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HAITI: …E NOI APRIAMO LE NOSTRE PALME VUOTE

La tragedia di Haiti lascia senza fiato. Gigantesca. Più di quanto si immaginava. Il numero delle vittime imprecisato, si parla di decine e decine di migliaia. In una parte di un’isola già povera e provata da miseria e fatica di vivere, si è abbattuta una sventura che lascia attoniti […]. Anche il cuore più sordo sente il grido di questa sventura. Anche il cuore più duro si crepa davanti alla morte che domina così apertamente, così sfacciatamente. Anche l’anima che non respira mai, sente il fiato che si tira. Il fiato che non arriva. Il fiato che si rompe. Quasi non si arriva nemmeno alla domanda lecita, urgente, di cosa si può fare, di fronte a questa tragedia. Quasi non si arriva a formulare nessuna domanda su cosa fare, perché si rimane inchiodati a una domanda più forte, più radicale: cosa possiamo essere? Sì, insomma, cosa si è, cosa è essere uomini davanti a questi eventi? Perché sembra quasi che ogni nostra forza, ogni umana dignità siano annullate. Radiate. Come se essere uomini davanti a tali tragedie sia quasi una cosa grottesca. Tappi di sughero nel mare in temopesta. Formiche in balia della strage, come diceva Leopardi di fronte al Vesuvio sterminatore.  Da dove riprendere fiato, umanità, dignità davanti a tale strage? Non c’è altra possibilità: davanti a questo genere di cose, o si prega o si maledice Dio. O si è credenti o si diventa contro Dio. Una delle due. E se il cristiano dice di  essere quello che prega, invece di essere l’uomo che maledice, non lo fa per sentimentalismo. Non lo fa per comodità. Anzi, è più scomodo! Molto più scomodo. Ma più vero. Perché quando il mistero della vita sovrasta – nella sventura come nelle grandi gioie – è più vero aprire le palme vuote, o piene di calcinacci o di sangue dei fratelli e dire. Tienli nelle tue braccia. Tienili nel Tuo cuore. Poiché noi non riusciamo a conservare nemmeno ciò che amimamo. Perché la vita è più grande di noi, ci eccede da ogni parte, e la morte è un momneto di eccedenza della vita. Un momento in cui la vita tocca fisicamente il suo mistero. La natura non è Dio. In natura esistono anche i disastrui. Come gli spettacoli e gli incanti. Ma la natura non è Dio. Non preghiamo la natura, che ha pregi e difetti, come ogni creatura. Preghiamo Dio creatore di abbracciare il destino delle vittime. Il destino triste di questi frateklli. Che valgono per Lui come il più ricco re morto anziano e sereno nel proprio letto. Che ci ricordano, nel loro dolore, che non siamo padroni del destino.

D. RONDONI
Avvenire  14 Gennaio 2010
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