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IL DIO CHE PARLA

Nel mese di novembre è stata pubblicata l’esortazione apostolica postsinodale “Verbum Domini sulla Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa” di Benedetto XVI, rivolta non ad esperti di esegesi ma a tutti i cristiani.

 

La Parola di Dio è al centro di tutta la vita cristiana, si cala in ogni suo atomo ed ecco perché l’esortazione apostolica che il Santo Padre propone, non ci sorprende, considerando la necessità che oggi più che mai la Chiesa avverte di far risuonare la Parola di Dio.

Il nostro Dio, è un Dio che parla; ha parlato subito, sin dagli inizi, quando ha creato il mondo e subito si è compresa la forza della sua Parola, una Parola che crea per amore.

É un Dio che ha usato la Parola, per farsi conoscere e riconoscere dal popolo che aveva eletto come suo. Infine ha inciso la Sua Parola su pietra, perché diventasse nel tempo Legge per gli uomini.

La Sua Parola a volte ha sconvolto i programmi e i progetti di coloro che aveva scelto, ma poi ha infuso loro coraggio, e nei momenti di incertezza ha donato loro conforto. Quante le pagine nell’Antico Testamento in cui la sua Parola risuona autorevole ma anche consolatrice, parola che sprona e da forza a chi l’ascolta, a chi è chiamato a collaborare ad un progetto di salvezza!

 

Dio parla a noi per mezzo del Figlio

 

Nel Nuovo Testamento Dio parla poche volte in modo diretto, perché “si rivela” attraverso Gesù. Gesù è “Parola del Padre”.

Molto significativa l’espressione del Papa quando durante l’omelia di un Natale passato disse: “Oggi il Verbo si è abbreviato, la Parola eterna si è fatta piccola – così piccola da entrare in una mangiatoia. Si è fatta bambino, affinché la Parola diventi per noi afferrabile”.

Quel bambino nella mangiatoia di Betlemme è la Parola di Dio che si è fatta persona; ma lo è anche Gesù in croce, dove pure il Verbo ammutolisce, diviene silenzio mortale, poiché si è “detto” sino a tacere, dopo averci comunicato tutto ciò che il Padre gli aveva detto di comunicare.

Lì sulla croce, Dio parla anche per mezzo del suo silenzio.

 

Ma il silenzio di Dio non è privo di senso o semplicemente vuoto. Dio tace semplicemente perché ci sta ascoltando, ascolta le nostre preghiere, partecipa alle nostre meditazioni.

 

Parola di Dio ed Eucaristia

 

La Parola di Dio, non è parola che vola nel vento, che smarrisce la sua identità, ma ogni giorno si rinnova sull’altare con l’Eucarestia; e noi che durante la liturgia siamo destinatari di questa sua parola, con l’Eucarestia diveniamo annunciatori.

Il Papa, esortando i cristiani a lanciarsi nella missione ad gentes, nel mondo, e nella nuova evangelizzazione, ci ricorda che il rapporto personale e comunitario con Dio dipende dalla nostra crescente familiarità con la Parola di Dio e a chi non è cristiano o si è allontanato dalla Chiesa e dalla fede rinnova l’annuncio di salvezza del Signore: “Ecco, sto alla porta e busso, se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”.

 

Ecco Signore, non bussare più,

la mia porta è già aperta,

vieni, entra,

parlami ancora e io ti ascolterò,

voglio condividere la cena con te,

io e te la stessa cena,

voglio condividere questo momento con te,

anzi chiudi la porta.....

poi, penserò a tutto il resto.


Laura Ripamonti


L’anno sacerdotale: riguarda tutti noi

In occasione del 150° anniversario della morte di Giovanni Maria Vianney, più noto come il Curato d’Ars (1786-1859), il Papa, il 19 giugno scorso, ha indetto un Anno Sacerdotale dedicato alla sua figura, come “vero esempio di Pastore a servizio del gregge di Cristo”.

Nella sua lettera il Papa ha ricordato alcuni tratti fondamentali dell’insegnamento e del modello del Curato d’Ars: la consapevolezza di essere, “in quanto prete”, un “dono immenso per la sua gente”; la sua totale identificazione “con il ministero sacerdotale e la comunione con Cristo”; la devozione per l’Eucarestia; la sua “inesauribile fiducia

nel sacramento della Penitenza”.

Il Curato d’Ars scrisse “ Il Sacerdozio è l’amore del cuore di Gesù”, ad indicare che il sacerdote deriva dall’intimo di Gesù, come se facesse parte di Lui, quindi fortemente voluto da Lui e se pensiamo al ruolo del sacerdote dentro il progetto salvifico di Gesù, possiamo comprendere perché il Curato d’Ars fosse così fiero di essere sacerdote in un

piccolo villaggio francese dove “non c’era molto amore di Dio”.

Ogni sacerdote avrà un anno intero per chiedersi perché questa volta il Papa abbia sentito la necessità di dedicare un intero anno proprio a lui, ogni sacerdote si ripeterà ancora una volta “cosa vuole da me, Dio, oggi, in questa parrocchia, tra questa gente?” ed ogni giorno Dio chiederà sempre di più.

Mi rendo conto che in questo mondo determinato da una cultura secolarizzata, relativistica, e laicista, che non ama l’impegno religioso o vorrebbe relegarlo alla sfera privata, il sacerdote deve vestire il ruolo di vero e proprio missionario, capace di far giungere la voce di Dio tra le urla di questa società, che non ci trasmettono nulla.

Nella sua lettera, il Papa esprime anche la sofferenza della Chiesa per il comportamento di alcuni suoi ministri, che magari è stato motivo di scandalo o rifiuto, ma anche la sua gioia per i tantissimi altri autentici testimoni del Vangelo, che vivono fedelmente il proprio ministero, svolgendo anche un servizio prezioso per la società in campi come l’educazione, l’assistenza e l’aiuto ai poveri.

 

La tentazione di pensare che questo Anno Sacerdotale sia soltanto una “cosa da preti”, potrebbe anche averci sfiorato, ma se ci mettessimo a rivedere le fotografie del nostro cammino di fede certamente ciascuno di noi noterebbe che la figura del prete ricorre molto spesso e quindi è parte della nostra vita.

Il sacerdote ci ha battezzato, ci ha guidato durante la catechesi, ci ha fatto conoscere il perdono di Dio e il rinnovarsi del sacrificio di Gesù sull’altare, ci ha fatto incontrare lo Spirito di Dio e la forza dei suoi doni, gli sposi cristiani rivedono nel proprio album il sacerdote che ha vincolato il loro amore al grande Amore di Dio; qualcuno, immobile in un letto, può raccontarci la gioia del conforto che il prete gli porta; poi ci sono i momenti di dolore e lì scopri che hai cercato il prete perché ti sembrava che con lui la distanza tra il tuo dolore e Dio, si riduceva sempre di più.

Poi ci sono i momenti liturgici di ogni giorno e di ogni settimana che scandiscono il nostro impegno di fede e lì il sacerdote è indispensabile.

E se qualcuno di noi avesse cercato in un sacerdote la figura di una guida spirituale, allora la riflessione diventa più ricca e più facile ancora , perché il rapporto costruito con il prete diventa molto personale.

In una parola: il sacerdote fa parte della nostra vita e se da piccoli lo abbiamo guardato con soggezione, da adulti dovrebbe essere diventato un vero e proprio riferimento per la nostra fede.

I sacerdoti ci permettono di essere Chiesa, perché la loro presenza come “educatori alla fede”, “annunciatori della Parola Dio”, “dispensatori del Perdono di Dio”, “operai al servizio di Dio”,”portatori di Luce”, “ testimoni del Vangelo della speranza e della carità”… ci permettono di sviluppare quel senso si appartenenza ad essa.

Non sono illusi, fuori dal mondo, semplici volontari arruolati nelle fila di un buonismo altruista, supereroi o santi, sono …innanzitutto uomini che la vocazione e il dono dello Spirito Santo ha reso più maturi, capaci di coraggio e generosamente impegnati nel quotidiano esercizio del loro ministero sacerdotale.

Uomini che sbagliano, soffrono, hanno le loro piccole fragilità, ridono, amano di quell’amore che non può essere solo per una donna o per una famiglia, ma per la grande famiglia della Chiesa.

E viene spontaneo chiedersi: Ma quanto è grande il loro cuore?

Uomini, che come tutti gli uomini, non dovrebbero mai soffrire di solitudine, o meglio dovrebbero provare questo sentimento solo per quel tanto che basta loro per la preghiera e la meditazione, ed ogni giorno quando si risvegliano, dovrebbero sperare che fuori dalla loro porta, c’è una comunità che li aspetta, li sostiene e prega per loro.

Uomini chiamati da Dio a servire altri uomini.


Laura Boffi


UN GIOVANE …SUI GIOVANI

In una delle periodiche chiacchierate, avevo chiesto ad Alan di mettermi per iscritto alcune delle cose sulle quali ci si era confrontati. Il suo non è un lavoro facile né usuale; lui, giovane, è sempre a  contatto con il mondo giovanile, il cosiddetto “popolo della notte” del quale fanno parte anche molti nostri adolescenti e giovani.

Ne è nata questa riflessione, molto spontanea e … giovanile anche nel linguaggio. Ma che penso potrà far bene.

D. Egidio

 

Ciao caro Egidio…

Mi hai chiesto qualche riflessione… a me che sono un imprenditore della vita notturna, cioè a me che guadagno da vivere nei luoghi “di perdizione” giovanile… ma proprio a me questa nuova realtà giovanile sconcerta e delude, quindi con piacere eccoti le mie considerazioni. Buona lettura.

Dopo una riflessione, di mesi ormai, direi che è il caso di partire da un confronto tra la mia generazione e queste parlando di crescita familiare.

 

Io che ho solo 28 anni però sono ancora della generazione in cui i cellulari non esistevano! Il cellulare ha cominciato a diffondersi quando io avevo 18 anni ormai, sicché io e i miei coetanei abbiamo vissuto la nostra infanzia e adolescenza in quella incredibile situazione che pare oramai preistorica dove per sentire l’amico/a, dovevi citofonare o chiamare a casa dove rispondevano sempre i genitori! Sempre in quella preistoria non esisteva nemmeno la playstation! Già! E per giocare e divertirsi i bambini, come gli adolescenti, erano costretti a incontrarsi, condividere, sudare e sporcarsi… Ciò comportava che ci fosse un luogo fisso, sicuro e coordinato che sapesse far incontrare e interagire tutte queste entità che necessitavano di contatto e comunicazione per passare le giornate in maniera piacevole e chiaramente costruttiva, quantomeno si imparava a vivere con persone diverse da noi con le soddisfazioni e le delusioni del caso. Solitamente fino ai 12/14 anni quel luogo era di certo l’oratorio, poi via via il parchetto o le panche vicino a casa e così via…

Ora Egidio… io non so ma tutto questo iter di crescita è stato velocizzato, cambiato o storpiato da un educazione trasversale che passa un po’ da tutte queste nuove tecnologie… non dimentichiamo internet e software come messenger o facebook (programmi di comunicazione istantanei per cui non è + necessario uscire di casa per parlare con tutti i propri amici).

Il fatto grave che io posso notare è la completa non preoccupazione da parte dei genitori verso questi nuovi strumenti, verso questo mancato rapporto dei propri figli con i loro coetanei. Un bambino è chiaramente un impegno da amare ma gravoso e in certi momenti in una famiglia sicuramente può forse diventare pesante gestire un bambino di 8 anni o 10 che ha l’argento vivo addosso. Per mia fortuna io sono cresciuto giocando a nascondino sotto il palazzo con gli altri, oppure all’oratorio dove venivo lasciato intere giornate a sfogare i miei istinti di bambino. Ma oggi sembra sia più facile dare a un bambino la playstation e comprare il gioco nuovo ogni settimana così da poter essere tranquilli, fare i mestieri e organizzare la casa.

 

29 anni neanche compiuti e sentirsi a disagio di fronte a giovani di 16, 17, 18 fino ai 23enni… Io a disagio in un qualsiasi confronto verbale con questi nuovi giovanissimi, in qualsiasi argomento, soprattutto in argomenti che non credevo nemmeno potessero uscire così smaliziati e da bocche così giovani.

In poche parole caro Egidio mi trovo in vera difficoltà e infastidito da ciò che mi circonda. Trovo necessario un richiamo ai genitori, al modo di porsi con i propri figli … alla necessità di ritrovare dei legami tra famiglie che aiutino a indirizzare i bambini verso un parco giochi più che verso camera loro e un computer!

Meglio una sbucciatura in + sulle ginocchia fin da piccoli che un bambino che impara 6 mesi prima degli altri a usare un computer… e poi, da adolescente, si ritrova “solo”.

Questo per parlare dei più piccoli… perché se devo pensare ai 16enni fino ai 20enni… Il discorso si complica! Già è un’ età difficile per nuovi stimoli, scoperte sessuali e possibilità che l’età stessa e l’indipendenza offrono… però questi ragazzi sono davvero lasciati a una realtà che oggi è troppo permissiva.. non credo ne abbiano colpa i genitori però gli stessi dovrebbero rendersene conto e “frenare” in qualche modo la corsa dei figli.

 

Tra i mille problemi che possono incontrare partiamo dal peggiore forse, la droga. Io come ben sai lavoro in discoteca da 10 anni e di certo lì non manca! La droga si trova ovunque, non viviamo con i paraocchi nella speranza che la cosa non ci toccherà mai! Preoccupiamoci, invece, in modo che se ci toccherà sapremo affrontarla o meglio cerchiamo di comunicare con i nostri giovani e dare le informazioni necessarie per fargli capire!

La droga, e mi ripeto, c’è da sempre, ai miei tempi cominciava a girare extasi; le cosiddette “droghe leggere” erano dovunque e si recuperavano senza problemi. Non è che fossero meglio di ora, erano sempre droghe ma… non erano cocaina! Diversi giovani si sono rovinati con le pastiglie negli anni 90, purtroppo; però erano tutte droghe che non davano una dipendenza devastante - e non esagero - come la cocaina.

La cocaina ha raggiunto ormai prezzi bassissimi ed è super reperibile. Il suo potenziale distruttivo è sottovalutato dai giovani, soprattutto dai giovanissimi! Anche se è brutto da dire bisogna mettere paura ai giovani perché non è una paura infondata!!! I ragazzi devono avere paura di drogarsi, di star male per una sniffata, di star male perché gli mancheranno i soldi per comprarla, perché basta un niente e la cocaina diventa padrona di te, senza non vivi più! Paura della cocaina perché non ti fa sentire gli effetti dell’alcol e poi tornando in macchina, la notte, dopo due tiri di coca e 10 gin lemon (non esagero) quando scende l’effetto della polvere bianca il primo palo è di chi guida!

Devono avere paura di prendere pastiglie perché gli ledono il cervello e parlano come dei ritardati (con tutto il rispetto di chi è malato). E a 25/26 anni, poi, si vede chi ha fatto uso di sostanze, e non scherzo se dico che nella vita di tutti i giorni soffre di “mancanza di pezzi”… chi più chi meno. E gli altri, visto che il giudizio degli amici è sempre importante per i giovani, gli altri lo notano e non perdono tempo ad allontanare o schernire chi “ha esagerato” per fare il grande qualche anno prima, anche se quella serata fu memorabile! C…….one! Hai esagerato? Han riso tutti? Bravo c……one, ora ogni tanto tremi e non sai perché, o ti senti triste e inadatto e non sai perché…

Lodi è una città, in realtà, con pochissima delinquenza, è una specie di isola felice se consideriamo il milanese, zona cmq a 15/20 km da noi. Lodi è una splendida cittadina per crescere un figlio, però i pericoli esistono e i danni che essi possono portare, a lungo o breve termine, sono ingenti.

Cosa dire ai genitori? Genitori non perdete tempo più del necessario per pulire casa e giocate con i vostri figli, parlate con i vostri adolescenti, aiutateli a coltivare interessi che riempiono la vita… il mondo si può visitare anche dal vero non solo su internet, giuro!

 

Un genitore non è un amico ma molto di più! Un genitore è una guida, un genitore è spesso un incomprensibile impositore per i ragazzi ma … un genitore è un genitore, è il compito più difficile che ci sia, questo Egidio mi sembra urgente fosse ritrovato, un senso di “voglia di educare”!

Egidio…è un po’ confuso e poco chiaro forse, intanto c’è questo di scritto. Un abbraccio


Alan


EDUCAZIONE: ALLARME BULLISMO

Sono molti gli argomenti che i media trattano ogni giorno. Tra questi, uno che sta particolarmente segnando i nostri giorni è sicuramente quello del cosiddetto “bullismo”. Dei problemi dell’adolescenza, della gioventù molto spesso tradita da comportamenti ed atteggiamenti sconvenienti, si stanno interessando diverse figure. Psicologi, insegnanti, associazioni educative, istituzioni, compresa la Chiesa, ed anche il Presidente della Repubblica sollecitano l’attenzione di tutti, ma specialmente dei genitori. Anche noi, che facciamo parte di una comunità che vive e tiene a cuore il problema dell’educazione dei ragazzi, proviamo ad interrogarci sull’argomento.

 

Qualche elemento per capire il problema

Partiamo dando uno sguardo a come la letteratura scientifica definisce l’essere “bullo”. Il bullismo rappresenta una forma di comportamento aggressivo che prevede intenzionalità, sistematicità e desiderio di potere.

Sino ad oggi l’attenzione si è focalizzata prevalentemente sui maschi e sulle forme fisiche e verbali di bullismo, ma gradualmente si sta spostando anche sulle ragazze e sulle forme indirette di bullismo. In questo fenomeno si riconoscono costantemente diversi soggetti: 1) i bulli, 2) le vittime, 3) i bulli-vittime e 4) i neutrali.

 

1 • Il bullo, agendo con comportamenti aggressivi persistenti, cerca visibilità attraverso l’esibizione di forza fisica, di potere e controllo sulla vittima e sui suoi oggetti, poiché non riesce ad esprimersi in altri modi.

 

2 • La vittima può appartenere a due diverse tipologie: a) passiva; è un soggetto timido, riservato, timoroso, insicuro, spesso con una caratteristica fisica che la differenzia dagli altri (capelli rossi, orecchie a sventola, cognome o nome particolari ecc.) e b) provocatrice; è irrequieto, irritante, aggressivo, attaccabrighe provoca gli altri, ma, essendo meno forte, finisce per avere la peggio.

 

3 • Il bullo-vittima riversa la frustrazione di vittima su altre vittime, si sforza di essere accettato dal gruppo dei pari, mentre cerca di non essere a sua volta vittima di bullismo. Presenta una personalità instabile essendo prima vittima provocatrice e poi bullo ansioso.

 

4 • I neutrali possono essere osservatori passivi, aiutanti o sostenitori del bullo e neutrali delle vittime oppure componenti del gruppo.

 

Il gruppo mantiene attive le dinamiche tra bullo e vittima con l’atteggiamento omertoso, divertito, indifferente o di incitamento. Per questo motivo la vittima è destinata a soffrire a lungo. Le conseguenze del bullismo possono a volte essere gravi: la vergogna nelle vittime può prendere il sopravvento ed alcuni bambini possono sviluppare disturbi somatici e di apprendimento. Il bullismo ha un impatto negativo sulla salute psicosociale: l’esserne ripetutamente vittime è stato associato con un aumentato rischio di insorgenza di patologie psichiatriche, con la tendenza all’isolamento sociale e alla depressione. Anche l’essere bullo è associato frequentemente alla depressione.

Il bullo è a maggior rischio di sviluppare comportamenti delinquenziali e questo non varia in rapporto al sesso di appartenenza.

La televisione è una delle cause che portano a sviluppare comportamenti riferibili al bullismo. Oltre alla televisione ci sono video games, dvd, internet ecc. e questa sovraesposizione non può non interferire sulla salute e sul comportamento psico-sociale dei bambini e ragazzi. Il bullismo è stato aggiunto alla lista delle conseguenze negative dell’eccessiva televisione, accanto ad obesità, disattenzione e aggressività. Frequentemente le vittime non parlano del problema né a casa, né con gli insegnanti e questo può portare alla non conoscenza del bullismo per molto tempo.

 

Vigilanza, senza ingenuità

Ragazzi “simpatici” ma irrequieti, prepotenti, ... violenti; guardandoci attorno possiamo vederne ovunque. Figli di buona famiglia, “bravi ragazzi” che frequentano associazioni sportive, circoli ricreativi, la parrocchia, l’oratorio… Sì, non stupiamoci. Non perché questo o quel ragazzo, questo o quel giovane frequentano assiduamente l’oratorio possono essere immuni dal tenere certi comportamenti. L’ambiente che si frequenta non è certo garanzia assoluta di educazione. Occorre che anche il soggetto si lasci educare. Abbiamo mai provato ad osservare i ragazzi e gli adolescenti durante i oro momenti di svago? Ci siamo mai soffermati ad ascoltare i loro discorsi? Ci siamo mai chiesti se anche nel nostro ambiente si possa annidare - se non si annidi già – il tarlo del bullismo? Non dobbiamo e non possiamo essere ingenui, ma anche all’interno dei nostri ambienti, non escluso l’oratorio, si possono riscontrare atteggiamenti che richiamano quelli associati all’essere bulli. Sovente la prevaricazione, di uno o di alcuni soggetti su altri ritenuti più deboli, si manifesta anche dove non si pensa si possa manifestare, anche nel luogo in cui meno ci si attende possa succedere, magari anche tra ragazzi che si reputa siano di ottima famiglia ed estrazione. Sì, perché il bullo non viene solo da situazioni di disagio. Il bullo può essere anche uno dei nostri figli.

 

Non stanchiamoci di educare

In questi giorni durante i quali la cronaca è ricca di episodi legati al mondo giovanile è triste accorgersi di come il periodo migliore della vita di una persona possa essere abbruttito dalla violenza e da comportamenti sconvenienti. Ragazzi capaci di uccidere pur di far parte di un gruppo, ragazzi che della vita pensano di aver già capito tutto, ma non sanno di non aver ancora iniziato a vivere, ragazzi che pensano di essere il centro del mondo, ma che non sanno di essere parte del mondo.

Le osservazioni che possono sorgere in ognuno sono molteplici. Trovare i rimedi è certamente difficile, capirne le cause forse lo è ancora di più.

L’educazione che diamo ai nostri ragazzi e adolescenti sta sicuramente alla base del problema e la famiglia è senza dubbio il primo soggetto capace di comunicare ai ragazzi i valori essenziali della vita, la fiducia negli altri e la capacità di vivere con e per gli altri. È evidente che l’impegno delle famiglie è basilare nella formazione sociale e morale dei ragazzi. La scuola, la parrocchia e le istituzioni, ai quali sono spesso delegati questi compiti, sono solo di complemento alla famiglia perno della formazione integrale dei ragazzi. Certo è che le nostre famiglie devono aprire gli occhi, vigilare, non pensare di essere al di sopra del problema. Non nascondere a se stesse le difficoltà, se mai ci fossero. Capire ed aiutare; tornare ad essere base della formazione dei loro ragazzi coadiuvando le istituzioni e gli educatori ai quali affidano i figli nella loro crescita morale, civile e spirituale, assumendosi la responsabilità dell’educare e mantenendo nel tempo gli impegni che l’essere genitore comporta.


Antonella e Fulvio Reina


NON ESISTE IL DIRITTO ALL’EUTANASIA

Domenica 4 febbraio, nel contesto del cammino del Gruppo Famiglie “giovani coppie”, il dr. Costantino Bolis, specialista in Anestesia e rianimazione e responsabile dell’associazione “Scienza e Vita” ha parlato sul tema: “La vita che finisce: Eutanasia, accanimento terapeutico, dignità del morire”. Il presente articolo fa sintesi di alcune questioni trattate.

 

Una convinzione profonda, da molti condivisa: la richiesta di eutanasia, la supplica di “farla finita”, è tanto più grande quanto più scadenti sono le cure per alleviare il dolore fisico e la sofferenza globale che affl igge molti pazienti tumorali e non, quanto più è deficitaria la figura del medico e della struttura sanitaria, della famiglia, della società civile e della comunità religiosa.

 

 

Concetti fondamentali

Il termine eutanasia significa provocare volontariamente ed in modo attivo, la morte di un paziente, magari per pietà su sua richiesta. Questo è quanto s’intende quando si parla di “eutanasia attiva” ed è il concetto a cui, esclusivamente, bisogna riservare il termine. Purtroppo usare la parola “eutanasia passiva”, per indicare l’interruzione dell’uso sproporzionato delle cure, altrimenti detto accanimento terapeutico, genera confusione e disorientamento nelle persone, soprattutto in chi non è medico o infermiere.

Il termine “accanimento terapeutico” è ormai divenuto familiare per la grande maggioranza delle persone e, come prima cosa, ci chiediamo se questo problema esiste veramente e se è lecito che ciò avvenga. Devo dire con assoluta onestà, che la materia è molto complessa e riassumerla in poche parole non è semplice. Intanto, a premessa d’ogni considerazione, mi preme sottolineare che, metodiche e tecniche di terapia intensiva, considerate alcuni decenni fa, terapie straordinarie, oggi non possono più essere intese come tali, o meglio non sono più così straordinarie come lo erano un tempo: penso alla dialisi, alla nutrizione artificiale ed anche alla ventilazione artificiale. In secondo luogo, è importante sgombrare il campo da un altro rischio che qualche volta si corre quando si parla di accanimento terapeutico: mai il fatalismo (spesso segno d’ignoranza e di non profonda competenza sulla malattia) deve indurre a pronunciare la frase: “Non c’è più niente da fare”, tralasciando di sperimentare metodiche d’avanguardia o la richiesta d’aiuto a specialisti e a centri più qualificati. Detto questo, certamente, esistono però condizioni cliniche in cui, veramente, non è lecito instaurare o proseguire trattamenti rianimatori intensivi, sofisticati, inutili e costosi. Non è lecito, in pratica, prolungare senza alcun motivo un’agonia, non rispettando né il malato né i suoi familiari. Evitare l’uso sproporzionate delle terapie non significa abbandonare chi sta per concludere la sua esistenza terrena. Non rianimare non vuol dire abbandonare! In mezzo ci stanno tutte le cure comunemente intese, la vicinanza, il sostegno e l’aiuto che tutti, personale sanitario, famiglie e volontari possono e devono, fino alla fine, riservare ad ogni paziente.

 

Quando questi concetti non sono chiari, o meglio non vengono ben spiegati, nelle persone può crescere il dubbio che nonostante l’eutanasia sia considerata dalla legge un omicidio, possano esistere forme sotterranee di eutanasia praticata coscientemente in ambito ospedaliero con l’utilizzo di farmaci ambivalenti che possono, cioè, diminuire le sofferenze ma anche abbreviare la vita. Su questo punto è necessario essere estremamente precisi. Non si può confondere o peggio ancora scambiare per eutanasia, il trattamento del dolore fisico, spesso atroce ed insopportabile, che affl igge, in particolare, i malati di cancro in fase avanzata. Combattere il dolore è un imperativo per ogni medico! La Terapia Antalgica, ormai da vent’anni, è diventata una vera e propria specialità della medicina e l’obiettivo che si pone, quasi sempre raggiunto con successo, è quello di riuscire a ridurre drasticamente o eliminare il dolore con tecniche sempre più ricercate e selettive, che tolgono il dolore senza alterare la coscienza e la vita di relazione del paziente. Nei casi in cui, oggi sempre meno, non si riescano a controllare i dolori atroci di una malattia devastante, l’impiego di farmaci narcotici ad alto dosaggio, con il rischio di causare sonnolenza e magari di abbreviare di qualche giorno la vita, è comunque doveroso e lecito: anche il dolore uccide! Un’ultima considerazione è rivolta soprattutto a noi cristiani. Nella lettera apostolica di Giovanni Paolo II Salvifici doloris, è chiaramente ricordato che del Vangelo della sofferenza, condizione certamente ed intimamente connessa alla vita d’ogni uomo, fa parte anche, a pieno titolo, la parabola del Buon Samaritano, espressione di come Gesù sia stato e vuole che noi siamo, attivi nel combattere il dolore e la sofferenza.

 

Professionalità, dedizione e strutture adeguate

Da questi presupposti, anche se non esclusivamente per questo, deriva una convinzione profonda che ho maturato in tanti anni di lavoro in ospedale ed anche d’impegno e servizio nel mondo ecclesiale e nella società civile. La richiesta di eutanasia, la supplica di “farla finita”, è tanto più grande quanto più scadenti sono le cure per alleviare il dolore fisico e la sofferenza globale che affl igge molti pazienti tumorali e non, quanto più è deficitaria la figura del medico e della struttura sanitaria, della famiglia, della società civile e della comunità religiosa. Non solo io la penso così, è un’opinione condivisa da chi, quotidianamente ed a tempo pieno, nei servizi di Cure Palliative e negli Hospice, vive con i malati terminali: nei pazienti ben curati la richiesta di eutanasia è bassissima. È evidente che se questo è il centro a cui ruota intorno tutto il problema, le rifl essioni che devono essere fatte sono di varia natura ed interpellano, in primo luogo, medici ed infermieri affinché svolgano sempre al meglio la loro professione, con competenza specialistica, impegno serio e dedizione autentica. Anche le famiglie, le associazioni di volontariato e le comunità parrocchiali hanno un ruolo insostituibile: tutti noi che lavoriamo nel mondo sanitario sappiamo quanto ciò sia vero e conosciamo gli effetti negativi del disinteresse e dell’abbandono dei malati da parte di chi dovrebbe aiutarli e comprenderli. Ma ciò non basta! Anzi devo dire che, purtroppo, quando affrontiamo queste tematiche nel mondo ecclesiale, ci fermiamo qua e dimentichiamo l’aspetto prettamente politico del problema, quello più strutturale. Ritengo infatti che, la Chiesa locale, abbia il dovere di sollecitare le Istituzioni preposte, in particolare ASL e Azienda Ospedaliera, a fare fino in fondo il proprio dovere, per offrire ai malati servizi moderni ed efficienti, risolvendo problemi decennali irrisolti.

 

“Non uccidere”

Penso che le argomentazioni fin qua esposte favoriscono sicuramente un dibattito pacato e sereno, ma non accontentano quelle persone che invocano la legalizzazione dell’eutanasia almeno in quei casi drammatici in cui essa viene ritenuta un atto di pietà.

Tengo allora a sottolineare, a premessa di ogni altra considerazione, che situazioni drammatiche, per le quali tutti noi dobbiamo avere il più grande rispetto ed un atteggiamento di discrezione che eviti facili giudizi e condanne, sono spesso sfruttate, invece, per incitare l’opinione pubblica ad esprimersi a favore della legalizzazione dell’eutanasia, con un’informazione distorta, imprecisa e faziosa. La pietà, autenticamente intesa, è un sentimento umano molto profondo e merita il nome di compassione. È il camminare con la persona che soffre, è riconoscere sempre la dignità umana, anche se è difficile vedere l’uomo in un corpo distrutto dalla sofferenza. In altre parole la pietà, se è vera compassione, cerca di amare sempre. Legittimare l’eutanasia significherebbe, anche se il paziente lo chiedesse, distruggere la fiducia indispensabile nei rapporti umani: quelli del malato con la sua famiglia, del malato e della famiglia con il personale sanitario; in tal caso il medico acquisirebbe un potese smisurato, sproporzionato e contrario a quanto Ippocrate, molti secoli fa affermava. “Non uccidere” resta un’esigenza morale indiscutibile e per i cristiani un comandamento da osservare sempre.

 

Il testamento biologico

Come s’inserisce in questo discorso il testamento biologico di cui da meno tempo si parla, ma che sta diventando un tema di grande attualità?

Il testamento biologico, che ha come sinonimi i termini “living will”, “testamento di vita”, “direttive anticipate”, “volontà previe di trattamento” e fa parte del tema più generale dell’autonomia del paziente. Autonomia che costituisce una conquista molto recente, contro un atteggiamento paternalistico che ha caratterizzato, per molti secoli, la professione medica e che non è più accettabile. Una persona, dotata di piena capacità, deve poter esprimere la sua volontà circa i trattamenti ai quali desidererebbe essere sottoposta nel caso in cui, nel decorso di una malattia o a causa di traumi improvvisi, non fosse più in grado di esprimere il proprio consenso o il proprio dissenso informato. Il tema, oltre ad essere nuovo, è molto vasto e delicato da affrontare ed in questo contesto mi limito a dire che per ora non abbiamo una legge in materia, ma soltanto un documento sulle direttive anticipate di trattamento, approvato dal Comitato Nazionale di Bioetica il 18 dicembre 2003, che auspica l’approvazione di una apposita normativa. Di certo, il testamento biologico non deve essere inteso, in alcun modo, come una pratica che possa indurre o facilitare logiche d’abbandono terapeutico, in altre parole non legittima il paziente a chiedere ed ad ottenere interventi eutanasici a suo favore. Non è un diritto all’eutanasia, ma esclusivamente il diritto di richiedere ai medici la sospensione o la non attivazione di pratiche terapeutiche sproporzionate all’obiettivo che si vuole raggiungere e che impediscono alla persona di morire con dignità.

 

Dr. Costantino Bolis

Specialista in Anestesia e Rianimazione

 

 

“Per eutanasia s’intende un’azione o un’omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. L’eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati”.

SACRA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE,

Dichiarazione sull’eutanasia,

5 maggio 1980

 

L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’ ”accanimento terapeutico”. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente.

CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA, N. 2278




RIFLESSIONI DI UNA MAMMA NELLA GIORNATA PER LA VITA

4 febbraio: 29° giornata per la Vita, una giornata per ricordare alle coscienze che da quasi trent’anni, quotidianamente, si perpetra una “strage di innocenti”, attraverso l’ applicazione (da interpretazione un po’ troppo ideologizzata) della legge 194 che regolamenta l’interruzione di gravidanza. In accordo con quanto esprimono i Vescovi attraverso il loro messaggio, mai come oggi è fondamentale scuoterci dal torpore e dall’ indifferenza in cui una certa cultura relativista ci vuole relegare.Come cristiani abbiamo avuto il “mandato” di essere il sale della terra, di essere “nel mondo” ma non “del mondo”, testimoni della meraviglia e del mistero della Vita,della sua inviolabilità, del valore assoluto dell’uomo, che non può essere barattato con false ed illusorie concezioni di libertà individuale. Una società dove non vengano rispettate e protette le vite più deboli, dove il valore di un essere umano dipende da quanto sia o meno desiderato, cercato, voluto, o da quanto sia perfetto,dove il fattore economico detta legge ,prevaricando ogni altro aspetto non può essere definita civile, umana e dignitosa. Mi piace ricordare a tal proposito una affermazione di Kant che ho letto in “Noi genitori e figli” che dice: “mentre le cose hanno un prezzo, gli uomini hanno una dignità: sono cioè talmente preziosi da non avere alcun prezzo”.

E’ triste constatare quanto questa affermazione venga disattesa, ma è anche una sfida decisiva per chi ci crede veramente.

Lavoriamo insieme perchè prevalga la cultura della vita, del rispetto e della gratuità. Perchè i nostri figli possano trovare in noi modelli significativi che sappiano farli innamorare della vita vera, bene da accogliere, da proteggere, da desiderare ,da ammirare, da affrontare, da godere.... come ci ha insegnato una piccola donna di Dio: Madre Teresa. Investiamo sui loro ideali per far crescere una coscienza critica di fronte alle falsità della vita facile del tutto-subito e del diritto senza

responsabilità.

Chiediamo al Signore che lo Spirito Santo illumini le menti e i cuori di coloro che operano nei consultori e in tutti i servizi che accolgono le donne che fanno richiesta di interrompere una gravidanza, perchè lavorino nel vero rispetto della donna e del bambino e per il loro Bene. Chiediamo il dono della solidarietà e della condivisione da attuarsi attraverso gesti concreti, con diponibilità, sensibilità, creatività e competenza da parte di persone di buona volontà che permettano di ritrovare un futuro di speranza a tante donne spesso provate da situazioni tragiche. Speranza che permetta loro di non dover conoscere anche quella sofferenza e quella solitudine provocate dalla scelta di morte che avevano pensato come unica soluzione.... Speranza che permetta di non privare tutta la comunità dell’unicità, della ricchezza e della irripetibilità di cui quel bimbo è sicuramente portatore. Un bambino non nato è un progetto d’amore mancato e con esso muore tutta la rete di relazioni che sarebbero state e che invece non potranno mai essere vissute. Ogni uomo ha un progetto unico su di sè, voluto per Amore, ogni essere non nato è una perdita assoluta e lascia un vuoto che niente e nessun altro umanamente potrà colmare.


Roberta Brè


TORNARE AL DIGIUNO

Non uno sciopero della fame, né un semplice sacrificio:

ma una pratica per conoscere ciò che è davvero necessario

 

Non si può vivere la quaresima senza vivere il digiuno. Anzi, la quaresima – come testimoniano ancora i testi liturgici che i cristiani continuano a pregare in questi 40 giorni, senza rendersi conto della schizofrenia tra il loro dire e il loro fare - è il tempo del digiuno per eccellenza. Ma sappiamo tutti che, purtroppo, il digiuno ha perso significato per i cristiani d’Occidente - a differenza di quanto avviene ancora oggi per le chiese ortodosse e orientali - e che ormai quasi nessuno crede che il rapporto con il cibo sia un luogo di esperienza spirituale. Il digiuno, dunque, appare come un’osservanza dei tempi passati, quando l’ascesi era ritenuta necessaria per andare in Paradiso e quando, paradossalmente, la fame era esperienza possibile per la maggioranza della gente. Tuttavia, ed è un altro paradosso, oggi il digiuno è sovente al centro dell’attenzione e si tenta di praticarlo per ragioni dietetiche, per motivi estetici o sportivi. Qualche volte poi appare come mezzo di lotta e di protesta, con il nome più politico di «sciopero della fame»: digiuno ostentato che deve “apparire”, essere assolutamente notato e messo in risalto dai mass media, pena il fallimento dello scopo prefi ssato; una forma di digiuno, questa, che è l’esatto contrario del digiuno cristiano che, secondo il comando di Gesù, dovrebbe avvenire nel segreto (cf. Mt 6,16), senza che nessuno se ne accorga. La mia generazione - che ha ancora praticato il digiuno dalla mezzanotte prima della celebrazione eucaristica, il digiuno alla vigilia delle feste e quello, seppur già attenuato, della quaresima - si è adattata in modo acritico e senza resistenza a questa perdita di uno strumento assolutamente necessario per una vita cristiana matura. È troppo tardi oggi per riprendere questa prassi così profetica, così capace di resistenza nei confronti del consumismo e dell’egoismo? Convinti che il luogo intrascendibile di decisioni e atteggiamenti rimane la coscienza, il cuore del cristiano, crediamo allora necessario riproporre il digiuno. Conosciamo bene questa atmosfera regnante in Occidente, dove risuonano messaggi ossessivi che chiedono «di tutto, di più e subito», dove i modelli sono tesi a quella voracità che chiamiamo consumismo e dove regnano «novelli dèi e signori» che impongono comportamenti narcisisti, maschere di un egoismo che non riconosce l’altro né, tanto meno, tra gli altri, gli ultimi e i bisognosi. Diciamo la verità: quelle rare volte che oggi si chiede il digiuno ai cristiani lo si fa nella forma, minacciata di ipocrisia, di una cena sacrifi cata a favore degli affamati, oppure come impegno per la pace. Troppo poco, e comunque il digiuno cristiano, quello «comandato» - sì, comandato! - da Gesù e dalla Chiesa primitiva è altra cosa e, tra l’altro, non va neppure confuso con il digiuno praticato dai musulmani durante il mese di ramadan.

Perché, dunque, il digiuno cristiano? Va detto che occorre praticarlo per capirlo e coglierne le motivazioni profonde. Innanzitutto, digiunare signifi ca imprimere una disciplina all’oralità. I monaci, in particolare, hanno avuto la consapevolezza che il cibo trascina con sé una dimensione affettiva straordinariamente potente: anoressia e bulimia sono gli indici di turbamenti affettivi che si ripercuotono nell’alimentazione. Ecco perché il comportamento alimentare nell’uomo riceve un “surplus” di senso: non dipende solo da bisogni fisiologici, ma appartiene al registro dell’affettività e del desiderio. L’oralità, allora, richiede una disciplina per passare dal bisogno al desiderio, dal consumo all’atteggiamento eucaristico del ringraziamento, dal necessità individuale alla comunione. E qui l’eucaristia mostra il suo magistero come esercizio ed esperienza di comunione, di condivisione. Ecco la ragione del digiuno prima dell’eucaristia: non una mortificazione per essere degni, non una penitenza meritoria, ma una dialettica digiuno-eucaristia, una disciplina del desiderio per discernere ciò che è veramente necessario per vivere, oltre il pane. Con il digiuno si tratta di dominare il vettore del consumo per promuovere il vettore della comunione.

Ma il digiuno è necessario anche per conoscere da cosa siamo abitati: chi prova a digiunare sa che, a partire dal secondo o terzo giorno, vede sorgere in lui collera, cattivo umore, bisogni prepotenti… Tutte occasioni per porsi domande essenziali: Chi sono io, in realtà? Quali sono i miei desideri più profondi? Da cosa sono interiormente toccato? Quando sono insoddisfatto e quando, invece, nella pace? Sì, il digiuno aiuta a scavare in profondità, a conoscersi nella propria intimità, nel segreto dove Dio vede e dove è trovato (cf. Mt 6,6). Certo, il digiuno sarà anche opera di penitenza, pratica di solidarietà e di condivisione, ma sarà soprattutto questo provare se stessi nel rapporto con il cibo per discernere la nostra vera fame e il nostro autentico rapportarci a Dio e ai fratelli. Nel digiuno, infatti, la nostra preghiera si fa corporale, si incarna in ciascuno di noi e il nostro rapporto intellettuale con la realtà si completa in questo confessare con le fibre del nostro corpo che noi cerchiamo Dio, che desideriamo la sua presenza per vivere, che oltre al pane abbiamo bisogno della sua parola (cf. Mt 4,4). Il digiuno non è un fine in sé, rimane uno strumento privilegiato della vita spirituale, teso anch’esso all’unico fine della vita cristiana: la comunione con Dio e con gli uomini.

Enzo Bianchi, priore di Bose


La speranza

La Fede è quella che tiene duro nei secoli dei secoli. La Carità è quella che dà se stessa nei secoli. Ma è la piccola Speranza che si leva tutte le mattine…

La Fede è una cattedrale radicata nel suolo di un paese. La Carità è un ospedale che raccoglie tutte le miserie del mondo. Ma senza Speranza, tutto questo non sarebbe che un cimitero.


Parliamo di speranza e lo facciamo attraverso alcuni versi di un famoso poemetto dedicato a questa virtù teologale da Charles Péguy e intitolato Il portico del mistero della seconda virtù (1911). Le immagini sono vivaci e un po' paradossali. Ci sono, però, due aspetti di questa virtù - che il poeta francese raffigura spesso come «una bimba piccina», la sorella minore delle altre due - che meritano di essere sottolineati. Anzitutto la sua quotidianità. Fede e carità hanno i colori del trascendente, dell'eterno e dell'infinito. L'apostolo Paolo dichiara, ad esempio, che la carità è la più alta e la più grande delle virtù.  La speranza, invece, è colei che ti dà la carica per camminare ogni giorno, «semplicemente e a testa bassa», come ancora diceva Péguy, rimanendo fedeli anche nel tempo della prova o quando il lavoro è pesante e senza apparente ricompensa. Ad Aristotele si attribuiva questa frase suggestiva: «La speranza è un sogno fatto da svegli». C'è, poi, una seconda nota che la riguarda: senza speranza ogni nostra azione od opera sarebbe forse grandiosa ma ferma e morta come un monumento solenne. La speranza impedisce al mondo di essere un cimitero perché continuamente ti è in noi e che viene da Dio… Glorifichiamo, dunque, Dio nel nostro corpo!» (1 Corinzi 6, 19-20).      


G.F. RAVASI
Avvenire  4 novembre 2005


CAMMINARE CON LUI

“Colui che è chiamato a credere deve uscire dalla propria situazione e mettersi a seguire Cristo. Finché Matteo resta alla dogana o Pietro attende alle reti, essi possono esercitare onestamente la propria professione. Ma se vogliono imparare a credere in Dio, devono seguire il Figlio di Dio, camminando con Lui”.

 

Al protagonista è bastato un solo versetto essenziale per narrare la storia di quell'incontro che avrebbe cambiato la sua vita: «Gesù vide un uomo chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, Gli disse: Seguimi! Ed egli si alzò e lo seguì» (Matteo 9, 9). Nella mia mente quella scena ha i contorni pensati da Caravaggio nella sua straordinaria tela di s. Luigi dei Francesi a Roma: Cristo, illuminato dalla luce radente di una finestra laterale, punta l'indice (citazione dell'indice michelangiolesco della Creazione di Adamo nella Sistina) su uno stupito Matteo, seduto coi colleghi al banco della dogana di Cafarnao, che con una mano al petto sembra chiedere: «Proprio io?». Ebbene, nella festa di s. Matteo ( in questa settimana) abbiamo voluto penetrare nel senso di quell'istante di 2.000 anni fa attraverso le parole del teologo (martire sotto Hitler) Dietrich Bonhoeffer, presenti nella sua opera Sequela. Il monito vale per tutti: per credere e per vivere un cristianesimo autentico bisogna distaccarsi da qualcosa. Anzi, da molto; ci sono parole severe ed esigenti di Gesù al riguardo. Chi pensa di salvare capra e cavoli, di tenere il piede in due staffe, di esercitare la comoda arte del compromesso, di star fermo nel proprio guscio protetto non ha conosciuto cosa significhi la vera scelta cristiana. C'è un «camminare con Lui» per strade pietrose e verso mete ardue; e imboccare questo percorso è tutt'altro che facile e scontato. Il distacco dalla comodità quotidiana è netto e lacerante.


G.F. RAVASI
Avvenire  21 settembre 2005


Dire Grazie

“Ti ringraziamo, o Signore, per questo luogo nel quale dimoriamo, per l'amore che ci tiene insieme, per la pace che oggi ci è accordata, per la speranza con la quale aspettiamo il domani, per la salute, il lavoro, il cibo, il cielo chiaro che riempiono la nostra vita di piacere”.


Questa è una delle Quattordici preghiere di Robert Louis Stevenson (1850-1894), il geniale inventore dell'Isola del tesoro e del Dottor Jekyll e del signor Hyde. Egli fa sfilare davanti ai nostri occhi le realtà semplici della vita: la casa, la famiglia, la pace, l'attesa, la salute, il lavoro, la natura. Solo quando viene a mancare una di esse, noi ci accorgiamo della loro importanza e sentiamo che la nostra esistenza viene quasi lacerata. Basta solo un esempio, che ai nostri giorni acquista un suo peso drammatico: il lavoro viene meno e in una famiglia piomba la paura e tutto sembra incrinarsi. Ma l'osservazione che vorrei fare è un'altra e si fissa sul verbo d'apertura, «ringraziamo». È curioso che nello stesso libro biblico delle preghiere, il Salterio, le suppliche e i lamenti siano quasi un terzo dei 150 Salmi, mentre i ringraziamenti siano solo una decina. Quando si è in difficoltà, si prega; superato l'ostacolo, si dimentica il dono e il fiore della gratitudine non riesce ad attecchire. Questo è vero anche a livello di relazioni umane. Il dire grazie dovrebbe essere un atteggiamento costante anche nelle piccole cose. Un proverbio arabo ricorda che «l'aria è una realtà ovvia, ma guai a non respirarla!». È questo un modo per ammonirci che esistono componenti semplici e quotidiane dell'essere e della vita che sono preziose, come l'aria, la luce, l'acqua, ma l'assuefazione non ce le fa sentire più come un dono vitale di cui ringraziare il Creatore.

G.F. Ravasi
Avvenire  3 settembre 2005


Ogni minuto perso

Quando avevo la tua età, ogni minuto perso mi sembrava una specie di disgrazia o di delitto, e cercavo di colmare tutto il tempo… Ogni giorno mi davo un voto per il lavoro effettuato con la motivazione di tale voto. Proprio in questo modo ho acquistato un bagaglio di cognizioni, l'abitudine al lavoro e soprattutto l'uso di giudicare le cose in modo autonomo.

 

Così scriveva dal confino nel 1936 al figlio Michail il teologo, letterato e scienziato russo Pavel Florenskij perseguitato da Stalin che lo eliminerà in un lager nel 1943 (dal libro Non dimenticatemi. Lettere alla moglie e ai figli, Mondadori 2000). La rappresentazione di una giovinezza così operosa è significativa e può sembrare "passatista" ai nostri giorni nei quali l'immagine della gioventù è piuttosto quella del branco che si trascina per strada, s'accampa per ore su un muretto, s'intontisce in una discoteca fino a notte fonda.

In realtà, si deve dire che esistono tanti giovani che s'impegnano senza tregua, coniugando studio, lavoro e volontariato. Ma il monito di Florenskij ha tutto il suo valore per giovani, adulti e anziani perché in agguato c'è sempre la tentazione dell'inerzia, grande dissipatrice di energie. È, allora, necessario far rinascere il senso di colpa per il tempo perduto, alimentando la vigilanza e l'impegno, la ricerca e la curiosità. Questo comporta certamente il dovere sociale di assicurare un lavoro ai giovani, di far fiorire in loro il desiderio di sapere e di operare. Ma significa soprattutto un'educazione dell'anima, una disciplina della volontà, una tensione autentica verso una meta. Scriveva un altro perseguitato e vittima (in questo caso di Hitler), il teologo Dietrich Bonhoeffer: «Nessuno apprende il segreto della libertà, se non attraverso la disciplina».

G. Franco Ravasi
Avvenire  


ORRENDA DOMENICA

Il lunedì ti giustifichi col lavoro che fai. Ma la domenica che scusa hai? Orrenda domenica, nemica dell’umanità?

Mi impressiona questa frase. Essa è una parabola icastica dell’atteggiamento interiore di molti, giunti al fine settimana. Quando lavori, aspetti il sabato e la domenica e con l’impegno nelle cose riesci a tirare avanti. Ma, giunto davanti alla festa, ecco il vuoto, ecco appunto l’«orrenda domenica». Ci si affida, allora, ancora al fare, al muoversi frenetico, alle cose, sempre nel terrore di essere lì, davanti a una parete, solo con te stesso, con quei pensieri che vuoi evitare. Non è neppure la malinconia del tempo che fugge o quella nobile amarezza che si scopriva nella Sera del dì di festa di Leopardi. È proprio la paura di un vuoto che progressivamente si è aperto dentro l’uomo contemporaneo e che affiora col suo alito freddo ogni volta che cessano le distrazioni e si dissolve quella specie di narcosi che è il fare o il possedere. C’è, dunque, un deficit di spiritualità, c’è una povertà di spirito che è il contrario di quella evangelica fatta di apertura all’amore, alla vita, al mistero, al divino. È per questo che la domenica diventa una «nemica» perché ti costringe ad essere veramente persona e non cosa o macchina.

GF. RAVASI
Avvenire  14 Maggio 2005


Terri votata alla morte. Patibolo sulla vetrina del mondo

Ha cominciato a morire, la fanno morire, le hanno tolto l'acqua e il nutrimento, muore goccia a goccia nell'agonia prolungata - infinita - della disidratazione, con lo sfacelo del corpo che correda questo protocollo di morte. Un protocollo previsto, descritto, mappato nelle sue crudeli stazioni intermedie, che i medici sanno e che il pudore ci vieta di evocare in chiaro, solo soffocando nella "sedazione" i picchi del tormento deciso.

Terri Schiavo muore così, perché qualcuno non vuole che le sia più data l'acqua e il cibo che lei non può assumere da sé. Il suo cuore batte, il suo respiro la ossigena, è autonoma nelle sue fondamentali funzioni biologiche, non è legata a una "spina", ma a un sondino gastrico perché non può prendere cibo e acqua con le sue mani. Ha sguardo e cenni, e sorrisi e fonemi, e mentre la scienza investiga le frontiere che distinguono la coscienza non comunicante dal coma e dallo stato vegetativo, nel territorio della disabilità cerebrale, Terri è semplicemente viva e disabile. E suo padre e sua madre ne intendono lo sguardo e i cenni, il sorriso e le voci, e l'avvocato Barbara Weller ne ha inteso il grido, poco prima dell'annunciato distacco della cannula. Terri Schiavo muore perché alcuni dottori della legge, uno dopo l'altro, e con verdetti alterni ma alfine confluenti nel supremo verdetto che "è legale che muoia" hanno girato il pollice nel verso della morte. [...]

Terri Schiavo sta morendo e la legge dice sì alla sua croce. Noi diventiamo oggi testimoni di una passione senza evangelista. Ma non ce ne andremo da sotto questa croce. Sono gli occhi ad apprendere, tutto il filosofare viene dopo. Sono gli occhi fissati negli occhi dell'agonizzante Terri, che ha sete. Le stilettate delle ultime ipocrisie sulla morte "sedata" sono un fiele e un aceto di maggior disgusto che l'atroce spicciata. Persino il dibattito sull'eutanasia in questo caso diverrebbe astratto, spiazzato perché Terri è viva e non terminale, è viva per il bicchiere d'acqua e di cibo che le diamo, o invece sta morendo se… Ora viene il tempo di capire che tutta la biblioteca di Babele sulla vita e sulla morte prende senso se dà risposta all'amore o al disamore. Lo shock di questa vicenda è il contatto incandescente con la verità vitale o mortale dell'amore o del disamore per Terri Schiavo. E per ogni altro vivente umano. È l'amore che ci fa vivi, è il disamore che ci fa disertori della vita.

G. ANZANI
Avvenire  25 marzo 2005


La gioia austera

Signore, facci ricordare che il tuo primo miracolo lo facesti per aiutare alcune persone a far festa, alle nozze di Cana. Facci ricordare che chi ama gli uomini, ama anche la loro gioia, che senza gioia non si può vivere, che tutto ciò che è vero e bello è sempre pieno della tua misericordia infinita.

 

Certo, la quaresima porta con sé un abito penitenziale, fatto di serietà e di severità. Eppure la metánoia, il vocabolo greco neotestamentario tradotto spesso con "penitenza", in realtà significa "conversione della mente", quindi un mutamento certo non indolore, ma per una nuova serenità e lievità dello spirito. E' per questo che Gesù ama parlare del regno di Dio sotto immagini festose e nuziali e, come ci ricorda Dostoevskij nel brano sopra citato, il suo primo miracolo l'ha compiuto per impedire che una festa nuziale fosse turbata.

Il cristianesimo è esigente ma non funereo, è impegnativo ma non masochistico. Una fede genuina fa assaporare il gusto della vera gioia. Un gusto che spesso è scimmiottato dal mero godimento, dall'allegria artificiosa e becera, dal piacere fisico, ma che da queste realtà è del tutto differente. La vera gioia, infatti, si irradia dall'anima, nasce da un amore autentico, ha bisogno di una coscienza in pace, ha radici interiori e non ha necessità del baccano esteriore. È per questo che può coesistere con l'austerità quaresimale. Anzi, già un antico maestro pagano, caro per altro alla tradizione cristiana, come Seneca non esitava a scrivere all'amico Lucilio: «La vera gioia è res severa», è una realtà seria e austera. Ritroviamo, allora, la bellezza di questa «splendida scintilla divina», come la chiamava Schiller nel suo celebre Inno alla gioia.

G.F. RAVASI
Avvenire  27 febbraio 2005


Una giornata cupa “valle oscura” dell’anima

Che giornata, che ore. Come centellinare una bevanda gelida. Sorso dopo sorso. Pianissimamente. Con il cuore stretto in gola. L'orecchio attaccato ai notiziari, e l'occhio che sbircia lo schermo tv. Notizie allarmanti da una parte, immagini meste dall'altra.

Fino in fondo, tuttavia. Quante volte è riaffiorato alla mente, nelle stesse ore, l'espressione cui il Papa affida la sintesi del suo convincimento interiore, della sua determinazione a servire la Chiesa e gli uomini finché Dio gli lasci un filo di forza. Fino in fondo. E noi? Noi chi siamo? La sua caparbietà a vivere e a servire è come un appiglio saldo al quale ci si afferra, ora che lo sappiamo di nuovo in quella camera del Gemelli, in ore cupe, gravide d'ansia, nelle quali ci scopriamo angosciati per quella voce inattesa di ieri mattina - il Papa di nuovo ricoverato quando il peggio sembrava alle spalle, quasi dimenticato -, ma anche per il sommarsi di altre notizie, altre riflessioni, lacrime, per molti. Con la morte di don Giussani, infatti, questi giorni si erano colmati d'un tratto di mestizia e di sgomento, di un senso di privazione, di irrimediabilità. Non occorreva essere ciellini per cogliersi in lutto [...]. Non sapevamo che dietro l'angolo c'era ancora una salita per queste nostre ore, che la fatica interiore di queste giornate non era terminata. E anzi appare ancora tutta davanti a noi, a sfidarci. Sì, perché appena l'anima è sembrata prendere le misure di quel che era accaduto a Milano, eccola spazzata da un altro richiamo, un nuovo prepotente invito a vedere più in là, dove si può spingere solo la preghiera. È il terreno della fede, la «valle oscura» evocata dal cardinale Ratzinger ieri nel Duomo gremito di folla. Anche il Papa dunque, che nella sua debolezza sempre più esplicita sappiamo tutto nelle mani di Dio, ci mette di fronte a noi stessi, al bisogno che abbiamo di lui, alla paura che proviamo - paura, sì - al pensiero di poterlo perdere. Ci troviamo afferrati alla mano di un padre quando sperimentiamo tutta l'ansia per la sua salute. Ci immaginiamo tra i medici che decidono il da farsi per potercelo restituire ancora a lungo, e preghiamo perché compiano le scelte necessarie, perché la loro mano sia ferma e dolce. C'è un padre in quel letto di ospedale, un padre che ha aperto sentieri divini dentro la nostra epoca confusa, che ci ha generati - o rigenerati - alla fede. L'anima si perde di nuovo dentro questa «valle oscura», cerca quella mano, vuole ritrovare la luce, si sente portata ancora oltre. Fino in fondo, anche noi con il Papa. È troppo, davvero, per una sola giornata.

FRANCESCO OGNIBENE
Avvenire  25 febbraio 2005


Il formicaio

Tutto ciò che l’uomo cerca su questa terra è dinanzi a chi genuflettersi, a chi affidare la propria coscienza e in che modo, infine, riunirsi tutti in un indiscusso, comune e concorde formicaio.


S’intitola L’arte della libertà (Mondadori 2004) ed è un curioso tentativo di illustrare cinquanta categorie politiche, sociali e culturali attraverso altrettante opere di artisti. Ebbene, alla voce "conformismo" m’imbatto in questa citazione di Dostojevskij. Sono parole taglienti che fotografano una realtà costante che nel volume è illustrata ironicamente dalla tela veneziana Il concertino di Pietro Longhi. Il nostro tempo è ancor più esplicito e impudico nel mostrare la verità di quell’asserto: la moda impera e fa seguaci ciechi, il luogo comune imperversa sbeffeggiando chi si affatica a ragionare, la televisione accoglie folle di guardoni istupiditi da spettacoli volgari e "taroccati".

L’immagine del formicaio è illuminante, ma lo è soprattutto una frase amara: l’ansia di «affidare la propria coscienza» a un altro. È questa la vera perdita dell’anima, è l’essiccarsi della moralità, sostituita dal "così fan tutti". E se non siamo più che attenti, questa deriva colpisce ciascuno di noi, perché il conformismo è un nemico invisibile che si insinua in tutti gli ambienti, anche in quelli più santi, lasciandovi le sue spore. Parlando all’assemblea generale dell’Onu nel 1961, Kennedy aveva dichiarato: «Il conformismo è il carceriere della libertà e il nemico dello sviluppo».  Le sue catene sono, però, dorate e la sua violenza è dolce e nascosta. Per questo è necessario tener alta la guardia e non consegnare mai a nessuno la propria coscienza, ma neppure cloroformizzarla nella superficialità.

G.F. RAVASI
Avvenire  8 febbraio 2005


Amore, non semplice memoria

Com'è potuto accadere? [...] A sessant'anni dalla liberazione del più grande campo di sterminio nazista [...]quella domanda non ha ancora trovato risposta. È il mysterium iniquitatis che si nasconde nel cuore dell'uomo. È con questo che vanno fatti i conti, ogni volta che si parla dell'Olocausto.

Quasi nessuno oggi mette più in dubbio o è tentato di minimizzare il genocidio degli ebrei pianificato da Hitler. Quasi nessuno, s'intende, nel mondo civilizzato e democratico. Il fatto che la Shoah quest'anno sia stata ricordata per la prima volta all'Onu, dopo una mozione approvata anche da vari Paesi di tradizione islamica, è un segno decisamente confortante. Ma cosa può garantire che non si ripeta più? Il ricordo, certamente. Eppure la memoria inevitabilmente è destinata a perdere vigore con la scomparsa dei testimoni diretti. Alla commemorazione del prossimo decennio saranno pochissimi coloro che potranno parlare in prima persona. Il dovere della memoria sarà affidato agli educatori, prima ancora che ai politici. C'è il rischio che Auschwitz diventi una metafora del male, una sorta di mito che già ora è l'obiettivo polemico dei cosiddetti negazionisti. Non dimenticare la Shoah diventa così un imperativo dello spirito. Auschwitz è stata costruita non solo e non tanto per uccidere degli uomini, ma per dimostrare che nell'uomo non esiste nulla di sacro. La coscienza è un'invenzione ebraica, dicevano i nazisti. E se non c'è nulla di sacro, allora non esiste la dignità, non esistono diritti, ed è possibile sperimentare tutto su un uomo ridotto a cavia di una folle ideologia. Auschwitz è il punto d'arrivo dell'ateismo che vede nel campo di sterminio la realizzazione del potere assoluto. Ecco, com'è potuto accadere. Ed ecco perché non basta la memoria per impedire che si ripeta. Del resto, qualcosa di assomigliante è già accaduto in Ruanda, in Indonesia. Ed accade ancora oggi nel Darfur. Ad Auschwitz molte persone dimostrarono amore anche verso i carnefici. Ce lo ha ricordato il Papa nel suo messaggio di ieri. «Grazie a loro si è resa palese una verità: anche se l'uomo è capace di compiere il male, a volte un male enorme, non potrà mai avere l'ultima parola». Non lo ha detto esplicitamente ma la frase è una citazione di Edith Stein, l'ebrea filosofa divenuta suora carmelitana, deportata ed uccisa ad Auschwitz: «L'odio non può avere l'ultima parola».  È l'amore, non la semplice memoria che può impedire il ripetersi del più grande crimine della storia.

LUIGI GENINAZZI
Avvenire  28 gennaio 2005


Cristiani uniti: il mondo attende

1. Ha avuto inizio 1l 18 gennaio la "Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani". Si tratta di giorni di riflessione e di preghiera, quanto mai opportuni per ricordare ai cristiani che il ristabilimento della piena unità tra di loro, secondo la volontà di Gesù, impegna ogni battezzato, pastori e fedeli tutti.

La "Settimana" si svolge a qualche mese dal quarantesimo anniversario della promulgazione del Decreto del Concilio Vaticano II Unitatis redintegratio, testo chiave che ha posto la Chiesa cattolica fermamente ed irrevocabilmente nel solco del movimento ecumenico.

2. Quest'anno, il tema ci pone di fronte ad una verità basilare per ogni impegno ecumenico, e cioè che Cristo è il fondamento della Chiesa. Il Concilio ha fortemente raccomandato la preghiera per l’unità quale anima di tutto il movimento ecumenico. Poiché la riconciliazione dei cristiani "supera le forze e le doti umane", la preghiera dà espressione alla speranza che non delude, alla fiducia nel Signore che fa nuova ogni cosa . Ma la preghiera deve essere accompagnata dalla purificazione della mente, dei sentimenti, della memoria. Diviene così espressione di quell’"interiore conversione", senza la quale non c’è vero ecumenismo. In definitiva, l’unità è un dono di Dio, dono da implorare senza stancarsi con umiltà e verità.

3. Il desiderio dell'unità va estendendosi e si approfondisce toccando ambienti e contesti nuovi, suscitando fervore di opere, iniziative, riflessioni. Anche recentemente il Signore ha concesso ai suoi discepoli di realizzare importanti contatti di dialogo e di collaborazione. Il dolore della separazione si fa sentire con sempre più viva intensità, davanti alle sfide di un mondo che attende una testimonianza evangelica chiara e unanime da parte di tutti i credenti in Cristo.

4. Come di consueto, a Roma la "Settimana" si concluderà con la celebrazione dei Vespri, il 25 gennaio, nella Basilica di San Paolo fuori le Mura al quale prenderanno parte rappresentanti di altre Chiese e Confessioni cristiane. Io mi unirò spiritualmente, e chiedo anche a voi di pregare perché l’intera famiglia dei credenti possa raggiungere quanto prima la piena comunione voluta da Cristo.


GIOVANNI PAOLO II
all’udienza generale di mercoledì 19 gennaio 2005  


Ognuno e Nessuno

Questa è la storia di quattro persone chiamate Ognuno, Qualcuno, Ciascuno, Nessuno. C'era un lavoro urgente da fare e Ognuno era sicuro che Qualcuno lo avrebbe fatto. Ciascuno avrebbe potuto farlo, ma Nessuno lo fece. Finì che Ciascuno incolpò Qualcuno perché Nessuno fece ciò che Ognuno avrebbe potuto fare.


«Quest'estate mentre ero in ferie sui monti della Valsassina sulla porta d'ingresso del panificio di una località ho trovato esposta questa "storia" di autore ignoto, un testo originale e simpatico». Con queste righe un lettore di Vanzaghello (Milano) accompagna l'apologo morale che ho pensato di proporre all'inizio del nuovo anno. È una semplice parabola che registra una vicenda destinata a ripetersi chissà quante volte, incarnando quella malattia della società che è lo scaricabarile, l'inerzia, l'indifferenza, il ricorso all'alibi per sottrarsi a un impegno personale, destinato a creare un beneficio anche per gli altri.

Noncuranza, trascuratezza, negligenza, disinteresse alla fine corrompono la democrazia, sporcano le nostre città, inquinano l'ambiente, debilitano la sensibilità etica. Si è pronti forse ad essere esigenti sui propri diritti, vomitando insulti di fronte alla più piccola difficoltà o contrarietà. Ma di fronte ai propri doveri si batte subito in ritirata accampando ogni genere di scusa. Lo scrittore inglese Oscar Wilde ironizzava affermando che «il dovere è quello che ci aspettiamo dagli altri». Proprio come suppone la storiella citata, emblema di un egoismo ottuso che scardina il tessuto della convivenza. Ritroviamo, perciò, la responsabilità dell'essere tutti un "Ognuno" con un compito, prima di diventare tutti un vuoto e inerte "Nessuno".


G. FRANCO RAVASI
Avvenire  2 Gennaio 2005


Pensare senza frontiere

Abbiamo tutti presente come l'urto emotivo di una catastrofe naturale o di una guerra, magari amplificata dai media, provochi puntualmente una grande solidarietà. Tuttavia, quando le difficoltà perdurano, specie se ci toccano da vicino, ecco spesso emergere subitanee chiusure e camuffati egoismi, mancanza di un rispetto effettivo della vita e della dignità umana, disimpegno e indifferenza. Si tratta a quel punto di problemi che chiedono di stare nella società con cuore rinnovato proprio grazie agli eventi stessi, e dunque di spendersi a favore degli altri. «Quanti pani avete?…Come faremo a sfamare queste folle?». Quando ci si lascia interpellare da un'emergenza e dai bisogni spietati del nostro tempo si scopre la fatica, a volte l'impossibilità di approntare soluzioni e di prendersi in carico i volti della disperazione e della povertà. In questi giorni, colpiti violentemente dall'ecatombe che s'è schiantata sul Sud-Est asiatico, dobbiamo davvero pensarci «senza frontiere», dentro i guasti dell'intero creato, per educarci a considerarli correlati tra l'ambito locale e quello internazionale.

Restituire centralità e dignità alla persona porta con sé la necessità di un comune senso di responsabilità e di partecipazione attorno a stili di vita e a progetti che sappiano incidere nel nostro vivere quotidiano. «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». «Ora sapete queste cose… ma sarete beati quando le metterete in pratica». La solidarietà è questione di stile anzitutto. Non è forma o arredo, non è decoro o cosmesi, non è emotività. Lo stile qui è stigma indelebile e originale, attinto dalla cosa stessa. In altre parole, si tratta di verificare se le parole della compassione e le azioni della consolazione ci coinvolgono personalmente inducendoci a osservare e ascoltare con continuità. Obbligandoci a tenere occhi aperti e udito desto, oltre l'urto del momento. Ad esprimere autocontrollo nella denuncia, ma anche forza d'animo per non abbandonarsi alla sfiducia e all'esasperazione. Una vita che si modula sul registro della gratuità non si lascia mai andare, non paralizza l'altro con infauste previsioni. Può anche decidere di segnare un colpo, qualora ciò sia necessario, ma l'importante è che ci si ponga in favore di tutti, a partire dai più poveri. Comunque senza enfatizzazioni drammatiche, e partecipando - nel caso - alla paura comune con la fede. Si spoglia allora, questa vita, delle troppe armature e si cercano le poche parole che davvero servono e le azioni giuste e ben mirate. E ci si accosta intanto in tutta umiltà e con il grembiule dei servitori, volti a seminare calma, senso di oggettività, capacità di scrutare dall'alto e di puntare lo sguardo lontano, accettando talora anche l'impantanamento lungo le strade, nei viottoli, nei rigagnoli della singola vicenda umana. Una vita confortatrice che cerca a sua volta conforto, un'esistenza sostenitrice che cerca a sua volta sostegno, una storia consolatrice che ha bisogno di essere consolata. Senza una cura che si esprime nel quotidiano, nessuna presenza risulta davvero gratuita. Avere cuore e premura per i fatti dell'uomo non è cosa da poco. Significa tendere ad amare Dio con cuore pieno e il prossimo come se stessi. Dietrich Bonhoeffer ci aveva avvertito: «Resta un'esperienza di eccezionale valore l'aver imparato (…) a guardare i grandi eventi della storia universale dal basso, dalla prospettiva degli esclusi, dei maltrattati, degli impotenti, degli oppressi e dei derisi, in una parola, dei sofferenti… Tutto sta nel non far diventare questa prospettiva dal basso un prender partito per gli eterni insoddisfatti, ma nel rispondere alle esigenze della vita in tutte le sue dimensioni; e nell'accettarla nella prospettiva di una soddisfazione più alta, il cui fondamento sta veramente al di là del basso e dell'alto».

Vittorio Nozza
Avvenire  29 dicembre 2004