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VECCHI E IGNORANTI?

Un vecchio non deve far dire di sé: senescit et se nescit, ossia che invecchia e non impara a conoscersi. «La vecchiaia non ha niente a che vedere col numero degli anni: ci sono uomini che nascono vecchi». Così insegnava il rabbí chassidico della città mitteleuropea di Tomshov, spremendo l'antica saggezza ebraica. La terza età effettivamente non si misura solo con parametri cronologici: senza offesa, ci sono giovani che si trascinano per le strade con una fiacchezza e una palese assenza di scopi nella vita, da vederli ormai quasi relegati nel limbo del crepuscolo della vita. Un'anima di verità rivelava lo scrittore francese André Maurois (1885-1967) quando affermava che «invecchiare è una cattiva abitudine che l'uomo attivo ed entusiasta non ha il tempo di prendere». L'anziano che conserva una sua freschezza interiore reca in dono alla società un bene prezioso, anche se non sempre stimato e valorizzato, l'esperienza e la sapienza. E qui, però, scatta l'osservazione pungente e divertita che ho trovato attribuita a un altro scrittore francese, autore di non memorabili romanzi, Alphonse Karr, vissuto nell'Ottocento. La propongo ai lettori che hanno ormai qualche decina d'anni alle spalle come me, perché essa è anche divertente col suo gioco di parole latine. Se, infatti, spezziamo il verbo senescit, che è l'«invecchiare» normale, scandito dal flusso del tempo, ci troviamo di fronte a un se nescit, che è invece il verbo dell'ignoranza. Certo, gli anni portano con sé anche l'appannamento mentale e la debolezza generale dell'organismo, ma c'è un patrimonio che non dev'essere disperso, quello appunto della sapienza, «distillata» passando oltre le tempeste della vita, persino attraverso gli errori ma soprattutto nella ricerca e nell'esperienza di anni.

GIANFRANCO RAVASI
Avvenire  18 giugno 2011
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