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IL SANGUE E LA PAROLA

La pugnalata che ha colpito a morte il vicario apostolico dell’Anatolia è arri­vata alla vigilia del viaggio del Papa a Ci­pro, l’ultimo Paese diviso d’Europa, oc­cupato per un terzo del suo territorio dal­l’esercito di Ankara, ma anche laborato­rio di dialogo e riconciliazione tra le fedi. Probabilmente, (così almeno vogliamo sperare), il turco che ha spento per sem­pre il sorriso di un uomo saggio e buono come monsignor Luigi Padovese ne era i­gnaro. Ma la coincidenza è sconvolgente e non fa che aggiungere ulteriore sgomento e preoccupazione al grande turbamento e alla profonda tristezza di queste ore. «È stato il gesto di uno squilibrato», si sono subito affrettati a dichiarare le autorità turche, mentre l’effettiva dinamica del brutale omicidio resta tutta da spiegare. Atto di follia? Può darsi, ma non possiamo non domandarci come mai siano così nu­merosi nel Paese della Mezzaluna, e per­ché siano quasi sempre diretti contro gli esponenti delle minoranze religiose.

È una lunga scia di sangue, iniziata quat­tro anni fa con l’assassinio di don Andrea Santoro a Trebisonda, proseguita con l’uc­cisione in pieno centro ad Istanbul del giornalista armeno Hrant Dink, simbolo di una diversità etnica e religiosa aperta al dialogo, e poi con la macabra esecuzione a Malatya di tre protestanti evangelici, senza contare le minacce e le aggressioni ai preti cattolici fra cui il ferimento del pa­dre cappuccino Andrea Franchini di Smir­ne. Tutti uomini di pace, colpiti dall’odio e dalla violenza. Lo era in modo del tutto speciale monsignor Padovese, impegna­to nel dialogo con il mondo musulmano e tenace negoziatore, stimato anche dal­la controparte governativa, deciso a strap­pare spazi sempre più larghi per la libertà religiosa in un Paese dove al vecchio lai­cismo nazionalista imposto da Atatürk si è sovrapposto il recente islamismo politi­co del premier Erdogan. Sognava «una Chiesa turca rinvigorita e più consapevole della propria fede» il ve­scovo dell’Anatolia. L’aveva affermato in un’intervista pochi giorni fa, mentre si preparava a partire per Cipro dove dome­nica prossima, insieme con i capi delle Chiese orientali, avrebbe ricevuto dalla mani di Benedetto XVI l’ Instrumentum la­boris  in vista del Sinodo sul Medio Orien­te che si terrà a Roma in autunno. La sua tragica scomparsa ci ricorda l’estrema pre­carietà della condizione dei cristiani in questa regione dove la Chiesa mosse i suoi primi passi.
«Le radici sono in Terra Santa, i rami so­no in tutto il mondo ma il tronco dell’al­bero è cresciuto qui in Turchia», era soli­to dire monsignor Padovese. Parole che suonano come viatico alla visita pastora­le di Benedetto XVI a Cipro dove ha sede la più antica comunità cristiana dopo quella di Gerusalemme. Fu qui che San Paolo compì il suo primo viaggio missio­nario che, secondo la tradizione, si con­cluse a Pafos, legato e flagellato a una co­lonna. E oggi, per la prima volta in duemila anni, giunge il Pontefice di Roma, «l’uo­mo che costruisce i ponti». Ma qualcuno ha voluto metterci una mina distruttiva, tanto più deflagrante quanto più l’intero Medio Oriente è tornato in questi ultimi giorni a riesplodere pericolosamente.

Tante, troppe coincidenze inquietanti che aleggiano su quella che intende essere u­na visita nel segno della pace, del perdo­no e della riconciliazione. Improvvisa­mente e brutalmente il viaggio di Bene­detto XVI a Cipro inizia nel segno del sa­crificio, con il sangue versato di un testi­mone della fede che, come diceva Tertul­liano, è fecondo di nuova vita.

LUIGI GENINAZZI
Avvenire  4 Maggio 2010
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