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NON LASCIAMO SOLI QUEI «PROF» IN TRINCEA

EMERGENZA EDUCATIVA: DA PARIGI E NOVARA DUE CASI CHE FANNO DISCUTERE


 « Addio scuola, addio lavoro, addio a tutta la mia vita spesa a cercare di formare i ragazzi». Si è sfogato così, il professor Luigi Sergi, trentadue anni di onorata carriera, docente di educazione artistica al convitto Carlo Alberto, una delle scuole pubbliche più prestigiose di Novara. È l’epilogo di una vicenda esplosa dieci giorni fa, quando l’insegnante era finito all’ospedale dopo che uno studente gli aveva sferrato un pugno in faccia.

  L’aveva rimproverato per avere lasciato la classe senza permesso – e non era stato, quello, il primo episodio di ribellione – e il giovane aveva reagito violentemente. Il consiglio di classe ha deliberato una sospensione di quindici giorni e il professore non ha nascosto la sua amarezza per il modo riduttivo con cui il caso è stato gestito: con alcuni colleghi preoccupati che l’episodio creasse problemi di immagine (e di iscrizioni) alla scuola e altri che si sono defilati preferendo il silenzio, lasciando lui nella solitudine.

  Solitudine che richiama quella speri­mentata dal protagonista di «La classe», il film-verità trionfatore al Festival di Cannes sbarcato da pochi giorni nei ci­nema italiani, uno spaccato di vita quoti­diana girato dentro una scuola della ban­lieue parigina. Lì il professor Bégaudeau, protagonista della pellicola, si trova alle prese con adolescenti di varia estrazione sociale e di diverse etnie che mettono a dura prova i suoi ripetuti tentativi di coinvolgerli nel lavoro scolastico e di ac­cendere nei loro cuori la passione per lo studio e per la vita. Mentre i colleghi non vanno oltre il lamento e la protesta per quella classe 'difficile', Bégaudeau met­te in gioco tutto se stesso, la sua umanità prima ancora che le sue competenze di­dattiche, per far emergere il positivo – anche piccolo, anche nascosto – che ogni giovane possiede. In qualche caso i suoi sforzi vengono premiati, alcuni studenti escono dal loro torpore esistenziale e sembrano rinascere a nuova vita. Ma alla fine il 'prof' perde la scommessa più dif­ficile, quella con un giovane che non ne vuole sapere di entrare nella trama edu­cativa faticosamente intessuta.

  Nella scuola di Novara come in quella di Parigi si consumano due esempi elo­quenti e drammatici di quell’emergenza educativa da molti evocata e che ogni giorno trova nuove conferme. Dentro questa emergenza agiscono insegnanti che si arrendono, autoriducendo il loro ruolo a quello di 'impiegati dell’istruzio­ne', e molti altri che accettano la sfida di un rapporto difficile con giovani sempre più difficili. Di fronte a certi eccessi, co­me quello che si è consumato a Novara, servono disciplina e rigore, è necessario garantire il rispetto di quel principio di autorità che è stato a lungo oggetto di si­stematica demolizione da parte della cultura post-sessantottina, e che invece è alla base di qualsiasi processo educativo.
  Ma con la sola 'cultura delle regole' non si va lontano: la scuola ha bisogno come l’ossigeno di adulti che accettino la sfida dell’educazione, che accendano la luce quando in classe si fa buio. E un’osserva­zione non superficiale della realtà ci dice che questi adulti coraggiosi – anche se a volte sono tentati di arrendersi di fronte alla difficoltà – ci sono, si muovono, co­struiscono un pezzo di positività dentro un contesto in cui il cinismo e la negati­vità sembrano prevalere. Se abbiamo a cuore il futuro di questa società, non possiamo lasciarli soli a cimentarsi in un’impresa che si presenta titanica quanto irrinunciabile. In un libro uscito in questi giorni e dal titolo emblematico – 'Per l’amore e per la libertà' – la filoso­fa spagnola Maria Zambrano scrive: «Nel vuoto delle aule accade qualcosa che va oltre ciò che si apprende materialmente in esse. Molti di coloro che sono passati attraverso di esse forse non hanno acqui­sito tante conoscenze, com’era necessa­rio. Ma nel frequentare le aule è accadu­to qualcosa, in esse si insegnò loro qual­cosa di essenziale per essere uomini: aprirsi al pensiero che cerca la verità».

GIORGIO PAOLUCCI
Avvenire  14 Ottobre 2008
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