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Non c’era un umile vice parroco da arruolare per il giuramento?

Un vescovo episcopale gay, unito in ' matrimonio' con il suo compagno, darà l’avvio domenica prossima con la sua preghiera alle celebrazioni dell’insediamento di Obama. Le celebrazioni si concluderanno il 20 con la benedizione del giuramento del Presidente da parte di un pastore evangelico che invece ha condannato aspramente le nozze omosex. Se un comico americano avesse mai visto l’imitazione di Crozza fatta al leader pd ( e obamiano) Veltroni si potrebbe sbizzarrire con una gigantesca satira a stelle e strisce della filosofia del ' ma anche'. La scelta del neopresidente di avere tale timbro sulla partenza delle sue celebrazioni è singolare, anche perché la faccenda del vescovo Robinson ha creato alla chiesa evangelica grandi problemi fino al rischio di scisma, e dunque c’è strana mancanza di delicatezza nei confronti della comunità protestante. Forse non c’erano altri preti o vescovi disponibili nei paraggi della Casa Bianca? Uno delle decine di migliaia di pastori, o parroci, o uomini di una comunità cristiana che svolgono umilmente il loro servizio senza cercare scandali? Tutti impegnati, non c’era neanche uno straccio di pastore, di prete libero quel giorno? Forse in questa fase politica dove spesso vale più l’immagine della sostanza, più della preghiera a Dio vale chi la dice. Come se la preghiera valesse non per l’ascolto che si chiede a Dio ma per l’audience che crea nell’opinione pubblica. Se dice non è un uso politico della religione questo, mi permetta Signor Presidente eletto, come lo dobbiamo chiamare? Le esigenze di immagine e di ricerca di facile consenso hanno prevalso? Insomma, certo uno può scegliere quel che vuole. E chiedere preghiere a chi gli pare. Figurarsi se non può farlo il Presidente straosannato ( o già un po’ ex- straossanato, visto certe marce indietro su riforma sanità, Guantanamo e altro) degli Usa. Però andare a cercare l’unico vescovo protestante gay così da bilanciare il fondamentalista è una scelta molto occhiuta. Certo, per lo show è un buon colpo di teatro. E l’audience – il facile consenso – di un’esigua parte di nazione forse ne guadagna. Ma il mestiere di un Presidente eletto è andare alla ricerca di altro consenso o dare segni di impegno sui problemi della sua gente? Una Nazione come l’America, sempre impegnata ad autocelebrarsi, è molto attenta ai simboli che impiega. Proporre questa scelta indica un modo di presentarsi che è giocare con le contraddizioni, con futili sforzi di fantasia. Forse poteva dire quella preghiera uno dei tanti travolti dalla crisi. O un familiare di una delle vittime delle Torri gemelle o dell’Iraq. O uno di coloro che lotta per il bene del Paese nelle tante opere di solidarietà. 

Insomma, un po’ più di fantasia, rispetto ai riti della ricerca del ' consenso'. Il Presidente degli Usa si avvia ad un ' mestieraccio' con una responsabilità per la quale chiunque – pastore o meno – dovrebbe invocare aiuti da Dio e da tutti i santi del Paradiso. Però c’è qualcosa che fa somigliare questo insediamento a un reality show piuttosto che all’avvio della Presidenza del Paese più potente del mondo. Speriamo che lo spettacolo non continui.  C’è qualcosa che fa somigliare l’insediamento presidenziale a un reality show.


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