurgelate per festeggiare dei finti morti in una messa in scena a base di zucche svuotate o posticce, candeline o pile intermittenti, una pacchianata per accogliere esuberanti spiriti che tornerebbero al nostro mondo terreno in una festa strapaesana nonché semiglobale a nutrire il nostro spirito debilitato dai tempi. Naturalmente, come in ogni rito degenerato e degenere, un po’ di travestimento, veloce, raffazzonato, per la gioia di fidanzatini che sorseggiano cocktail da discoteca, cioè con gin scadenti e annacquati, travestiti da finti morti, per le gioie delle mamme e dei papà che travestono i loro bambini da ridenti morticini. Mentre l’uomo, da sempre, da quando è divenuto miracolosamente uomo, da quando si è chinato di colpo sul corpo dell’amico caduto al suolo, e ha cominciato a singhiozzare, a piangere, riconoscendo nel volto del morto il proprio, quello dei propri fratelli e della specie, mentre l’uomo piange i morti, li onora, li venera, li spera a volte e altre li sa con certezza risorti. Non diciamo cretinate da basso impero, giustificando la squallida mascherata come eredità della cultura celtica. Chi l’ha studiata ne conosce prima di tutto la difficoltà a essere oggi interpretata, e sa che comunque, come ogni cultura, non è riproponibile con delle buffonate. Non si dica che è una festa anticattolica, sarebbe un atto di presunzione da parte dei cattolici: perché una festa cretina è contro tutti gli uomini, e sarebbe assurdo attribuire a una parte di essi (quella cattolica, in questo caso) l’esclusiva dell’intelligenza.  L’uomo si confronta da sempre con la realtà immateriale, ma percepita presente, che si può semplificando definire "spirito": sono manifestazione dello spirito che si fa arte le pitture rupestri nelle grotte, prime cattedrali dell’umanità; la maschera d’oro del faraone in cui gli antichi egizi inscrivono il viaggio verso l’al di là che porterà nella luce del sole e nella vita eterna tutto il popolo. Gli uomini elaborano sempre realtà artistiche straordinarie ispirati dall’ineffabile presenza dello spirito e dalla domanda di che cosa sarà dopo la morte.[…] Le religioni africane hanno elaborato nei millenni un pensiero ricchissimo di interrelazioni tra la terra e il mondo oltre la terra, i vivi e i morti, da Shakespeare l’Occidente si interroga sulla realtà definitiva del mondo, e sul ruolo degli spettri. Ma lo spettro di Elsinore e il dio yoruba Ogun, gli angeli di Alighieri e Buonarroti, la preghiera di ogni credente nel mondo pensando ai suoi e agli altrui morti, e la contrizione di ogni ateo e di ogni agnostico sullo stesso grumo doloroso e straziante, non tollerano questa pagliacciata da New Age, da Scientology, da mago Nascimiento, da imbonitori televisivi di spiritualità a prezzi di saldo.

R. MUSSAPI
Avvenire  1 Novembre 2006
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