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Il delitto di Compignano - Persino Dio tace

Davanti alla chiesa, la gente di Compignano sta in un silenzio attonito. Non è più la rabbia e la ribellione di venerdì, davanti a quella donna incinta massacrata. Non è più l'ansia di vendetta degli animi bollenti, che annunciavano ronde coi fucili in mano. Se i magistrati di Perugia non stanno compiendo un drammatico errore - ma bisogna essere ben certi della consistenza degli indizi, per arrestare un uomo pochi minuti prima dei funerali di sua moglie - troppe cose non tornano a Compignano. Prende corpo, con l'arresto del marito della vittima, il fantasma che nelle prime ore né gli inquirenti stessi né il parroco né i vicini di casa avevano voluto vedere. La casa a soqquadro, e l'uomo affranto che raccontava della ragazza conosciuta e amata per tutta la vita, e il ripetersi nella zona di furti nelle case, uno anzi recentemente in quella stessa casa, tutto nelle prime ore spingeva a dire che estranei, predoni, lupi fossero entrati nella notte nella villetta con il bucato a asciugare, e le altalene in giardino.

E ora che i capi di imputazione contestati al marito della morta sono una raffica che toglie il fiato - omicidio volontario per futili motivi, crudeltà verso la vittima, precedenti gravi maltrattamenti - la folla del funerale tace. Perché si sono spente e incenerite le grida contro gli "altri", gli stranieri, i nemici oscuri in agguato nella pace di queste colline. Perché l'unico che manca, in chiesa, è uno del paese, un brav'uomo - uno di loro. Uno di loro e uno di noi, che va a lavorare ogni mattina, e aspetta il terzo figlio dalla donna di cui si è innamorato a diciott'anni.

E allora ci affanniamo tra noi a domandarci come possa essere accaduto che in quella casa, quella notte, la realtà sia così drammaticamente deragliata da una quotidianità domestica anche difficile, ma non così tanto che qualcosa ne trapelasse fuori, oltre il ben curato giardino. Sì, ci diciamo, si può litigare violentemente in famiglia; può anche accadere di perdere il contr ollo, di allungare nell'ira estrema addirittura uno schiaffo; ma, quando quella che cade a terra davanti a te è tua moglie, e aspetta un bambino, come è possibile che la furia non cada, che non si riconosca più quella donna, che non si chiami aiuto, se anche sembra morta, per cercare di salvare almeno il figlio che aspetta?

Ma tra le righe dell'imputazione si parla di soffocamento, e «omicidio volontario», è l'accusa. E allora non sai più capire. «Perfino Dio tace», ha detto al funerale il vicario generale di Perugia, davanti alla morte di questa madre e di sua figlia. Bellissima parola, quell'indicare un Creatore anch'egli ammutolito dal male esploso, dalla voragine spalancatasi sotto a una villetta simile a mille altre. Dio tace, mentre i curiosi che assistono all'arresto urlano: bastardo, vai sulla forca - certi d'essere, loro, di tutt'altra razza, non sfiorati e non sfiorabili mai da una folata d'inferno, come quella che ha annientato una famiglia qualche notte fa.

Dio tace, ma noi uomini non possiamo non interrogarci, tanto martella l'assurdità di questa morte. Da Cogne a Novi Ligure a Erba, non sconosciuti predoni, nessun lupo dall'oscurità della notte: una sbalorditiva ferocia scoppia dentro le mura di casa, o in quei cortili che della casa una volta erano l'allargarsi fiducioso. Nel tempo in cui si vuole negare che esista il male, e si ripete che tutto in fondo è relativo, un male radicale esplode con angosciante frequenza in case simili a tante altre. Assurdo, incomprensibile, ci diciamo tra noi chiudendo sbalorditi il giornale. Dimentichi di quel «libera nos a malo» che i vecchi dicevano, sul far della sera. «Un baratro è l'uomo e il suo cuore un abisso», scrisse lo sconosciuto salmista, e le sue parole riempiono il silenzio di una chiesa umbra.

Parlano a noi, dimentichi di una radice antica, che tutto il nostro progresso e la nostra pretesa di bastare a noi stessi non sanno cancellare.
Marina Corradi
Avvenire  30 Maggio 2007
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