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Strumenti per l'Approfondimento e la Preghiera - Vol.4

I discepoli di Emmaus: come ritrovare la gioia di essere credenti.

di don Adriano Migliavacca

 

Il papa ha pubblicato le sue riflessioni sull’anno trascorso e le sue esperienze vissute. Si tratta della lettera apostolica All’inizio del nuovo millennio, e in questa riflessione del Papa c’è subito, all’inizio, una considerazione simpatica, un passaggio molto familiare in cui dice: io ho visto durante tutto questo anno il fluire dei pellegrini a Roma per il Giubileo e ne ho tratto come l’immagine di che cosa è la Chiesa: un popolo in cammino, una comunità in cammino. Letteralmente scrive: “Il mio sguardo. Quest’anno non è rimasto impressionato soltanto dalle folle che hanno riempito Piazza San Pietro durante le molte celebrazioni. Non di rado mi sono soffermato a guardare le lunghe file di pellegrini che erano in paziente attesa di varcare la Porta Santa. In ciascuno di essi cercavo di immaginare una storia di vita, fatta di gioia, di ansie, di dolori; una storia incontrata  da Cristo, e che nel dialogo con lui riprendeva il suo cammino di speranza” (NMI 8).

 

Mi sembra che queste parole molto familiari, molto personali, del Papa, quasi siano una interpretazione sintetica del testo biblico che noi abbiamo ascoltato.

Non è allora la storia di due di Emmaus, è la nostra storia. Stasera siamo noi coinvolti in questa pagina evangelica; noi siamo questi pellegrini; questa è la nostra storia che, incontrata da Cristo e nel dialogo con Lui, riprende il suo cammino.

 

E allora noi ripensiamo a questo testo del vangelo di Luca come aiuto a leggere la nostra storia che riprende speranza.

 

 

La cornice

Il racconto, molto vivo, è chiaramente disegnato entro una cornice: la cornice è quella iniziale e quella finale. All’inizio il cenno è a due che se ne stanno andando. “In quello stesso giorno (che è lo stesso giorno delle esperienze prima raccontate, cioè il giorno di Pasqua e l’incontro con il Risorto) due di loro erano in cammino per un villaggio” (v.13); ma non erano in cammino nel senso che stavano facendo un viaggio: se ne stavano andando!. Non è il cammino indifferente di due che stanno trasferendosi da un posto all’altro; no, è l’itinerario di chi se ne sta andando, di chi sta abbandonando.

Questo è il quadro d’inizio.

“Due”, poi, non è tanto problema numerico. È che alcuni si stanno aiutando l’un l’altro ad andarsene; si sospingono nell’andarsene.

 

Il quadro finale è che i due, di corsa, senza indugi “fecero ritorno a Gerusalemme dove trovarono gli undici e riferirono ciò che era accaduto” (v.33). Questa è la cornice: l’immagine iniziale è di due che se ne stanno andando; l’immagine finale è di un ritorno. Circa il loro andarsene non viene detto nulla quanto ad atteggiamento; del ritorno si dice “senza indugio”, cioè quasi con atteggiamento di premura interiore, di urgenza interiore.

 

Dentro questa cornice, che cosa è successo tanto da cambiare sostanzialmente la situazione? Cosa è accaduto perché il cammino di questi che se ne andavano diventi un cammino di ritorno? Qual è l’esperienza vissuta che ha cambiato la loro vita? Chi ha invertito la loro direzione di vita?

 

Riprendiamo il racconto, poiché rileggendo questa vicenda stiamo interpretando noi stessi.

 

Il cammino verso Emmaus: una storia incontrata da Cristo

Se ne stanno andando, e la loro scelta è più sotto da loro stessi motivata. Il loro andarsene è un processo interiore di disaffezione da Gesù e dalla comunità dei discepoli. Questo è ciò che stanno lasciando. Stanno interiormente distaccandosi dall’esperienza del discepolato. Stanno lasciando una relazione con Lui, Gesù, e una appartenenza, l’appartenenza alla comunità dei discepoli. Perché?

Lo dicono loro stessi: raccontano (in seguito alla domanda di Gesù), cosa è accaduto, e a quel punto dicono: la storia è finita lì; per questo noi ce ne stiamo andando. Quindi non sono due che non sanno le cose; raccontano la storia di Gesù, ma raccontano una storia che non hanno capito. Raccontano una storia che all’improvviso, per loro, è diventata irrilevante perché il finale di quella storia non è quella da loro attesa.. È un sapere la dottrina; in realtà è un sapere che non illumina la vita, che non sostiene la vita. Loro sanno…; dicono: “Gesù di Nazareth che fu profeta….”. Sanno tutto, e se ne stanno andando. Il motivo è la crocifissione, cioè l’esperienza di una fede inefficace, l’esperienza di una attesa delusa. Avrebbero aderito e sarebbero rimasti di fronte ad un Messia vincente; davanti ad un Cristo perdente, no! Quel che motiva il loro andarsene è la insoddisfazione nei confronti di come stanno andando le cose. Una fede non vincente non val la pena di essere vissuta. Una comunità entro la quale non si vivono rapporti caldi, costruttivi, entusiasmanti…ah!…non val la pena di rimanerci!

Se ne stanno andando perché  Lui e la comunità – ritengono – non hanno risposto alle loro attese.

 

Dentro questo itinerario di abbandono, di disaffezione interiore, comincia la vera vicenda di Emmaus, si fa presente l’iniziativa del Signore.

E l’iniziativa del signore è come scandita dai passi diversi che noi mettiamo in luce e che poi cerchiamo di pregare e di cogliere per noi.

 

1°- “ Mentre discorrevano e discutevano insieme Gesù in persona si accostò e camminava con loro” (v.15).

Il primo passo dell’iniziativa di Dio è la condivisione, è il farsi vicino. Non è l’insegnamento, il rimprovero, il riprendere, il farsi parola… È il farsi vicino. Il primo atteggiamento di Dio, non solo nei confronti di chi lo cerca, ma anche nei confronti di chi lo abbandona. Dio non abbandona, nche chi lo sta abbandonando! Lui è fedele.

Dunque, la sua i iniziativa è la compagnia.

“Camminava con loro…”. E questo “camminava con loro” possiamo pensarlo nei termini di una compagnia silenziosa, quasi inavvertita. Non si impone. Dio non irrompe nella nostra vita, quasi sconcertandola. È silenziosamente vicino. È un compagno di strada non vistoso. Non grida, non rimprovera, non aggredisce. Non esibisce la delusione sua dell’essersi sentito abbandonato, tradito…Egli solo si fa vicino, testimoniando solidarietà.

 

2°- “Gesù disse loro:…”. Dentro la solidarietà e la compagnia affiora la prima parola: “Che cosa sono questi discorsi che state facendo?” (v.17), di che cosa state parlando?

È l’invito a rientrare in noi stessi e a renderci conto di dove stiamo andando.

Secondo passo dell’iniziativa di Dio è il tentativo di aiutarci a ritrovare noi stessi. Non è un insegnamento. È una domanda, una sollecitazione a tirar fuori quello che c’è dentro, nel cuore.

Il Signore ci aiuta a entrare in dialogo con noi stessi, a non rimanere estranei e forestieri a noi stessi; il Signore ci invita a dar parola a quello che stiamo vivendo. E Lui? Lui rimane in ascolto. Prima di diventare Parola, Gesù è “ascolto”. Ci ascolta: è l’azione interiore, misteriosa, dello Spirito; l’azione interiore del Signore è un’azione che ci aiuta a rientrare dentro di noi e ad operare il discernimento di ciò che ci sta accadendo. E queste domande ci sono riproposte questa sera. La medesima domanda rivolta ai due di Emmaus, è rivolta a noi: “Dove state andando? Di che cosa state vivendo? Dentro di voi…Cosa sta accadendo alla vostra vita di fede? Il Vangelo, dentro di voi, che rilevanza ha in questo momento? Dove state andando?  Che senso ha l’insieme delle scelte e degli orientamenti di vita che state vivendo? State forse camminando in modo irriflesso?”.

 

3°- Loro gli rispondono, entrano in dialogo. E allora, dopo aver a lungo ascoltato (si tenga presente che buona parte del racconto non è parola di Gesù, ma quella dei discepoli: Gesù lascia che si raccontino), ecco il terzo passaggio:

“Cominciando da Mosè e da tutti i profeti Gesù spiegò loro, in tutte le Scritture ciò che si riferiva a Lui” (v.27).

Il terzo passaggio dell’iniziativa divina è quello di aiutarci a trovare un giudizio cristiano sulla vita. Non il giudizio dell’immediatezza, dell’emozione, del pensiero dominante. No. Ci aiuta a guardare alla nostra vita alla luce del vangelo, alla luce del disegno di Dio. “Spiegò loro”, alla luce delle Scritture. Ecco, in questo “spiegò” bisogna cogliere l’iniziativa del Signore che ci aiuta a ragionare, e non in astratto, ma a ritrovare il giudizio di Dio sulla nostra vita.

 

4°- Lo invitano, allora, a restare. Sembra che il camino stia giungendo al termine e Lui sembra voler andare oltre. Lo invitano a restare con loro. Ecco allora il quarto atteggiamento dell’iniziativa di Dio: ”Egli entrò per rimanere con loro” (v.29). (Poi c’è il gesto dello spezzare il pane, del distribuire ecc. che richiama chiaramente il senso dell’Eucaristia).

Il Signore, nella nostra vita, non è di passaggio, presente qua e là in qualche circostanza…Il Signore nella nostra vita è una certezza, è una compagnia stabile. Il Signore è ospite stabile nella nostra casa; non è un invitato speciale in qualche rara occasione. Viene per rimanere. Si offre come compagnia.

E nel gesto dell’Eucaristia ci dice in che modo si fa presente nella nostra vita: come dono di sé. Non viene per prendere, per portare via; non viene per chiedere, per esigere. Non viene neanche per insegnare. Viene per donarsi, per farsi presente come dono. E rimane come dono.

 Allora a questo punto ecco la svolta nella storia dei discepoli, quando riescono a capire che il Signore è presente come dono. Ci sono qui le indicazioni del radicale cambiamento, gli atteggiamenti della “svolta”:

a)       “ si aprirono gli occhi e lo riconobbero” (v.31). Che cosa riconoscono? In che senso si aprirono gli occhi loro? Riconoscono che la crocifissione non era il vertice del fallimento, ma era il punto più alto del dono di sé. E in quel Cristo crocifisso loro riconoscono il dono che Dio fa di sé stesso. “Allora si aprirono loro gli occhi…”. Quando la loro vita prende questa svolta si accorgono che la presenza del Signore in loro è dono di vita fino in fondo, senza riserve.

b)      Parlando tra loro si dicono: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto…” (v.32). I due che se ne andavano sono l’immagine del lamento, della delusione, di chi dice tutta la sua tristezza nell’aver creduto…Qui c’è l’immagine della vita che rinasce. “Ci ardeva il cuore nel petto”. Sono l’immagine di persone contente, trasformate, trasformate interiormente; l’immagine del discepolo contento. Di che cosa? Non della riuscita delle proprie opere, fossero anche le opere religiose o pastorali; ma fondamentalmente contento di essere amato da Dio, di essere oggetto di un amore indistruttibile e fedele. Discepoli contenti per l’esperienza che fanno dell’amore di Dio.

c)       A questo punto il loro cammino si ravviva…in modo determinato, senza indugio. Con convinzione, si avviano verso Gerusalemme, da dove erano venuti via. Là cercano la comunità, e nella comunità  raccontano quello che è accaduto. Immagine visibile, concreta, questa, di un atteggiamento nuovo: di chi fa l’esperienza del sentirsi amato. Chi vive con gioia, con libertà interiore questa esperienza, diventa elemento costruttivo della comunità, di una esperienza comunitaria. Tornano e cercano con determinazione la comunità. Non solo una appartenenza generica… Tornano in comunità e raccontano. C’è qui l’immagine di una iniziativa operosa.

 

Emmaus: la nostra storia che riprende speranza

Allora, dentro questo itinerario, noi dobbiamo leggerci, e cercare di dare concretezza a questi passaggi.

1-       Il Signore si fa vicino e ammina con te. Quando? Quando ti si accosta e cammina con te? Ci pensi? Non avverti che c’è questa presenza silenziosa che ti accompagna e che ti rispetta proprio mentre tu te ne stai andando? Non ti strattona, non ti trattiene; ti rispetta, cammina con te, silenziosa, senza imporsi.

2-       Pensa al tuo cammino, anche ai tuoi cammini di abbandono. Il Signore cammina con te, e ti dice: “Dove stai andando?”. E quando ti dice questo? Concretamente, questo “dove stai andando” chi te lo dice? La tua coscienza? Anche. L’ascolto della Parola? Anche. La celebrazione del sacramento della riconciliazione? Anche. L’Eucaristia? Il silenzio nella preghiera? La parola amica di un fratello? La Chiesa?…”Dove stai andando?”. Chi in qualche modo si fa voce di questa domanda: la Chiesa, con tutti i suoi linguaggi; la Chiesa con tutte le sue forme di comunicazione; la Chiesa come comunità, con tutti i suoi gesti, con tutti i suoi segni, con tutte le sue parole, continuamente ti dice, con calma, con rispetto: “Dove stai andando?”. E allora, tu, sentiti coinvolto; nella tua situazione attuale, non teorica; quella reale che stai vivendo in questo momento.

3-       Al termine del racconto Gesù riprende l’iniziativa e spiega a loro in tutte le Scritture il senso di quello che era accaduto. Quando Gesù spiega a noi, quando ci aiuta a ragionare, a ritrovare un giudizio cristiano sulla nostra vita? Quando? In tutte le forme della riflessione e del dialogo. In questo momento, in tutti i momenti di ascolto, nel dialogo reciproco all’interno della comunità o della famiglia, nell’ascolto della Parola. Quando Gesù ti aiuta a rientrare in te stesso e a guardare con occhio di fede quello che stai vivendo? In tutti i momenti della vita ecclesiale in cui sei aiutato nell’ascolto e nel dialogo a ritrovare il giudizio cristiano sulla tua vita.

4-       Poi allora ci impegniamo. Riprendere il cammino, cercare gli undici, raccontare: cioè l’immagine di una operosità che rinasce. Ma l’operosità nel costruire l’esperienza fraterna e la testimonianza rinasce da dove? Non dalla buona volontà, non dall’aggiornamento dei programmi; rinasce da un’esperienza profonda: sentirsi amati e ritrovare la gioia di essere credenti.

 



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