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La festa per non finire schiacciati

Ricordate quando c'erano le domeniche? Se ne avvertiva la gioia fin dalla quieta trepidazione della vigilia, quando l'attesa del "dì di festa" accendeva l'emozione del farsi nuovo del tempo, come intervallo felice della faticosa quotidianità. La domenica era riposo e svago, rientro e frequentazione dei rapporti affettivi, persino vestito e desco diversi, spazio di memorie accantonate e ravvivate, festa insomma; e su tutto, quel grande rito di preghiera comune cui la campana invitava, e il sentirsi famiglia, e l'indugiare poi sul sagrato a riconoscere e confermare la fraternità del villaggio umano.

Nel dialetto, non si chiamava neppure domenica, ma semplicemente "festa". Che giorno è oggi? È festa. Nel mio dialetto lombardo la differenza della festa svettava dirimpetto a tutto il resto del tempo, chiamato globalmente dinlauràa, intraducibile monoverbo che chiama i giorni comuni con la loro essenziale vocazione al lavoro, alla consueta fatica.

Oggi quella festa ci sembra rubata, oggi il dinlauràa ha invaso l'intero giardino del tempo e non distingue più il fiore dall'erba. La domenica lavorata al pari dei giorni feriali è divenuta costume. Non è in discussione che nell'intreccio dei nostri reciproci bisogni qualcuno debba essere sacrificato a differire la sua festa. Non però se ciò lo fa servo di un nuovo taylorismo in cui l'uomo è fatto schiavo di istanze produttive che fronteggiano la "domanda" di uno stordito e bulimico consumismo, sul sagrato di nuovi templi sacri dove tutto si compra e si vende, secondo la docile e intruppata risposta ai nuovi catechismi, dettati dai nuovi padroni del tempo. Rientrano nei precetti gli stordimenti del sabato sera, non meno che quelli della "domenica bestiale". Ce ne crediamo padroni vittoriosi e ne siamo servi sconfitti.

La festa è altro. Dice, in gioia, che l'uomo non è solo una macchina, un paio di braccia che si stancano; e neanche un ventre che consuma. L'uomo è un cervello e un cuore, si inte rroga e dialoga, guarda la terra e l'oltre, non è fatto solo di polvere. La festa è il rapporto dell'uomo col cosmo e con l'oltre. È tregua al negotium (parola che "nega"), per capire la festa che chiama alla bellezza dell'essere. La festa risucchiata al comune territorio del dinlauràa è l'affronto di una menzogna, è l'immagine di un orologio senza lancette, di un tempo lineare e indefinito, sul quale il mercato disegna i suoi ritmi, e vi piega la vita degli uomini. La trascolora, la sciupa.

La direttiva europea n. 34 del 2000 dice che ogni Stato membro dell'Unione deve decidere il giorno di riposo settimanale tenendo conto «delle tradizioni e delle esigenze culturali, sociali, religiose e familiari dei suoi cittadini». Non so se l'indirizzo recupera la memoria delle radici della nostra casa comune europea, che restano pregnanti per la nostra identificata civiltà. Nelle radici, la festa è domenica, giorno del Signore. La nostra Cassazione ha detto che «la domenica è il giorno abitualmente destinato al soddisfacimento di bisogni di vita familiare e sociale». Io leggo di più, leggo che l'apparentamento della festa con l'immanente bene dell'uomo resta scritto per la storia nelle Dieci Parole al pari del non uccidere, del non rubare e del non mentire. Non sono cose su cui, riflettendo sulla storia umana, prima che sulla fede, si possono far sconti alla deriva culturale del "consumismo anzitutto", che deruba la festa, senza tradire l'umanesimo.

GIUSEPPE ANZANI
Avvenire  6 Giugno 2007
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