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AUGURI STANDARD

C’è bisogno di un galateo dell’informatica. La terza rivoluzione del sapere umano ­dopo la scrittura e la stampa - ha creato o sviluppato forme di maleducazione, meglio d’ineducazione, tutte nuove e speciali. Si pensi agli auguri standard di Natale e di Pasqua, mandati a tre quarti della rubrica, via sms o via mail. Quale volgarità. Quale irritante cafonaggine. Quale patologia comunicazionale e, prima, relazionale, tirar giù un nome e spedirgli, con un unico invio, la stessa lettera che andrà a 100 persone tutte insieme, criptandone 99 e sapendo che lui lo capirà! Che auguri sono? Gli auguri devono essere individualizzati.

Pensati, prima. E formulati, poi, in modo specifico. Lo dice l’etimo della parola, che deriva dal latino « augeo » e significa «io cresco». È dunque un’espressione di bene diretta a una persona in particolare, perché «abbia il bene», perché «le cresca» il bene. Così impostati in base all’etimo, gli auguri rivelano un retroterra di prim’ordine. Santo, addirittura. Si collegano all’effusione di positività, al bonum effusivum sui. E non basta. L’augurata «crescita nel bene» si rivela parente anche di un sacramento: la cresima, che derivando del greco « chràomai », «io cresco, io acquisisco» ha la stessa base etico-logico-verbale. E allora? Fateli personali, gli auguri, o non fateli affatto. Anche per non costringere la vittima destinataria a ricambiarli, per sopravvivere, con lo stesso amorfo sistema.

G. D’ALESSANDRO
Avvenire  Mercoledì 28 Aprile 2010
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