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Strumenti per l'Approfondimento e la Preghiera - Vol.5

“Il miracolo della fede e dell’amore ”

La “peccatrice perdonata” (Lc 7,36-50)

 

don Patrizio Rota Scalabrini

 

Invocazione allo Spirito Santo

 

Vieni, o Spirito creatore                        Sii luce dell’intelletto,

visita le nostre menti.                            fiamma ardente nel cuore;

Riempi della tua grazia                          Sana le nostre ferite

i cuori che hai creato                            col balsamo del tuo amore

O dolce consolatore,                             Difendici dal nemico

dono del Padre altissimo,                      reca in dono la pace,

acqua viva, fuoco, amore,                     la tua guida invincibile

santo crisma dell’anima.                        ci preservi dal male.

Dito della mano di Dio,                          Luce di eterna sapienza

promesso dal Salvatore,                        svelaci il grande mistero

suscita in noi la parola.                         uniti in un solo amore.

                                                          Amen.

 

LECTIO

 

Il testo biblico

 

Lc 7,36-50

 

36 Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. 37 Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; 38 e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato.

 39 A quella vista il fariseo che l'aveva invitato pensò tra sé. «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice». 40 Gesù allora gli disse: «Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Maestro, dì pure». 41 «Un creditore aveva due debitori: l'uno gli doveva cinquecento denari, l'altro cinquanta. 42 Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?». 43 Simone rispose: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene». 44 E volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m'hai dato l'acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. 45 Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. 46 Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. 47 Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco». 48 Poi disse a lei: «Ti sono perdonati i tuoi peccati». 49 Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è quest'uomo che perdona anche i peccati?». 50 Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; và in pace!».

 

1. Premessa: il titolo e il contesto del brano

Questo brano andrebbe affiancato alla pericope di Zaccheo (Lc 19,1-10), perché, nell'uno e nell'altro caso, le due persone condizionate e inibite dal giudizio gelido, raggelante ed intransigente degli uomini, saranno liberate e valorizzate dal giudizio benevolo e misericordioso di Gesù. Egli, come sempre, preferisce compiacersi del presente e del futuro, anziché fissarsi nel passato. Innanzitutto, ci poniamo la questione del titolo.

Dare un titolo ad un brano evangelico significa mostrare una prospettiva di lettura; il titolo è rivelatore della prospettiva scelta. Se accettiamo il titolo abituale, la "peccatrice perdonata", si accoglie, anche se solo inconsciamente, la negatività del soggetto, una peccatrice, e la sua passività, perdonata. Forse sareb­be meglio scegliere un'altra prospettiva, che aiuti il lettore a cogliere il dinamismo vitale, che Gesù innesca in quell'incontro. Varrebbe la pena, ad esempio, di provare a chiamare il brano “una donna che ama”, intendendo, così, la pericope nella prospettiva positiva di un amore che, da equivoco e inquinato, diventa invece maturo, proprio rispondendo all'Amore, quello con la "A" maiuscola.

 

Il nostro brano si colloca dunque tra il giudizio che Gesù dà sulla sua generazione adultera e peccatrice, e la presentazione di alcune donne, che seguono Gesù, assistendo lui e i discepoli con i loro beni (Lc 8,1-3). Nel brano che precede il nostro testo, si afferma la radicale incapacità dei contemporanei di Gesù a co­gliere la bontà del tempo presente, perché essi non sono pronti a desiderare qualche cosa di realmente diverso. Essi sono come quei bambini che non stanno affatto al gioco, che non sanno né lamen­tarsi, né gioire: «A chi dunque paragonerò gli uomini di questa generazione, a chi sono simili? Sono simili a quei bambini che stando in piazza gridano gli uni gli altri: Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, vi abbiamo cantato un lamento e non avete pianto! È venuto infatti Giovanni il Battista che non mangia pane, che non beve vino, e voi dite: Ha un demonio. È venuto il Figlio dell'uomo che mangia e beve, e voi dite: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori. Ma alla sapienza è stata resa giustizia da tutti i suoi figli» (Lc 7,31-35).

Prima di affrontare il nostro brano di Lc 7,36ss è allora necessario fermarsi un momento su questa parabola, che potremmo chiamare della disconosciuta ora di Dio. Le parole di Gesù su Giovanni il Battista si chiudono con un appello ad una comprensione di fede, che equivale ad una decisione a favore del progetto salvifico di Dio, sintonizzandosi sul suo modo di agire e di rivelarsi nella storia.

Questo invito è esposto da Gesù con una parabola, conservata sia in Mt 11,16-17, sia in Lc 7,31-32. Abbiamo due gruppi di ragazzi, che entrano in contrasto tra loro, perché il secondo gruppo, avendo perso interesse al gioco ancora prima di averlo iniziato, smette di giocare e si siede sulla piazza; così i suonatori rimproverano il gruppo incaricato del gioco opposto. La variante in Luca sta nel fatto che i due gruppi di ragazzi si rimproverano reciprocamente. La parabola è comunque molto semplice, attinta dall'esperienza appresa dalla convivenza con i ragazzi.

Che cosa intende dire Gesù con questa parabola? Egli pone a confronto la duplice reazione dei contemporanei davanti al Battista e davanti a Lui. Ebbene, sono simili a quei ragazzi capricciosi, che non sanno esattamente cosa vogliono. In Matteo, la sentenza finale dà una risposta a questa reazione contrapposta dei campioni di devozione: lo stile sapiente di Dio è stato riconosciuto giusto da coloro che prendono seriamente in considerazione il suo modo di agire. Gesù è la sapienza di Dio, che si rivela nelle sue opere.

La finale di Luca, invece, è leggermente diversa da quella di Matteo: a testimoniare in favore di Gesù non sono tanto le sue opere, ma sono quelle persone che accolgono il suo invito alla conversione, come la donna che apparirà nel brano che segue, la quale riconosce l'ora di Dio, misconosciuta invece dal fariseo.

 

In sostanza, i contemporanei di Gesù non partecipano né alla gioia del ballo, né al lamento del pianto, ma si limitano a cri­ticare e si estraniano, sia dal messaggio del Battista, sia da quello di Gesù. Purtroppo, questo atteggiamento sarà continuato dal fariseo, che invita a casa sua Gesù: lo accoglie sì, ma come un estraneo e gli rimane accanto da estraneo. In questo modo gli sfugge l'ora di Dio!

Non è così per la donna, che si avvicina a Gesù con sentimenti di pentimento e se ne allontanerà poi con la fragranza del perdono. L'incontro con Gesù, infatti, la purifica, la cambia e promuove in lei una nuova vita.

 

Anche quanto segue la nostra pericope è significativo: alcune donne, liberate dal male e dalla cupidigia, si pongono al servizio di Gesù, inaugurando un discepolato femminile. Infatti solo Luca parla della presenza di donne nel gruppo che accompagna Gesù. Conosciamo, invece, il posto che alcune donne avranno nelle comunità primitive, come Lidia (At 16,14-15), Priscilla (At 18,2), Maria, Trifena, Trifosa, Perside, “che hanno lavorato per il Signore” (Rm 16,6.12), Evodia e Sintiche (Fil 4,2).

Discepolo di Paolo, Luca dà nel suo Vangelo un posto privilegiato alle donne, che sono state tutte salvate da Gesù. Per Luca, esse sono state guarite da lui, hanno cioè fatto l'esperienza della sua misericordia, come la donna del nostro brano, che fa esperienza della misericordia di Gesù nella casa di Simone. Spinte dalla loro riconoscenza per Gesù, hanno incominciato a seguirlo, come i dodici. Anche il servizio di questa donna, che lava i piedi a Gesù, che li asciuga con i suoi capelli e li profuma, viene, in qualche modo, prolungato nel servizio o diaconia che le donne hanno presso Gesù e i dodici. Convertite da Gesù, sono entrate nella via della condivisione effettiva dei loro beni.

 

Uno sguardo al contesto più ampio. Notiamo come l'intero Lc 7 sia costruito sul tema della misericordia di Dio, che si rivela in Gesù.

Ora, anche nelle sezioni che non gli sono proprie, ma che ha in comune con Matteo, Luca rivela, con ritocchi redazionali, la sua preferenza teologica, la sua sensibilità spirituale. Infatti nel primo episodio - la guarigione del servo dell'ufficiale pagano (Lc 7,1-10) - egli ha rielaborato notevolmente l'introduzione, in modo da presentare il dignitario pagano come rappresentante di tutti i pagani simpatizzanti del monoteismo ebraico. Segue un gesto di consolazione e di aiuto misericordioso, con il quale Gesù restituisce il figlio ad una madre vedova, accasciata per la sua morte (Lc 7,11-17). Luca ricalca, intenzionalmente, il suo racconto sul modello dei grandi gesti rivelatori dei profeti taumaturghi, Elia ed Eliseo, al punto che gli viene spontanea l'esclamazione: “Un grande profeta è sorto tra di noi” (Lc 7,16). Ma ciò che gli preme ancor di più è sottolineare che Gesù non si limita a compiere gesti grandi, ma porta la misericordia di Dio. Infatti Gesù proclama ai due inviati di Giovanni: i poveri ricevono la lieta notizia, che è salvezza o liberazione visibile nei gesti di soccorso, accoglienza e misericordia (Lc 7,18-23).

In questa esplosione di gioia i piccoli, i poveri, i peccatori, aperti al progetto di Dio, attenti all'ora di Dio, ac­corrono a Gesù, perché in lui avvertono la vicinanza di Dio come Salvatore (Lc 7,35). Sono essi il nucleo di quel nuovo popolo che ha accolto, con generosità, la proposta salvifica di Dio, già preparata dall'attività del Battista ed esplosa, ora, nella persona di Gesù. Una donna, che rappresenta questo nucleo, è, esattamente, il personaggio del nostro brano.

 

2. La struttura della pericope

Vediamo, ora, la struttura del nostro episodio, che mette in scena tre personaggi: il fariseo, Gesù e la donna peccatrice. All'interno dell'episodio si trova, poi, una parabola, i cui protagonisti non sono che le controfigure dei tre personaggi precedenti. La comparsa dei commensali verso la fine (v. 49), vale come una sorta di voce fuori campo, per sottolineare la centralità di Gesù, figura chiave, attorno al quale ruota tutta la narrazione.

La struttura del nostro brano si può riconoscere quindi come la seguente:

- Presentazione dei personaggi (vv. 36-38).

Non si danno circostanze di luogo o di tempo e si inizia subi­to facendo entrare in scena i personaggi, nell'ordine: fariseo, Gesù e la donna. Il fariseo è presentato come colui che invita, e Gesù è l'invitato. La donna non è invitata né dal fariseo, né da Gesù, ma si autoinvita presso Gesù e, da lui, alla fine, viene invitata ad andarsene in pace. L'operato della donna è ampiamente descritto, perché Gesù vuole insegnare a quale banchetto si deve prendere parte, al banchetto, cioè, dove si dà e si riceve misericordia.

- Dialogo tra Gesù e il fariseo (vv. 39-47).

È la parte più ampia, è il cuore di tutto il racconto, nel quale si svela il significato del gesto compiuto dalla donna ed è un vero saggio di pedagogia. Si inizia con un pensiero del fariseo, che classifica la donna e pone molte ipoteche sul valore di Gesù come profeta. Gesù accetta la provocazione e inizia a parlare coinvolgendo il fariseo, proponendogli la trappola di una parabola. La parabola si conclude con un interrogativo, al quale il fariseo risponde, ponendosi, così, nella situazione paradossale di essersi giudicato da solo. È quanto, poi, Gesù gli svela apertamente, mostrando la contraddizione tra il suo modo di agire e l'agire di quella donna, la grandezza di costei e la meschinità del fariseo.

- Gesù e la donna (vv. 48-50).

È una sorta di monologo, in quanto solo Gesù parla e la donna si limita ad ascoltare. Ma, nello stesso tempo, è un dialogo, perché Gesù risponde alla donna, che ha parlato non con la bocca ma con i suoi gesti. Sulla scena rimangono, così, soltanto due personaggi: Gesù e la donna; il fariseo è scomparso, perché a lui l'evangelista non si interessa più, in quanto non ne vale la pena, essendo, egli, un tipo troppo comune, troppo meschino. Simone invece non fa storia!

Presentiamo poi, brevemente, la dinamica del brano: nella pre­sentazione di Luca, questi considera la donna per il suo passato (peccatrice), ma anche per il suo presente, cosa sta facendo: piange, unge...

Nella presentazione del fariseo, costui invece considera la donna soltanto relativamente al suo passato, cioè che è una peccatrice; non consi­dera affatto il suo presente, ossia, ciò che sta facendo. Nella presentazione di Gesù, infine, la donna è considerata per quello che fa e per quella che potrebbe essere o che sarà (sguardo rivolto al presente e al futuro).

 

3. Lettura del testo

Gesù non è nuovo a polemiche con i farisei: li scandalizza quando assicura il perdono dei peccati al paralitico, calato dal tetto (cfr. Lc 5,20) e offre un nuovo motivo di critica quando accetta di sedere a tavola con chiunque (cfr. Lc 5,30-32). Ma Luca racconta, anche, come Gesù non abbia difficoltà ad accettare inviti, anche da parte dei farisei (qui; Lc 11, 37; Lc 14,1). E Gesù, giustamente rimproverato dai farisei di mangiare e bere con i pubblicani e i peccatori (Lc 5,30), accetta, senza alcuna difficoltà, di sedersi a tavola anche con gli stessi farisei. In questo Gesù non fa discriminazioni, non compie favoritismi. Ma le relazioni, con costoro, non rimangono senza problema. Ogni volta che si incontrano, i loro scambi di vedute manifestano la diversità di giudizio e di comportamento.

In ogni caso, al di là delle discussioni tra lui e i farisei, discussioni che il Nazareno interpreta come servizio alla verità, egli non conserva risentimenti, non ha pregiudizi verso questi uomini impegnati nella religione e accetta, quindi, l'invito a tavola anche da parte di uno di loro. Colui che ha invitato Gesù sarà, più tardi, identificato con Simone (v. 43); per ora, per determinarlo, basta la sua appartenenza alla classe dei farisei, alla classe dei separati, e il fatto che si è permesso di invitare Gesù ed altri. Sembrerebbe essere un individuo benestante ed accogliente. In questo brano, Gesù, non ha presentazione, né qualifica; di lui si dice, semplicemente, che ha accolto l'invito. È, cioè, un uomo disponibile all'incontro, al dialogo, eventualmente a una nuova discussione. Gesù prende posto secondo l'abitudine romana introdotta in Palestina: ci si stendeva su un divano, su una stuoia, ci si appoggiava sul gomito sinistro con i piedi verso l'esterno. È questa posizione che spiega come la donna abbia potuto bagnare con le lacrime i piedi di Gesù, abbia potuto asciugarli e baciarli e cospargerli di profumo.

Ma ecco, che entra in scena il terzo personaggio, sul quale si appunta ora l'attenzione dei presenti e del lettore. Per suscita­re questa attenzione, Luca usa la tecnica narrativa di introdurre il brano con un “ed ecco”, elemento usato spesso per introdurre il senso di sorpresa, di novità. La donna viene immediatamente presentata in luce negativa, è una peccatrice, qualifica generica, che vale per il termine più specifico di prostituta. In tal modo, il lettore conosce la donna per quello che è, ma ora è invitato a conoscerla per quello che fa, in questo determinato momento.

Avendo saputo della presenza di Gesù, ella ha preso l'iniziativa e si è recata nella casa del fariseo, decisa fino al punto di osare di entrare e di compiere gesti anche strani, compromettenti, in pubblico, descritti fin nel minimo dettaglio. Si noti che ha preso con sé un vaso di olio profumato di grande valore (in greco letteralmente: “vasetto di alabastro!”). Si colloca dietro a Gesù che, come gli altri commensali, più che stare seduto, è sdraiato sui divani (cfr. in greco: “si sdraiò”).

È quindi facile, per questa donna, toccare i piedi di Gesù. E questi piedi divengono oggetto di un’attenzione così delicata, che si sprigiona dalla sequenza dei verbi usati: bagnati, asciugati, baciati, profumati. L'uso dell'imperfetto, in greco, esprime che queste azioni si protraggono nel tempo; nel frattempo nessuno interviene, tutti lasciano fare, colti di sorpresa da questa donna ricca di originalità, di grinta, di fantasia, ma soprattutto di amore, come apparirà dopo. Intanto la scena è muta; la donna non pronunzia alcuna parola, e neppure Gesù. In seguito ci sarà solo un commento che precede la conclusione con il dialogo tra Gesù e la donna.

 

La prima reazione, anche se sommessa, viene dal fariseo ospitante. Egli è indignato: non ha capito l'atteggiamento di Gesù, che ha lasciato fare a quella donna, che egli sa, fin troppo bene, chi sia. Gesù, forse, non la conosce ma, dal momento che si dice profeta, dovrebbe pur sapere di che donna si tratti. Il fariseo è incapace di cogliere, quindi, il valore del gesto e l'originalità dell'azione della donna. Il fariseo pensa in un modo terribilmente maschilista e si attiene ad un ferreo concetto: una donna di tal fatta non può che contaminare coloro che essa tocca, rendendoli non adatti all'incontro con Dio. È, in qualche modo, la stessa cosa che succede quando si viene in contatto con un cadavere o con qualcosa di marcio. La non-reazione di Gesù vale, per il fariseo, come la conferma che Gesù non ha una conoscenza profetica, che non è affatto il profeta tanto reclamizzato dalle folle (Lc 7,16).

Gesù rompe il silenzio non rivolgendosi alla donna, ma preferendo indirizzarsi, dapprima, al suo ospite. E questo non per semplice dovere di galateo, ma per impartire, a tutti, una grande lezione: gli altri devono essere considerati nuovi, quando offrono gesti nuovi, e non bisogna ricacciarli, continuamente, nel loro passato.

Colui che riceve Gesù si chiama Simone, come quello che accoglierà Gesù a Betania (Mc 14,3; Mt 26,6). Gesù si rivolge al fariseo per dargli un insegnamento sull'amore e sul perdono ed inizia con una parabola.

 

La parabola è un mezzo linguistico con cui Gesù vuole tenere aperto il dialogo con un interlocutore che ha difficoltà ad accettare un suo atteggiamento o un suo punto di vista. Grazie alla parabola, l'interlocutore può riconoscere l'erroneità di una sua posizione, la insostenibilità di una sua scelta e adeguarsi al punto di vista del parabolista. È questa la speranza di Gesù, e cioè che Simone riconosca il proprio torto, l’inadeguatezza della sua mentalità. Perciò aggancia il discorso chiedendo di poter dialogare con il suo ospite.

Gesù, parlando al fariseo, propone una parabola e parte da un quadretto, che evoca un’esperienza comune: il condono di un debito, che provoca un amore riconoscente. Logicamente, questo amore è tanto più grande quanto più pesante era il debito. Lo stesso Simone sa trarne facilmente la conclusione, e ciò potrebbe metterlo sulla via della conversione. Il problema, però, sta nel fatto che Simone si considera giusto, non sente il bisogno del perdono, mentre si impanca a giudice degli altri e misura il loro peccato.

Pertanto, la parabola, pur essendo chiara ed evidente, risulta, per lui, estranea e sostanzialmente incomprensibile. Anche se sa rispondere alla parabola, riconoscendo che colui che ha avuto un condono maggiore amerà di più, ossia sarà più riconoscente, nondimeno Simone non si mette ancora in gioco. La prontezza della risposta a Gesù non indica la sua comprensione circa l'appello contenuto nella parabola, ma anzi il suo completo misconoscimento. Infatti Gesù rimprovererà severamente questo atteggiamento del fariseo, ignorandolo poi completamente; e con il v. 47 ne stigmatizzerà l'incomprensione, quando dichiarerà che "poco perdono comporta, anche, poco amore".

 

A questo punto la donna è chiamata in scena da Gesù stesso. Il terreno è pronto per poterla additare, ormai, come esempio! E - particolare imbarazzante - si badi che Gesù, mentre confronta Simone con la donna, non degna neppure di uno sguardo il fariseo, ma guarda solo verso di lei.

Gesù richiama le azioni da lei compiute - bagnare, asciugare, baciare, profumare -, ponendole in contrasto con i pronomi rivolti a Simone: tu non..., lei invece...! Il fariseo non porta, certo, il grave peso di una colpa, come quello della donna. Ma non per questo ha il diritto di giudicare e di condannare. Perlomeno è colpevole di un peccato di omissione: di aver perso l'occasione di accogliere Gesù con vera sincerità. Il suo atteggiamento distaccato, freddo, ai limiti della scortesia, è il segno che il fariseo ha accolto Gesù, ma gli è rimasto profonda­mente estraneo.

Per Gesù, invece, la donna ha provato un vero sentimento, si è realmente avvicinata. Ed è per questo che ha potuto accogliere il perdono. Inoltre, il fariseo non solo ha peccato di omissione, di non attenzione sufficiente verso Gesù, ma ha perso anche l'occasione di considerare la donna per quello che stava facendo, irrigidendosi invece nel considerare quello che lei aveva compiuto nella sua vita trascorsa. E così la colpa del fariseo è incisa nella dura sentenza: “Le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece, quello a cui si perdona poco, ama poco” (v. 47).

 

È indubbio che la frase crei qualche difficoltà. Nella prima parte sembra, infatti, invertire la logica della parabola e nella seconda parte contraddire la prima, riallacciandosi alla logica dell'episodio. Ma proviamo a considerare la cosa con più attenzione.

Se la parabola aveva mostrato la sequenza con dono-riconoscenza, legata da un rapporto direttamente proporzionale (più alto è il condono, più grande deve essere la riconoscenza), ora questa logica risponde alla seconda parte della frase di Gesù: “Quello a cui si perdona poco, ama poco”. Qui, il perdono precede e l'amore ne è come una conseguenza. E questo era il messaggio della parabola. L'episodio dell'incontro tra Gesù e la donna, invece, aveva presentato il problema in termini inversi; prima c'erano i gesti di amore della donna e poi il perdono di Gesù, presentato come una conseguenza. Che cosa concludere? La parabola contraddice forse il racconto? La teoria di Gesù urta contro la prassi della donna?

Il testo, certamente, a prima vista, offre una qualche difficoltà di comprensione. Non a caso, nel tentativo di renderlo logico, non sono mancate proposte di armonizzazione, con traduzioni a dir poco bizzarre: “Le sono perdonati i suoi molti peccati, perciò ha molto amato”. È possibile, ad esempio, una traduzione che armonizzi: “Per questo ti dico: I suoi molti peccati le sono stati perdonati dato che ha dimostrato un così grande amore”. La traduzione proposta vede, nei gesti della donna, l'espressione di un amore riconoscente, per il perdono ricevuto. Ma si potrebbe intendere il testo originale di Luca, anche in questo senso: il grande perdono, accordato alla donna, è frutto e risposta del suo amore, manifestato nei confronti della persona di Gesù.

Il testo, dobbiamo dirlo, resiste e si ribella a forzature. Gesù, con le sue parole, ripropone il contrasto espresso nella parabola e, ancor più, nell'atteggiamento della donna. Il perdono di Dio e l'amore della creatura si inseguono in una complessa articolazione di rapporti, che non è facile definire: per amare Dio bisogna essere perdonati e, quindi, in questo senso, il perdono precede l'amore; ma è pur vero che gesti d'amore provocano l'accoglienza del perdono e in questo caso, l'amore, precede il perdono.

 

Vediamo, ora, il caso concreto. Infatti quanto segue è un commento della scena di perdono, per l'istruzione della comunità.

 Gesù si rivolge alla donna, dicendole: “Ti sono perdonati i tuoi peccati” (v. 48). Il perdono di Gesù arriva, quindi, dopo che ella ha compiuto gesti di amore nei suoi confronti. La parola di Gesù è una parola di assoluzione, che rende esplicito ciò che era già presente, nella sua accoglienza e nella difesa della peccatrice.

L'ultima parola: “La tua fede ti ha salvata; vai in pace”, mostra la radice profonda del perdono e il suo frutto più ampio. La fede genera il perdono, che è salvezza, cioè quella piena comunione di vita, che è veramente la pace di Dio. Ma domandiamoci: come si è manifestata la fede di questa donna? Si è manifestata nel fatto che, "avendo saputo che Gesù si trovava nella casa del fariseo, venne..."

Gesù non era, per lei, uno sconosciuto. A lui può rivolgere la sua attenzione, perché Gesù non è come gli altri. Questa donna ha saputo riconoscere Gesù nella sua vera natura. La fede la porta ad amare e Gesù permette, favorisce e prepara questo amore. All'amore della donna, Gesù risponde con un amore ancora più grande: il perdono, che è la forma di amore propria di Dio. Ecco, da qui, la reazione incredula degli astanti: “Ma chi è quest'uomo che perdona i peccati?” (v. 49.).

La fede di questa donna sta nell'aver riconosciuto Gesù come colui che perdona i peccati e nell'averlo amato così. Anche la frase finale, “La tua fede ti ha salvata; va’ in pace”, che ricorda racconti di miracolo (cfr. Lc 5,20; Lc 7,9; soprattutto Lc 8,48), potrebbe suonare quasi strana. Eppure, Luca ha raccontato un vero miracolo, forse il più bel miracolo di Gesù, il miracolo dell'amore!

Solo alla fine il racconto offre la parola "fede", perché prima aveva usato il vocabolario dell'amore. L'evangelista sembra, allora, dire: nei gesti di amore della donna si è manifestata la sua grande fede, che ha strappato a Gesù il più grande miracolo, cioè il perdono. A differenza della generazione incredula ed adultera simile ai bambini riottosi di cui sopra, che non accettano mai di stare al gioco, questa donna ha capito l'occasione della sua vita, ha saputo riconoscere l'ora di Dio. È questo il messaggio, che viene dato anche per noi: bisogna saper riconoscere il momento favorevole, l'ora della salvezza, l'ora della nostra conversione, del nostro perdono!

 

La lezione supera i confini storici dell'accaduto ed arriva fino ai lettori di oggi. Con il riferimento all'atteggiamento generoso e cordiale di Gesù, l'evangelista ricorda ai cristiani della sua comunità e di tutti i tempi, che non possono permettersi un regresso alla superbia farisaica. Il male non si vince condannando le persone, isolandole o ghettizzandole, ma facendo chiarezza sul peccato e aiutando le persone ad abbandonare la sponda del male, per approdare a quella del bene. Occorre star loro vicini, incoraggiare, accogliere e fare riecheggiare i segni luminosi che trasmettono. La donna ha parlato nei gesti che ha compiuto e Gesù ha capito il suo eloquente silenzio.

 

 

MEDITATIO

 

1.              Riconoscere l’ora di Dio, il tempo opportuno, è un segno di fede autentica, che si veste di sapienza. Come i contemporanei di Gesù, anch’io sono sollecitato dalla figura di Giovanni a fare opere sincere di penitenza. Riconoscere l’ora di Dio è per me anzitutto un rinunciare a trincerarmi dietro scuse varie con le quali maschero il mio disinteresse e resistenza all’invito alla conversione che incessantemente la parola di Dio mi rivolge. Le ricorrenti ammonizioni profetiche mi esortano a camminare nella giustizia e in una fede fattiva e sincera.

L’ora di Dio però non è solo quella della penitenza e del cambiamento di vita, ma anche quella della gioia portata dal vangelo di Gesù. La gioia evangelica nascerà in me dal riconoscere che lui non si è vergognato d’essere chiamato «amico dei pubblicani e dei peccatori». Il perdono che egli mi annuncia non è una nuda parola o anche la generica notizia di una buona disposizione di Dio nei miei confronti, ma l’evento sconvolgente del suo venire a far festa con me peccatore. E non è una festa che posso rimandare a domani (come vorrebbero invece i ragazzini capricciosi della parabola evangelica), ma per è “oggi”!

2.              Guardare al futuro. Questo è un brano che va affiancato alla pericope di Zaccheo (Lc 19,1-10), perché, nell'uno e nell'altro caso, le due persone condizionate e inibite dal giudizio gelido e intransigente degli uomini, vengono liberate e valorizzate dal giudizio benevolo e misericordioso di Gesù. Egli preferisce invece compiacersi del loro presente e futuro, anziché fissarsi nel loro passato di peccato. So compiacermi anch’io come Gesù di guardare al futuro che Dio apre ai miei fratelli e sorelle, specie quando costoro mi hanno offeso?

3.              Non chiamarsi fuori dal gioco. Qualcuno potrebbe forse illudersi di sottrarsi al ‘gioco’ di Dio nella nostra vita; ma questo sarebbe un aver già deciso di non accettare la proposta che Gesù sta offrendo. È quanto fa esattamente Simone il fariseo, quando risponde alla parabola propostagli dal Maestro come risponderebbe ad un quiz… Ma non c’è alcun futuro né alcuna grandezza in questo atteggiamento.

4.              Saper reggere l’amore del Signore, come lui ‘regge’ le manifestazioni ambigue del nostro amore per lui. La scena della donna che unge i piedi di Gesù , li bagna di lacrime, li asciuga con i suoi capelli ci appare colma di grande intimità. È imbarazzante ed affascinante, perché non è un semplice “lavare i piedi” come avrebbe dovuto fare il fariseo ospitante, ma è molto più: una passione proclamata in pubblico, un amore tenerissimo e trasbordante. E l’uomo di Nazaret, il figlio di Maria “ regge”, non le ritira i piedi, non la scaccia. È in grado di prendersi, di assumersi su di sé quell’amore ed ha il coraggio di chiamarlo pubblicamente “amare molto”(v. 47). La sua è la vera e intatta capacità di godere!

5.              Gesù si rivela come colui che ha i tratti di Dio, proprio rimanendo pienamente uomo; mostra di sapere leggere nei cuori e perdonare i peccati. E certamente c’è relazione tra i due tratti! Davanti a lui cadono i pregiudizi, le precomprensioni in cui l’altro è incasellato, quel ciò ‘che sappiamo a memoria’ cui Simone e gli altri commensali invece sembrano ostinatamente attaccati: l’ “essere giusto” del fariseo e l’“essere indegna” della peccatrice. Solo Dio può leggere nei nostri cuori e non rimanere legato a nessuna ‘schedatura’. Dall’eros venale e seduttore la donna passa all’eros agapico, disinteressato e risantificato. Si dà così una nuova destinazione ai gesti ed agli espedienti di ‘seduzione’. Il che significa che le nostre passioni hanno dietro almeno un pizzico di verità e di libertà. Questo è un compito importante che ci è assegnato quando ci viene accordato il perdono divino: ritrovare il senso del nostro peccato, riconoscendo come il male sia un bene deviato e si debba invece recuperare lo slancio primitivo, autentico del bene.

 

 

ORATIO

 

Signore,

che non ti stanchi mai di usarci misericordia,

donaci un cuore penitente e fedele

che sappia corrispondere al tuo amore per noi,

perché diffondiamo lungo le strade del mondo

il tuo messaggio di riconciliazione e di pace.

Signore,

mostraci sempre l’immensità del tuo amore,

e con la forza del tuo Spirito

riconduci e riunisci i tuoi figli, specie i più lontani,

affinché la tua Chiesa,

illuminata dalla luce di Cristo che dimora in essa,

possa essere segno vivo di speranza.

Fa’ che il mondo, attratto da questa luce del perdono,

creda in Gesù Cristo,

colui che Tu hai inviato,

che vive e regna con Te, nell’unità dello Spirito Santo,

nei secoli dei secoli. Amen

 



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