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SIAMO L’ANIMA DEL MONDO

 

 

Domenica scorsa, durante la Messa, mia sorella mi ha fatto notare, in­credula, una signora intenta nella lettura di una rivista dal titolo re­so più ironico, se non grottesco, dalla situazione: 'Vero. Salute'. Una rivi­sta promette più verità e salvezza (ridotta a salute, e il bene ridotto a be­nessere) di quanta ne dispensi il mistero domenicale. Dentro di me ho sentito un moto di ribellione. Non verso la signora, ma verso Dio: «Dici di essere la verità, ma poi questa verità non ci conquista». Non è questione di vita o di morte. Non ci prende, non ci sorprende. Preferiamo altre verità più a buon mercato, altre salvezze, più sicure. La verità e la vita si cercano, ma non si trovano. La verità deve tornare a sedurre la vita e farle riscopri­re che sono fatte della stessa pasta. La verità deve tornare a incarnarsi, perché la vita ne rimanga sedotta e conquistata. E quindi salvata.
Domenica in una chiesa di Baghdad, durante la Messa, alcuni terroristi si sono fatti esplodere, uccidendo più di 50 persone. Per quei cristiani quel­la Messa è stata questione di vita o di morte. Tornano alla memoria quei 50 martiri di Abitene, in Africa, che furono giustiziati durante la persecu­zione dell’imperatore Diocleziano, perché sorpresi a celebrare la Messa che era stata loro vietata. Il padrone della casa che li ospitava per la celebra­zione, al proconsole perplesso di fronte a tanta cocciutaggine, rispose: « Si­ne Dominico, non possumus ». Senza il giorno del Signore, non possiamo. Non possiamo vivere. Non possiamo essere. Non possiamo.
«Non c’è vita senza conoscenza, né conoscenza autentica senza la vera vi­ta: per questo i due alberi sono stati piantati l’uno accanto all’altro», spie­gava agli inizi del cristianesimo un anonimo nella sua nota lettera al cu­rioso Diogneto, pagano, sedotto dalla verità. Quale verità? La vita dei cri­stiani: lo incantava e ne chiedeva conto e ragione a un amico, capace di pennellare l’identità cristiana con semplicità e chiarezza rimaste insupe­rate. Egli spiega che Dio manda suo figlio «come Dio, quale era, e come uomo, come conveniva diventasse per salvare gli uomini, mediante la per­suasione e non con la violenza». Se la verità non persuade più la vita è per­ché non è più vita: si è disincarnata, non ha più la carne e le ossa dei cri­stiani. La vita non vuole essere istruita, vuole essere ascoltata, sedotta, a­mata.

Dio non è un catechismo, ma vita. Spesso ci accontentiamo di una vita impoverita, sdrucita, noiosa. L’ano­nimo ha l’ardire di dire a Diogneto che i cristiani sono nel mondo «ciò che è l’anima nel corpo». I cristiani sono la vita del mondo, come lo spirito tie­ne in vita e anima il corpo. Tutti conosciamo quella sensazione di smarri­mento di fronte al corpo di un caro defunto: sembra irriconoscibile, ben­ché ogni tratto del viso ci sia assai familiare. Quando non c’è più vita, per­sino il corpo perde identità. Il mondo senza i cristiani è un guscio ine­spressivo, un corpo senza vita. I cristiani sono l’anima del mondo. Dovremmo ripetercelo più spesso e chiederci se dove ci muoviamo, lavoriamo, riposiamo, siamo capaci di da­re vita (cioè tempo e attenzione) a ciò e a chi ci sta attorno. Il cristiano è come re Mida, trasforma tutto ciò che tocca. Non in oro, ma in vita. Ma può farlo solo se ha dentro di sé l’esuberanza della vita. I cristiani posso­no tornare a sedurre la vita e restituirle la verità di cui ha sete, di cui ha di­sperato bisogno in tempi di povertà spirituali, oltre che materiali, di di­pendenze asfissianti, di là da apparenti libertà assolute.

Nietzsche ripeteva che avrebbe creduto il giorno in cui avesse visto sul volto dei cristiani l’espressione di uno che è salvo. Kafka, quasi conosces­se la parole della Lettera a Diogneto, scriveva nei suoi Diari che siamo due volte separati dalla salvezza: per avere mangiato dall’albero della cono­scenza del bene e del male e per non aver mangiato da quello della vita. Dobbiamo smettere di accontentarci di verità da edicola e tornare a man­giare dall’albero della vita, rinato al centro del mondo, all’inizio della set­timana. Altrimenti moriremo ogni giorno, portando nella fossa con noi il mondo, che langue, privo d’anima.

È ora che la verità torni a sedurci. È ora di lasciarsi vincere dalla vera tentazio­ne: mangiare dall’albero della vita. Senza non possiamo. Senza non siamo.

A. D’AVENIA
Avvenire  4 novembre 2010
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