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APPROFONDIMENTI
QUEL SEGNO CHE SVELA
IL PAPA E LA LEZIONE DEI MAGI

E mentre volge al termine l’arco delle feste, e i Magi hanno raggiunto la grotta, e si ripon­gono i presepi; mentre ricominciano i giorni or­dinari e l’anno davanti un po’ ci turba con il suo tempo intonso, Benedetto XVI nell’omelia del­l’Epifania si domanda: ma chi erano, che gene­re di uomini erano quei tre re, che inseguirono una stella? Non erano maghi o astrologhi che al­manaccassero il futuro dalla lettura del cielo, ma erano, dice il Papa, uomini in ricerca: uomini certi che «nella creazione esiste quella che po­tremmo definire la “firma” di Dio, una firma che l’uomo può tentare di scoprire e decifrare».

Uomini sanamente inquieti, dunque, e non pa­ghi della immediata apparenza delle cose; con­vinti che dietro questa apparenza, come in fili­grana, stia un disegno, e non un caso. Certi che il Creatore può essere intravisto nel creato; e at­tenti, alacri, tenacemente in cammino dietro a ciò che intuivano esserne l’orma. Ti immagini quei tre in marcia da lontano, per montagne e de­serti, in silenzio; forse di giorno incerti, quando il sole alto sembrava negare la realtà di ciò che andavano inseguendo; rinfrancati al tramonto nel ritrovare la loro stella, lucente nell’immenso cielo dell’Asia.

Ma, in cosa ci riguardano quei remoti sapienti in­camminati verso un evento ignoto, tracciato nel­la trama delle Scritture ma misterioso e nasco­sto, tanto che i più degli uomini non se ne sa­rebbero accorti? Quegli uomini, ripete Benedet­to, cercavano le tracce di Dio, «con gli occhi profondi della ragione alla ricerca del senso ul­timo della realtà». Ciò che dovremmo fare noi; ciò che siamo stati disabituati a fare da un posi­tivismo di cui siamo inconsapevolmente intrisi, per cui realtà è solo ciò che possiamo scientifi­camente misurare, sezionare, scomporre. Cosa sarebbe stata quella stella, in questa logica pu­ramente scientista? Un fenomeno astronomico comunque analizzabile nella sua natura, e ar­chiviabile. Nient’altro: ignorata la profonda na­tura di “segno”, e nessuno in cammino verso quella grotta.

I Magi, nel loro incerto andare, si rivolgono a E­rode; e quello è preso dallo sgomento, all’idea di un re più potente di lui. Quel bambino va dun­que soppresso, per restare il padrone del mon­do. Ma non c’è forse qualcosa di Erode anche in noi?, chiede sommessamente il Papa. Noi, «cie­chi davanti ai suoi segni, perché pensiamo che non ci permetta di disporre della esistenza a no­stro piacimento». Già, c’è un che di noi in Erode, il potente che sus­sulta al sentire della stella, e si affanna a an­nientare ciò di cui quella stella è segno. Ammet­tere Dio e un suo disegno riconoscibile nel crea­to, non è forse il detestabile limite alla totale au­tonomia dell’uomo, non è la lotta di una mo­dernità che si pretende libera e completamente artefice del suo destino?
Ma quei tre, tenaci a inseguire, per tenebre e de­serti, il segno. Certi, come per un’originaria me­moria, che un Dio ha lasciato la sua firma nell’u­niverso. Nelle stelle e anche nella umile quoti­dianità con cui ci si palesa la natura, il corso del­le stagioni e della vita. La natura che, come dis­se san Tommaso, è “arte divina insita nelle cose”: per cui la materia, che non ha conoscenza, ten­de a raggiungere ciò che è vitale non per caso, ma come la freccia lanciata da uno sconosciuto arciere. Un disegno dunque anche dietro la gat­ta che difende fiera la sua cucciolata, e dietro le gemme dure e chiuse che spunteranno dai rami nel gelo di febbraio. Trama che non sappiamo più riconoscere, perché l’orgoglio della moder­nità misura, analizza, seziona ma non ammette che le cose celino in sé una firma - che rimandi­no ad altro, ad un altro. E quei tre Magi dunque così remoti, nel loro faticoso assurdo inseguire per notti e deserti una stella; così vicini, nella do­manda che spesso non ascoltiamo - eppure pre­me in noi, inesorabile, come scritta dentro.
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