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APPROFONDIMENTI
CHI È IL SACERDOTE?

“Chi sono io? Che cosa si richiede da me? Qual è la mia identità?”. È questa la domanda ansiosa che più frequentemente si pone oggi al sacerdote, certamente non immune dai contraccolpi della crisi di trasformazione che oggi scuote il mondo. Voi, carissimi figli, non sentite certamente la necessità di porvi questi interrogativi. La luce che oggi vi invade vi dà una certezza quasi sensibile di ciò che siete, di ciò a cui siete stati chiamati. Ma può succedere che incontriate domani fratelli nel sacerdozio che, presi dall’incertezza, si interrogano sulla propria identità. Può darsi che, spento un po’ il primo fervore, arriviate anche voi, un giorno, a chiedervi queste cose. Per questo io vorrei proporvi alcune riflessioni sulla vera fisionomia del sacerdote, che servano di forte aiuto per la vostra fedeltà sacerdotale.

Non è certamente nelle scienze del comportamento umano, e neppure nelle statistiche socio-religiose che cercheremo la nostra risposta, ma solo in Cristo, nella fede. Interrogheremo umilmente il divino maestro e chiederemo a lui chi siamo noi, come egli vuole che siamo, qual è, davanti a lui, la nostra vera identità.

Una prima risposta ci è data immediatamente: siamo chiamati. La storia del nostro sacerdozio incomincia con una chiamata divina, come è successo per gli apostoli. Nella loro scelta è chiara l’intenzione di Gesù. È lui che prende l’iniziativa. Egli stesso lo farà notare: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv 15,16). Le scene semplici e commoventi che ci presentano la chiamata di ciascun discepolo rivelano l’attuazione precisa di scelte determinate (cf. Lc 6,13) sulle quali è utile meditare.

Chi sceglie Gesù? Non sembra che egli consideri la classe sociale dei suoi eletti (cf. 1Cor 1,27), né che faccia conto di entusiasmi superficiali (cf. Mt 8,19-22). Una cosa è sicura: siamo chiamati da Cristo, da Dio. Questo vuol dire: siamo amati da Cristo, amati da Dio. Abbiamo noi riflettuto abbastanza su questo? In realtà la vocazione al sacerdozio è un segno di predilezione da parte di colui che, scegliendovi fra tanti fratelli, vi chiamò a partecipare, in un modo tutto speciale, alla sua amicizia: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma io vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,15). La nostra chiamata al sacerdozio, segnando il momento più alto nell’uso della nostra libertà ha provocato la grande ed irrevocabile opzione della nostra vita e, quindi, la pagina più bella nella storia della nostra esperienza umana. La nostra felicità consiste nel non sottovalutarla mai!

Col rito della sacra ordinazione sarete introdotti, figli carissimi, in un nuovo genere di vita, che vi separa da tutto e vi unisce a Cristo con un vincolo originale, ineffabile, irreversibile. Così la vostra identità si arricchisce di un’altra nota: siete consacrati.

Questa missione del sacerdozio non è un semplice titolo giuridico. Non consiste solo in un servizio ecclesiale prestato alla comunità, delegato da questa, e per ciò stesso revocabile dalla stessa comunità o rinunciabile per libera scelta del “funzionario”. Si tratta, al contrario, di una reale ed intima trasformazione attraverso la quale è passato il vostro organismo soprannaturale per opera di un “sigillo” divino, il “carattere” che vi abilita ad agire “in persona Christi” (nelle veci di Cristo) e per questo vi qualifica in relazione a lui come strumenti vivi della sua azione.   

GIOVANNI PAOLO II
Omelia per le ordinazioni sacerdotali del 1980
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