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Amnesty International nel fronte antinatalista

È cosa fatta. Amnesty International ha scelto, dopo molte discussioni, di «difendere l'accesso delle donne all'aborto», e di lavorare perché «siano rispettati i diritti sessuali e riproduttivi». Da tempo diciamo che i cosiddetti diritti riproduttivi, così come sono formulati nei documenti delle organizzazioni internazionali, sono a senso unico: servono solo a non riprodursi, e mai ad aiutare le donne ad avere figli. Infatti l'enorme tasso di mortalità materna, nel mondo, è tragicamente stabile: la salute delle madri e dei bambini importa a pochi. L'aborto non si può considerare un diritto, anche le femministe lo sanno e lo dicono: è una tragica realtà, che dovremmo sforzarci di arginare, per tentare di ridurre i 46 milioni di aborti che ogni anno si praticano nel mondo.

Ma all'Onu interessa assai di più bloccare la crescita demografica nei Paesi terzi, che garantire davvero i diritti delle donne. È a questo scopo che sono nate organizzazioni come l'Unfpa, il Fondo internazionale per la popolazione, che raccoglie e distribuisce i fondi per i piani nazionali di controllo delle nascite. È per questo che si sono indette svariate conferenze mondiali sulla popolazione, e si finanziano Ong potenti e diffuse come l'Ippf (International Planned Parenthood Federation), nata dalla Lega eugenetica di Margaret Sanger, colei che divideva le persone tra "fit" e "unfit", cioè adatte e inadatte; e va da sé che gli inadatti (i poveri, i neri, i disabili) non dovevano riprodursi.

Le belle parole sulla libertà femminile usate da queste organizzazioni mascherano in gran parte una realtà opposta, fatta di cinismo indifferente. La verità è che l'aborto è un elemento essenziale delle politiche di controllo demografico, insieme alla sterilizzazione. Eppure anche questo non basta: per ottenere un effettivo calo delle nascite bisogna aggiungere spesso la violenza, il raggiro, la brutalità. Come è accaduto in Cina, dove la ventennale «politica del figlio unico», premiata ufficialmente dall'Onu, è stata condotta con una ferocia senza limiti. Ma anche quando l'imposizione dei governi è stata meno sfacciata e poliziesca, i diritti umani delle donne, che Amnesty sostiene di voler difendere, sono stati mille volte violati. Nel mondo ci sono 160 milioni di donne sterilizzate, naturalmente quasi tutte nei Paesi in via di sviluppo. Chiediamo ad Amnesty: negarsi ogni possibilità di cambiare idea in futuro, è davvero una forma di libera scelta? Ed è possibile che le donne ricorrano in massa alla legatura delle tube come mezzo anticoncezionale? In realtà, da molte denunce sappiamo che la sterilizzazione viene quasi sempre imposta, oppure offerta in cambio di un piccolo aiuto economico, di fronte al quale chi ha problemi di sopravvivenza è ovviamente molto fragile.

E parliamo anche dell'aborto. Si dice che solo dove è illegale sia rischioso, eppure l'India è stata, ed è tuttora, una sorta di laboratorio a cielo aperto di sperimentazioni selvagge di tecniche orribili e pericolose, come le paste abrasive da inserire nell'utero, o la pillola abortiva Ru486, facile da reperire sul mercato. Nel mondo occidentale sono già 14 le donne morte dopo averla assunta. Ma non sapremo mai quali tragedie ha provocato in India, o in Cina, dove il governo ha preferito ritirarla dalle farmacie.

Amnesty però sembra voler ignorare tutto questo, e preferire una via più comoda, che non la metta in contrasto con i poteri forti dell'antinatalismo. Peccato, ci aspettavamo più coraggio da un'organizzazione con una storia così importante alle spalle.

EUGENIO ROCCELLA
Avvenire  19 Agosto 2007
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