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L’alluvione asiatica “dimenticata”

Serve un cambio di lenti di fronte alle tragedie del mondo

 

Trenta milioni, forse trentacinque. Metà della popolazione italiana. O, se preferite, quella di Portogallo, Belgio e Grecia insieme. Trenta milioni - almeno - sono le persone colpite dalle alluvioni di questi giorni in Asia. Una cifra in sé ragguardevole. Ma non abbastanza per bucare il video o per ottenere sui giornali di casa nostra l'attenzione che meriterebbe. E così, nonostante qualche confortante eccezione, ci ritroviamo ancora una volta a constatare che tragedie di questo tipo sono considerate dagli addetti ai lavori "non notizie". Tutt'al più si assegna loro lo spazio di una grande foto con didascalia, o qualche immagine fra il catastrofico e il commovente al tg. Nessuna lezioncina a nessuno. E nessuna retorica. Solo un'assillante domanda: perché? Perché - dopo che le alluvioni in Asia hanno mietuto almeno duemila vittime e lasciato senza casa milioni di donne, uomini e bambini - solo ad altre tempeste (finanziarie, stavolta) la maggioranza dei giornali ha concesso la dignità della prima pagina? Qualcuno potrebbe osservare che eventi del genere (monsoni e affini) si ripetono puntualmente ogni anno, almeno in Paesi come India e Bangladesh.

Saremmo dunque in presenza di fatti che di novum - di straordinario, d'inatteso - non avrebbero nulla. Sarà. Ma anche l'"esodo" e il "controesodo" sono argomenti di assoluta ripetitività, tanto quanto i servizi sulle città a Ferragosto, le ferie dei Vip e via dicendo.

Tutta roba che, implacabilmente, viene propinata a lettori e telespettatori senza che (quasi) nessuno se ne lamenti. Forse in qualche redazione ci sarà chi si è convinto che argomenti del genere - catastrofi naturali e disastri umanitari - sono estranei agli interessi dei lettori, di questi tempi affondati nelle sdraio in riva al mare e mai come ora desiderosi di notizie "leggere". Per di più, gli sfollati, a causa delle acque stagnanti e della mancanza di igiene, sono a rischio di malattie poco telegeniche come diarrea, gastroenterite e malaria. Un altro sospetto si fa strada. E non è una bella notizia per i tanti che, tra l'India e il Vietnam, stanno cercando scampo dalla morsa dell'acqua su terrapieni o rialzi improvvisati (alcune famiglie si sono persino rifugiate sulle massicciate delle ferrovie). Il sospetto è che nell'età di Internet, dell'informazione-spettacolo, venga premiata la notizia pronta per essere "sparata", la tragedia che di botto miete migliaia di vittime: il mega-terremoto, lo tsunami...

Quando invece una calamità si protrae a lungo e per di più avviene lontano dal nostro mondo, quando giorno dopo giorno minaccia di infilare - nei palinsesti tv o nelle pagine di giornale - volti diversi ed emaciati, barche stracariche di profughi, case abbandonate, beh, allora su di essa cala, implacabile, il silenzio. È la stessa situazione di una zona di guerra», ha dichiarato a un'agenzia internazionale un medico impegnato in India nell'assistenza ai senza tetto. Ha perfettamente ragione: anche questa è una guerra, l'ennesima di serie B. Uno di quei focolai di dolore e di violenza («a bassa intensità», li chiamano gli esperti) che accumulano morti su morti, in uno stillicidio di brutalità. Senza, appunto, riuscire a catturare l'attenzione dei media. E, dunque, senza riuscire a smuovere - a parte i soliti noti: Chiesa in primis - la solidarietà dei più.

Speriamo di sbagliarci. Ma non ci sbagliamo di certo se diciamo che serve un cambiamento di lenti. E uno sguardo davvero profondo sulle terre dell'uomo. Prima che si può.

GEROLAMO FAZZINI
Avvenire  12 agosto 2007
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