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Tra fratelli

“Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse e non ci scriviamo spesso. Quando ci incontriamo, possiamo essere, l’uno contro l’altro, indifferenti o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia”.

Mi confessava alcuni giorni fa una persona anziana: «Io e mia moglie in una giornata ci scambieremo sì e no venti parole, eppure è come se ci parlassimo tutto il giorno». È ciò che illustrava Natalia Ginzburg nella sua opera più nota, Lessico famigliare (1963), parlando della sua esperienza coi fratelli nel brano che sopra ho citato. Ci sono, infatti, relazioni che sono simili a una brace sulla quale si stende il velo della cenere del tempo, della distanza, delle preoccupazioni personali. Eppure la brace non è morta, può sempre tornare a sfavillare. C’è una grande carica nell’"implicito", quando gli affetti sono profondi e autentici. Non servono le smancerie, la ripetizione ossessiva, l’esplicitazione ostentata; basta solo un intreccio degli sguardi, il tocco di una mano, il balenare di un sorriso. Questa felice situazione è raggiunta, però, solo quando c’è una base vera, un vincolo simile a quello che mi faceva intuire la coppia di anziani che ho sopra evocato. Ed è forse ciò che manca alla società contemporanea che vuole costruire legami in fretta, affidandosi solo a ciò che si vede in superficie, che si tocca sulla pelle, che si misura in emozioni forti e immediate. Il sentimento genuino è invece, delicato, sboccia come un fiore, ha bisogno di poche ma intense parole.

Parole che rimangono anche nei silenzi e che dicono un amore o un’amicizia o una fraternità destinati a non morire mai.

G. FRANCO RAVASI
Avvenire  1 Giugno 2007
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