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CHINI SU DI NOI

Quando li guardi per un attimo, uno a uno, allora si sviluppa un tacito seme, che non si può ancora chiamare con il nome di amore, ma già di amicizia che è il sentimento più vicino all’uomo. Riconoscere il prossimo nella sua dignità, non per tranquillizzarci sulla sua bontà e salvezza nonostante il dolore, l’ingiustizia, il delitto, lo sfruttamento, ma per inquietarci del suo destino umano che è il mezzo, qui e adesso, per il suo destino eterno.

Allora intuisci come Dio, nonostante il suo silenzio — ancora nonostante! — possa amarci con tutte le nostre debolezze e i nostri abbandoni, così come conosci e ami un figlio, con infinita dolcezza e mansuetudine. E capisci anche come un figlio attenda ardentemente dal padre anche quella dolcezza e mansuetudine. Dio non può non amarci. Come potrebbe non amarci teneramente, dolcemente, con molta comprensione se siamo così deboli, così poveramente carnali, così umani? Se io li amo così, dietro quelle loro porte, oltre quegli usci chiusi da cui filtrano le voci della loro umanità, inerti magari, peccaminosi magari, miserevoli, come non dovrà, dunque, amarci Dio? Questo pensiero, che potrebbe sembrare di una violenza blasfema, trova il suo riscatto nell’immaginare, chini su di noi, i grandi occhi tristi di Dio.
FERRUCCIO PARAZZOLI
Avvenire  9 Marzo 2010
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