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UNA SENTENZA DI MORTE DAI GIUDICI. MA SI PUÒ ?

Eluana Englaro, in coma da anni e anni, è viva. Si può uscire da un simile coma? Potrebbe risvegliarsi Eluana? È molto im­probabile, ma la scienza non ha criteri per e­scluderlo: la sua situazione, infatti, come quella di tutti i malati come lei, è definita di coma 'persistente', non di coma 'irreversi­bile'.
  È sottoposta ad accanimento terapeutico, da parte delle suore che la accudiscono, la po­vera Eluana? La sua vita non è forse una tor­tura? La risposta è no. Eluana, come tutti i malati in coma, non soffre. Non è sottoposta ad alcun accanimento. Viene semplicemen­te alimentata e dissetata. Prendersi cura dei malati, dare loro da mangiare e da bere, an­che quando sono privi di coscienza vigile, non sono pratiche mediche, ma atti essen­ziali, minimali, umanissimi di prossimità u­mana, portatori di un valore simbolico altis­simo. Al contrario, far morire di inedia un malato, sospendendogli alimentazione e i­dratazione, è intuitivamente atroce, non per­ché il malato soffra, ma per la valenza di fred­do distacco da lui che è implicita nella so­spensione delle cure. Nessun sedativo che – si suggerisce – possa essere somministrato a Eluana può camuffare una simile atrocità.

Come definire la sua vita? Qualificarla come 'tragica' è dir poco. Qualificarla come 'arti­ficiale' è insultante per la medicina, che con mille preziosissimi artifici aiuta tanti malati a sopravvivere. La si può qualificare come carente di dignità? Può farlo solo chi sosten­ga che la dignità non sia intrinseca alla vita umana, ma sia una sorta di qualità che si possa acquisire e si possa perdere (e magari vendere o comprare). Chi ritiene, ad esem­pio, che non abbia dignità una vita in quan­to gravemente malata, o la vita di un porta­tore di un gravissimo handicap, o la vita di un demente, o la vita di un criminale – e che quindi tutte queste vite non meritino tutela piena ed assoluta, ma possano essere ragio­nevolmente soppresse – potrà certamente aggiungere a questo novero la vita di un ma­lato in coma. L’esito di queste posizioni, co­munque, è chiaro: prima o poi si dovrà pur arrivare a determinare chi debba essere l’in­sindacabile giudice della 'qualità della vita'. Per quanto sgradevole e conturbante, que­sto esito (con le conseguenze che vengono in mente a tutti, anche perché l’esperienza storica ci dovrebbe pure aprire gli occhi!) è i­neludibile.

Ma non è forse doveroso far sì che ognuno sia giudice della qualità della propria vita? Non abbiamo forse il dovere di rispettare la volontà di Eluana di non essere sottoposta a cure coercitive? Certamente, dobbiamo tut­ti avere un assoluto rispetto per la volontà dei malati, ma a due condizioni, che nel no­stro caso appaiono entrambe irrealizzate. La prima è che il trattamento cui Eluana è sot­toposta (cioè l’alimentazione), e che in ipo­tesi essi rifiuterebbero, sia davvero da ritenere un cura medica: il che, come abbiamo det­to, non è. La seconda, ancora più importan­te, è che si abbia la certezza assoluta, al di là di ogni ragionevole dubbio, che comunque tale sia o sia stata davvero la volontà di E­luana. Ma noi non abbiamo nessuna prova certa al riguardo, se non testimonianze che, se fossero portate in tribunale contro un im­putato, verrebbero demolite in pochi minu­ti dalla difesa. Non sarebbe ragionevole e­stendere alla difesa della vita le medesime rigorose cautele che sovrintendono alla tra­smissione dei patrimoni attraverso il nor­male strumento testamentario?

In breve, la vicenda della povera Eluana En­glaro è terribilmente intricata, umanamen­te tragica, giuridicamente complessa. I bioe­ticisti discutono di vicende di questo tenore da anni ed anni e sono ben lontani dall’es­sere giunti a risposte condivise ai tragici di­lemmi che suscita la vita dei malati in coma. Ma ai giudici non spetta discutere; essi de­vono decidere. Di fronte a questioni laceranti i giudici adottano in genere la decisione più benevola: se nutrono fondati dubbi sulla col­pevolezza, assolvono; se non sono certi di a­vere le prove definitiva dell’incapacità di un soggetto, si guardano bene dal togliergli la capacità di agire e di sottoporlo a tutela. Nel caso di Eluana hanno invece adottato la de­cisione più cruda, quella che apre le porte alla morte e le chiude alla vita. Una decisio­ne – ne saranno stati consapevoli i nostri buo­ni giudici? – obiettivamente necrofila. 

F. D’AGOSTINO
Avvenire  11 luglio 2008
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