STRUMENTI
PER L'APPROFONDIMENTO E LA PREGHIERA
Strumenti per l'approfondimento e la preghiera - Vol. 1

Occhi simbolo.

Il cieco nato (Gv 9,1-41)

 

 

Introduzione

 

Domanda

Occhi simbolo. Questo è il tema di stasera.

Vi faccio una domanda iniziale, perché diate una risposta dentro di voi. È il miracolo che fa nascere la fede o è la fede che rende possibile il miracolo?

Nel Vangelo di Giovanni, quelli che noi chiamiamo miracoli per lui sono dei segni. Nove miracoli, nove segni. Segni di che cosa? Segni della fede (la samaritana: Gesù acqua viva che zampilla per la vita eterna; il cieco nato: gli occhi della fede che vedono in Gesù il Salvatore;  Lazzaro: Gesù è la risurrezione e la vita…). Il segno rimanda al significato. È allusivo. Allude a qualcosa che lo supera.

 

I tre occhi di lettura della realtà

Vorrei farvi presente che ci sono nella nostra vita tre occhi di lettura della realtà.

C’è una lettura estetica: il bello, il fascino dell’immagine (un turista che guarda uno spettacolo della natura, una cattedrale; esempio: la moda, ...: lettura estetica. La bellezza della realtà, quella esteriore.

Poi c’è una lettura sapienziale, che guarda il senso delle cose che succedono, il senso sotteso ai fatti. Ad esempio: perché la guerra?

Infine c’è la lettura di fede, il terzo occhio: il senso degli avvenimento dal punto di vista di Dio. Esempio: perché il dolore? La croce di Gesù che senso ha rispetto alla nostra sofferenza? Ricordate sotto la croce: “Se sei il Figlio di Dio scendi dalla croce e crederemo”. E Gesù non accettò la sfida. Ma quando morì, il centurione dice: “Veramente costui era figlio di Dio”. Lo stesso fatto visto con due occhi diversi: gli occhi increduli e gli occhi del credente. La meraviglia incredule e la meraviglia credente di fronte alla croce di Gesù.

 

Il contesto culturale di oggi

Ultima osservazione di precomprensione. Guardiamo un po’ com’è il nostro mondo di oggi, il mondo in cui viviamo. Che cosa vi domina? Dicono che è una civiltà dell’immagine, delle apparenze. Gli occhi sono abbagliati dall’effimero; occhi possessivi delle cose. E vogliamo spremere gratificazioni fugaci, istantanee; e abbiamo il culto del corpo. Questa è l’aria che si respira.

Premesso questo vediamo i tre occhi che ci sono in questo brano evangelico.

 

 

Gli occhi di lettura nel Vangelo del cieco nato

 

Gli occhi dei farisei. Sono abbagliati da che cosa? Dalla legge. Accusano Gesù di essere peccatore perché opera miracoli in giorno di sabato. La legge lo proibiva. Dio non guarisce un peccatore. E ricorrono alle minacce. La fede come paura. Nessuna trepidazione di fronte al mistero. È l’incredulità responsabile.

Detto per noi oggi: il formalismo religioso. Cosa vuol dire? Vivere a misura della legge. Le spalle coperte dalla legge anziché impegnare la nostra ricerca e la nostra coscienza. Così per esempio succede nella chiesa – tra le altre cose –; la gente ha paura si smarrisce di fronte ai cambiamenti culturali, anziché leggervi i segni dei tempi e darvi risposta. Il pessimismo dei cristiani tradizionalisti, i profeti di sventura, che si aggrappano al culto esteriore, qualcosa che li rassicuri. E vogliono la difesa della Chiesa come immagine; il suo prestigio. E pensare che la Chiesa mai fu tanto grande come quando fu povera e perseguitata.

 

Gli occhi dei genitori del cieco nato. Sono occhi turbati dalla paura. Paura dei farisei e della loro vendetta. Potevano infatti sfrattarli dalla sinagoga, la chiesa ebraica. E quindi assumono un atteggiamento un po’ pilatesco, un lavarsi le mani per evitare i rischi, per non compromettersi: “Chiedetelo a lui, è grande ormai”.

Detto per noi oggi: le nostre paure di credere veramente. La fede non è un calcolo. La fede comporta un andare contro corrente in un mondo dove gli occhi di carne stravincono su quelli del cuore e dell’anima. E Dio non è un calcolo matematico. Dio è un mistero a cui affidarsi. La fede non è un salto nel buio o nel vuoto, ma una persona a cui affidarsi, abbandonarsi a Qualcuno che è più grande del nostro cuore. Questo è detto per noi, oggi, per le nostre paure di essere dei diversi nella chiesa e nel mondo, in un contesto ostile, le nostre paure di assumerci responsabilità nella comunità cristiana e compiti educativi in famiglia con comprensione e fermezza. Le nostre paure di essere saldi e impegnati nel sociale, pur se circondati dal disimpegno, da un conformismo senz’anima. È a paura di Pietro sulla barca che affonda. “Uomini di poca fede, perché temete?”.

 

Gli occhi del cieco nato. Dovrebbe essere la nostra lezione di vita.

Gli occhi del cieco nato registrano una specie di escalation negli sguardi. Come è successo alla nostra storia di fede: dalla poca, alla media, al meglio della fede.

Dapprima vede in Gesù una persona buona. Se fa qualcosa di buono per gli altri deve essere una persona buona. Poi intravede un profeta. E solo alla fine scende nel mistero e riconosce in Gesù il Messia figlio di Dio e gli si prostra innanzi, sicché gli occhi di carne e gli occhi di fede coincidono. (“Di chi è la colpa” dice il testo. Pone un problema per scendere dentro le vicende interiori. “Vai alla piscina di Siloe” (il segno dell’acqua che purifica). “Lui, è proprio quello che mi ha guarito”. “Quell’uomo è un peccatore”, dicono i farisei. “Se non venisse da Dio”, risponde, “non potrebbe fare quello che fa”. Lo buttarono fuori. La prova. Incontra quell’Uomo di cui non conosce neanche il nome. “Tu credi nel Figlio dell’Uomo?”. “E chi è perché possa credere”. “Sono io che ti parlo”.

E si inginocchia. “Signore, io credo!”. La fede al termine di un percorso di comprensione della realtà a tutti i livelli, fino a riconoscere che in Gesù c’è il mistero di Dio ed è completamente affidabile. E nasce il coraggio di essere grati, il coraggio di raccontare i doni ricevuti a gente diffidente, il coraggio di subire conseguenze emarginanti (“lo buttarono fuori”).

Lo buttarono fuori. Il coraggio di affrontare la solitudine, là dove resta soltanto Colui che alfine conta. Ci sono solitudini desolate, e ci sono solitudini abitate. Si può essere soli nella folla e si può essere abitati in un cenobio, dove gli occhi di un eremita sono abbagliati dal mistero.

Detto per noi. Prima ero cieco, ora ci vedo; prima contavo sulla mia bravura, ora mi fido della Provvidenza. Prima cercavo Dio, ora mi sento cercato da Dio. Prima mi sentivo giudicato da Dio, ora mi allieta il suo sorriso. Prima mi scoraggiavo, ora respiro speranza. Prima ero cieco, ora ci vedo. Se il nostro occhio è appannato, tutto è pozzanghera. Se il nostro occhio è luminoso, gli succede come al sole: riflettendosi nel fango conserva intatti i suoi raggi. Se guardassimo di più il cielo, forse ci spunterebbero le ali. Detto con le parole di un poeta anonimo, che ha scritto queste parole su un organo antico: “Signore, noi siamo dei liuti, Tu sei l’artista; noi siamo dei flauti, tuo è il respiro; noi siamo dei monti, tua è la eco”.

 

Don Agostino Cantoni



torna indietro