STRUMENTI
PER L'APPROFONDIMENTO E LA PREGHIERA
Strumenti per l'Approfondimento e la Preghiera - Vol.6

 

Salmo 121 - Canto delle ascensioni.

[1] Quale gioia, quando mi dissero:
"Andremo alla casa del Signore".


[2] E ora i nostri piedi si fermano
alle tue porte, Gerusalemme!

[3] Gerusalemme è costruita
come città salda e compatta.

[4] Là salgono insieme le tribù,
le tribù del Signore,
secondo la legge di Israele,
per lodare il nome del Signore.

[5] Là sono posti i seggi del giudizio,
i seggi della casa di Davide.

[6] Domandate pace per Gerusalemme:
sia pace a coloro che ti amano,

[7] sia pace sulle tue mura,
sicurezza nei tuoi baluardi.

[8] Per i miei fratelli e i miei amici
io dirò: "Su di te sia pace!".

[9] Per la casa del Signore nostro Dio,
chiederò per te il bene.

 

Saluto alla Città santa di Gerusalemme

Catechesi di Papa Benedetto XVI tenuta in piazza S. Pietro mercoledì 12 ottobre 2005  (in L’Osservatore Romano, Giovedì 13 Ottobre 2005).

 

1. È uno dei più belli e appassionati Cantici delle ascensioni quello che ora abbiamo ascoltato e gustato come preghiera. Si tratta del Salmo 121, una celebrazione viva e partecipe in Gerusalemme, la città santa verso la quale ascendono i pellegrini.

Infatti, subito in apertura, si fondono insieme due momenti vissuti dal fedele: quello del giorno in cui accolse l’invito ad «andare alla casa del Signore» (v. 1) e quello dell’arrivo gioioso alle «porte» di Gerusalemme (cfr v. 2); ora i piedi calpestano finalmente quella terra santa e amata. Proprio allora le labbra si aprono a un canto festoso in onore di Sion, considerata nel suo profondo significato spirituale.

 

2. «Città salda e compatta» (v. 3), simbolo di sicurezza e di stabilità, Gerusalemme è il cuore dell’unità delle dodici tribù di Israele, che convergono verso di essa come centro della loro fede e del loro culto. Là, infatti, esse ascendono «per lodare il nome del Signore» (v. 4), nel luogo che la «legge di Israele» (Dt 12,13-14; 16,16) ha stabilito quale unico santuario legittimo e perfetto.

A Gerusalemme c’è un’altra realtà rilevante, anch’essa segno della presenza di Dio in Israele: sono «i seggi della casa di Davide» (cfr Sal 121,5), governa, cioè, la dinastia davidica, espressione dell’azione divina nella storia, che sarebbe approdata al Messia (2Sam 7,8-16).

 

3. I «seggi della casa di Davide» vengono chiamati nel contempo «seggi del giudizio» (cfr Sal 121,5), perché il re era anche il giudice supremo. Così Gerusalemme, capitale politica, era anche la sede giudiziaria più alta, ove si risolvevano in ultima istanza le controversie: in tal modo, uscendo da Sion, i pellegrini ebrei ritornavano nei loro villaggi più giusti e pacificati.

Il Salmo ha tracciato, così, un ritratto ideale della città santa nella sua funzione religiosa e sociale, mostrando che la religione biblica non è astratta né intimistica, ma è fermento di giustizia e di solidarietà. Alla comunione con Dio segue necessariamente quella dei fratelli tra loro.

 

4. Giungiamo ora all’invocazione finale (cfr vv. 6-9). Essa è tutta ritmata sulla parola ebraica shalom, «pace», tradizionalmente considerata alla base del nome stesso della città santa Jerushalajim, interpretata come «città della pace».

Come è noto, shalom allude alla pace messianica, che raccoglie in sé gioia, prosperità, bene, abbondanza. Anzi, nell’addio finale che il pellegrino rivolge al tempio, alla «casa del Signore nostro Dio», si aggiunge alla pace il «bene»: «Chiederò per te il bene» (v. 9). Si ha, così, in forma anticipata il saluto francescano: «Pace e bene!». È un auspicio di benedizione sui fedeli che amano la città santa, sulla sua realtà fisica di mura e palazzi nei quali pulsa la vita di un popolo, su tutti i fratelli e gli amici. In tal modo Gerusalemme diventerà un focolare di armonia e di pace.

 

5. Concludiamo la nostra meditazione sul Salmo 121 con uno spunto di riflessione suggerito dai Padri della Chiesa per i quali la Gerusalemme antica era segno di un’altra Gerusalemme, anch’essa, «costruita come città salda e compatta». Questa città - ricorda san Gregorio Magno nelle Omelie su Ezechiele - «ha già qui una sua grande costruzione nei costumi dei santi. In un edificio una pietra sostiene l'altra, perché si mette una pietra sopra l'altra, e chi sostiene un altro è a sua volta sostenuto da un altro. Così, proprio così, nella santa Chiesa ciascuno sostiene ed è sostenuto. I più vicini si sostengono a vicenda, e così per mezzo di essi si innalza l'edificio della carità. Ecco perché Paolo ammonisce, dicendo: “Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo” (Gal 6,2). Sottolineando la forza di questa legge, dice: “Pieno compimento della legge è l'amore” (Rm 13,10). Se io infatti non mi sforzo di accettare voi così come siete, e voi non vi impegnate ad accettare me così come sono, non può sorgere l'edificio della carità tra noi, che pure siamo legati da amore reciproco e paziente». E, per completare l'immagine, non si dimentichi che «c'è un fondamento che sopporta l'intero peso della costruzione, ed è il nostro Redentore, il quale da solo tollera nel loro insieme i costumi di noi tutti. Di lui l'Apostolo dice: “Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo” (1Cor 3,11). I1 fondamento porta le pietre e non è portato dalle pietre; cioè, il nostro Redentore porta il peso di tutte le nostre colpe, ma in lui non c'è stata alcuna colpa da tollerare» (2,1,5: Opere di Gregorio Magno, III/2, Roma 1993, pp. 27.29).

E così il grande Papa san Gregorio ci dice cosa significa il Salmo in concreto per la prassi della nostra vita. Ci dice che dobbiamo essere nella Chiesa di oggi una vera Gerusalemme, cioè un luogo di pace, "portandoci l'un l'altro" così come siamo; "portandoci insieme" nella gioiosa certezza che il Signore ci "porta tutti". E così cresce la Chiesa come una vera Gerusalemme, un luogo di pace. Ma vogliamo anche pregare per la città di Gerusalemme che sia sempre più un luogo di incontro tra le religioni e i popoli; che sia realmente un luogo di pace.

 

 

 

 

RIFLESSIONI SPIRITUALI PER OGNI GIORNO

Di Don Egidio

 

 

Al Monte Carmelo

Letture bibliche: 1 Re 18,20-45; Gv 19,25-27

 

Percorrere la Terra santa con cuore libero, abitati dal Vangelo

 

Il monte Carmelo, una delle colline più belle della Galilea.

Carmelo vuol dire “giardino, frutteto”: per i frutti e i fiori che vi crescono. Nella Bibbia è sempre considerato terra di rara bellezza, sinonimo di grazia e di prosperità. Bastino due citazioni.

Il profeta Isaia, parlando del trionfo di Gerusalemme, vede il deserto rifiorire e dice di Gerusalemme: “le è dato lo splendore del Carmelo” (cap.35); e nel Cantico dei Cantici, per descrivere la bellezza della donna amata si dice: “il tuo capo si erge su di te come il Carmelo” (cap.7,6).

 

Anticamente il Carmelo era uno dei monti sacri. Ma è con  il primo e il secondo libro dei Re che questo monte viene alla ribalta. Esso diventa lo scenario, il palco per richiamare la gente sulla retta via, quella del vero Dio.

 

Noi iniziamo da questo luogo significativo il nostro pellegrinaggio, dal Monte Carmelo  e presso la grotta di Elia. Le due letture che abbiamo ascoltate possono aiutarci ad avviare la riflessione e introdurci a questa esperienza in Terra Santa.

 

* * *

 

Nel racconto del libro dei Re, qui ambientato, vediamo Elia sbugiardare e scannare i profeti del falso dio Baal,  e quindi ottenere la fine della siccità con un sacrificio (1 Re 18,20-40).

 

La vicenda di Elia contiene un chiaro invito a liberarsi, a spogliarsi degli idoli, e credo si tratti di un ammonimento particolarmente utile nel momento in cui si comincia un pellegrinaggio come il nostro.

Vedete, compiere un pellegrinaggio di per sé è un gesto non banale, è un fatto importante. Significa dedicare tempo per raggiungere una meta, e muovere, portare il corpo verso quella meta. L’uomo è un essere sempre in movimento, ma il più delle volte i nostri spostamenti rispondono a necessità, non a scelte: lavoro o altre urgenze ci impongono itinerari, tempi, tappe. Ogni giorno. Qui, invece, come in ogni pellegrinaggio, è l’elezione di una serie di luoghi che vogliamo e desideriamo visitare a giustificare i nostri passi. Di fatto, dunque, già con il nostro corpo e con la nostra fisicità compiamo un atto di amore, di devozione, di zelo verso Dio incarnato. Perché rinunciando ad altri luoghi, magari anche promettenti svago e riposo, siamo venuti e ci accingiamo a visitare lo scenario concreto della sua presenza nel mondo.

 

Non è poco; ma non è tutto. E non può bastare. Alla fisicità dei nostri occhi e delle nostre gambe, delle nostre orecchie e delle nostre mani, infatti, dobbiamo aggiungere anche un cuore sgombro dagli idoli che più o meno continuativamente lo assediano. Capiremo e porteremo via ben poco, della Terra Santa, se ci limiteremo a visitarla con il corpo. Essa invece ci gioverà e ci convertirà se la percorreremo con cuore libero e disponibile alla sua provocazione. Agnostico e scettico, Eugenio Montale quando fu quaggiù come inviato speciale del “Corriere” al seguito di Paolo VI, ebbe a scrivere che solo uno sciocco potrebbe non accorgersi che duemila anni fa in Terra Santa sono accaduti eventi decisivi per la Storia del mondo. Ecco, vorrei che seguendo Elia, la sua lotta contro gli idoli e la sua fede nell’unico vero Dio, anche noi, con cuore puro, comprendessimo che in questi luoghi aleggia un mistero grande da afferrare, e non tornassimo uguali a come siamo partiti da casa.

C’è da riconoscere e incontrare Cristo, in terra Santa; ci sono da seguire i suoi passi; c’è da immaginarlo dove realmente parlò, guarì, soffrì, risorse. Cerchiamo di evitare che i nostri idoli ci offuschino la vista e lo spirito, cerchiamo di lasciarci emozionare e turbare. Abiteremo i luoghi del Vangelo; facciamo che il Vangelo, davvero, abiti in noi.

 

* * *

 

Subito dopo il sacrificio di Elia, è posto l’episodio della siccità,

rotta da “una nuvoletta come una mano di uomo, che sale dal mare”, che diventa pioggia salutare che interrompe la siccità. (1 Re 18,41-45)

Questa nuvoletta bianca sarà interpretata come un lontano presagio di un’altra nuvola bianca che porta la salvezza al genere umano: Maria.

Ebbene, nel sec. XII, attorno a questa grotta-scuola dei profeti vennero a stanziarsi alcuni eremiti che dettero inizio all’Ordine del Carmelo, con lo scopo di onorare insieme Elia e la Vergine Maria, raffigurata misteriosamente dalla nuvoletta bianca che dirada la siccità e ridona vita e splendore.

 

Sappiamo quanto la devozione alla Madonna del Carmelo si sia diffusa!

Maria, la cui figura è fortemente legata al Carmelo nella devozione popolare, possa aiutarci e proteggerci. Sotto la Croce, come abbiamo sentito, Gesù con autorevolezza la dichiara madre di Giovanni, e chiama quest’ultimo suo figlio. Altro esempio di come la volontà di Dio, se ascoltata, trasforma le vite, le orienta verso nuovi significati, dà loro un senso imprevisto. Possa essere così di noi durante questo viaggio: che osservando, pregando, camminando e riflettendo ci trasformiamo interiormente, sostituendo ai nostri idoli (ognuno ne ha!) il Dio di Israele, e all’uomo vecchio che è in noi un cristiano, un “figlio” nuovo e profondamente convertito.

 

 

 

A Nazareth, Grotta dell’annunciazione

Letture bibliche: Is 7,3-7.10-14; Lc 1,26-38

 

Il Signore è con te…Nulla è impossibile a Dio.

 

Credo e anzi spero che una legittima emozione ci possa aver colto mentre entravamo in  questo luogo. Lo abbiamo visto riprodotto o, meglio, immaginato in tanti dipinti (penso a quello celeberrimo e luminoso di Beato Angelico, con le aureole e le parole di Maria e dell’angelo in oro; o a quello a noi più familiare del Bergognone, conservato nel tempio dell’Incoronata), ma ora siamo fisicamente al suo interno. E ci troviamo dunque in un posto fondamentale per le vicende del mondo occidentale come per il nostro stesso essere cristiani. Opportunamente, sull’altare presso il quale sto celebrando sono incise le parole latine Verbum caro hic factum est: “qui la parola si fece carne”.

 

Potremmo parafrasare affermando che qui tutto ha avuto inizio, per il Cristianesimo. Una vicenda di straordinaria importanza, che storicamente ha mutato volto al nostro mondo e che secondo la fede  salverà l’uomo, è cominciata qui, dove noi ora ci troviamo.

 

Naturalmente, le riflessioni che ne scaturiscono sono infinite, e ciascuno di voi ne avrà fatte ne farà a secondo della sua propria sensibilità e del momento che sta vivendo.

Io mi limiterò a un paio di notazioni.

La prima è che siamo nel paese di Nazareth, dove la sacra famiglia visse per anni la normale quotidianità. Si tratta di un aspetto che non trascurerei. Spesso, noi non consideriamo quanto proprio la vita di tutti i giorni rappresenti il campo primo e privilegiato di attuazione del nostro credo. Attendiamo l’occasione particolare, il gesto eclatante. Ma quelli sono eccezioni. La realtà è il banale susseguirsi di giornate risapute, che trascorrono fra casa e lavoro, famiglia e colleghi. Così, la sacra famiglia  e questo umile paese ci insegnano che non dobbiamo inseguire cose grandi, ma piccoli, significativi esiti nella normalità. Amare si può sempre; rinunciare al proprio vantaggio per il bene altrui si può sempre; donare si può sempre. Magari con un sorriso; magari tacendo una frase sgarbata; magari con un’azione discreta, piccola, che tutti ignoreranno. Ecco, Nazareth ci insegna anzitutto questo: il nascondimento umile nel quale orientare profondamente e decisamente la nostra vita. Tornati a casa da questo viaggio, misureremo se e quanto esso ci ha giovato non certo in accadimenti clamorosi, ma nelle pieghe oscure e ripetute del nostro vivere consueto.

 

La seconda notazione la traggo dalle prime e dalle ultime parole dell’angelo a Maria. “Il Signore è con te” e “Nulla è impossibile a Dio”. Mi paiono due espressioni confortanti, e credo che possiamo sentirle rivolte anche a noi. Il Signore certamente è con noi, suoi fedeli, anche se (o soprattutto perché) siamo peccatori. E oggi come allora egli è il Signore della Storia, cui nulla è precluso. Lasciamole risuonare in noi, queste certezze: ciascuno dica a se stesso “il Signore è con te” e si convinca che nulla è impossibile a Dio, anche per quanto lo riguarda. Da Nazareth dobbiamo davvero trarre un forte alimento per la fede: anche alle nostre vicende personali, anche alle nostre fatiche di poveri cristiani il Signore è vicino, con amorevole sollecitudine; anche nel nostro buio, anche contro la nostra pochezza Egli può tutto. Basta che lo accogliamo con la stessa disponibilità di Maria, dicendo con lei “Eccomi (…) Avvenga di me quello che ahi detto”.

 

 

 

Lago di Tiberiade, monte delle beatitudini

Letture bibliche: Is 53,1-3.10-11; Mt 4,23a.25;5,1-12

 

La beatitudine del perdono, ricevuto e donato

 

“Quanto lago nel Vangelo, e quanto Vangelo sul lago”, ha scritto Cesare Angelini, sacerdote pavese e fine letterato che prima di noi è passato in questi luoghi e ha riflettuto sul significato che essi possono assumere per la fede di un cristiano.

In effetti, Gesù ha molto operato su queste rive: ha chiamato alcuni discepoli, ha pronunciato il discorso delle Beatitudini, ha moltiplicato pani e pesci, ha camminato sopra le acque.

E potremmo dire che il paesaggio di lago, che mescola dolcemente terra e acqua, si addice meglio di ogni altro al carattere mite di Cristo e della sua predicazione: egli non è profeta aspro di deserto, né sacerdote teorico di palazzo. Incontra semmai in luoghi come questi la sua gente, i suoi umili, e ne ha compassione, li attira a sé, li fa pescatori di uomini, gli parla in parabole, li sfama.

Guardando questo lago, vorrei che sentissimo presente Gesù nella sua dimensione più umana, più caritatevole, più china sull’uomo.

 

* * *

 

In tal senso, desidero richiamare la vostra attenzione su un paio di versetti tratti dal discorso della montagna, che quindi furono pronunciati proprio qui, presso queste onde.

Ebbene, Gesù quando ha declinato come si possa raggiungere la beatitudine, ha anche detto: “Beati i misericordiosi, / perché troveranno misericordia”.

Sono parole così importanti che nella preghiera per eccellenza, il Padre nostro, vengono sostanzialmente riproposte, parafrasate nell’espressione: “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

In entrambi i casi, colpisce il fatto che la misericordia umana deve precedere quella divina. Se saremo misericordiosi, troveremo misericordia; la misericordia di quel Dio che ci rimetterà le colpe se noi, prima, le avremo rimesse ai nostri debitori.

Il dettaglio non è da poco: la nostra capacità di perdonare sembra innescare quella del Padre. Pare la sua necessaria premessa. Dio, che pure è onnipotente, subordina la sua misericordia alla nostra. Esige che noi per primi sappiamo dimenticare il torto subito, sorridere, rimettere l’altro nell’identica condizione in cui si trovava prima di sbagliare, senza condannarlo.

Del resto se ci pensate, perdonando noi anticipiamo sulla terra una gioia che è propria del regno dei cieli. Dio è misericordioso; Dio perdona; se anche noi ci comportiamo così, una scintilla di divino agisce in noi, rischiara il nostro vivere. E chi ha rimesso un debito a qualcuno, lo sa bene: ci sono poche esperienze più belle e più liberanti.

 

* * *

 

Un ultima, breve nota. Se è vero che noi per primi dobbiamo perdonare, è tuttavia anche vero che già sulla terra facciamo esperienza del perdono di Dio nella confessione. Forse, ci pensiamo poco, ma dovremmo averlo ben presente: il nostro, non è il passo leggero degli innocenti; è semmai il passo consapevole dei perdonati. E come il servo della parabola del Vangelo, cui il padrone rimette un grosso debito ma che poi non fa altrettanto con un altro servo, che pure gli deve ben poco, così anche noi rischiamo a volte la stessa grave colpa: perdonati da Dio di qualunque peccato abbiamo commesso, purché ne siamo pentiti; purificati senza distinzione dal sangue di Cristo crocifisso, poi con meschinità non sappiamo dimenticare piccoli torti, lievi offese, risibili affronti.

Ognuno di noi ha persone o situazioni contro cui o su cui sarebbe incline a non transigere. Ma qui Gesù ha detto “beati i misericordiosi”. Tornando a casa, cerchiamo di meritare, sperimentare, godere la particolarissima beatitudine che spetta a chi sa, con cuore sgombro e con slancio generoso, dimentico di sé e dei propri presunti diritti, davvero perdonare.

 

 

 

Betlemme: grotta  della natività

Letture bibliche: Is 53,1-3.10-11; Mt 4,23a.25;5,1-12

 

Gloria a Dio, sempre

 

Da un punto di vista strettamente sentimentale, questo è senza dubbio uno dei luoghi più toccanti della regione e del nostro pellegrinaggio: la grotta di Betlemme, quella che poi, spesso, nella tradizione del presepe diventa la capanna: in ogni caso, il posto dove Gesù è nato, cioè Dio si è incarnato e ed è venuto in mezzo  noi.

 

Cosa è successo quella notte? La nostra capacità di comprensione razionale risponde quel che ho appena detto: accadde il Natale. Eppure, una pagina di quel Vangelo apocrifo che ha nome di protovangelo di Giacomo esprime con grande efficacia letteraria un senso di assoluta sospensione. Dice Giuseppe:

 

“Io Giuseppe, camminavo e non camminavo. Guardai nell’aria e vidi l’aria colpita da stupore; guardai verso la volta del cielo e la vidi ferma, e immobili gli uccelli del cielo; guardai sulla terra e vidi un vaso giacente e degli operai coricati con le mani nel vaso: ma quelli che masticavano non masticavano, quelli che prendevano su il cibo non l’alzavano dal vaso, quelli che lo stavano portando alla bocca non lo portavano; i visi di tutti erano rivolti a guardare verso in alto. Ecco delle pecore spinte innanzi che invece stavano ferme: il pastore alzò la mano per percuoterle, ma la sua mano restò per aria. Guardai la corrente del fiume e vidi le bocche dei capretti poggiate sull’acqua, ma non la bevevano.  Poi, in un istante, tutte le cose ripresero il loro corso”.

 

Bellissima, questa idea di una pausa cosmica: come se il mondo si fosse fermato conscio che stava per avvenire, che avveniva in quella piega del tempo un evento che ne avrebbe segnato per sempre e indelebilmente la vicenda. L’universale trattenere il fiato dice stupore e meraviglia di fronte a quanto San Paolo chiama il “mistero nascosto da secoli” e rivelatosi in quella notte, cioè “nella pienezza dei tempi”.

 

In fondo, è facile dire, e io stesso l’ho detto all’inizio, che qui Dio si è incarnato. Ma il Vangelo apocrifo ci suggerisce che il fatto non è liquidabile con una semplice formula. Quello del Dio che nasce, del Dio con noi, infatti, è un accadimento ricchissimo di implicazioni: Dio si fa Gesù; si carica del male del mondo; ci riporta al Padre, proprio come il pastore riporta la pecora perduta sulle spalle, all’ovile; trasforma radicalmente il senso stesso di concetti come peccato, perdono, redenzione.

 

Stupiamoci, dunque; e nella fede questo abbandono diventi preghiera, soprattutto preghiera di lode. Disarmata, riconoscente, felice: qui Dio è sceso nella Storia, si è chinato per sempre sull’uomo, ci ha accostati per non lasciarci soli mai più.

 

 

 

Gerusalemme, Chiesa del Getzemani 

Letture bibliche: Is 53, 2-4.6; Lc 22,39-44

 

Nel dolore, trovare consolazione in Dio

 

Abbiamo visitato e cercato di fare nostri nella meditazione e nel ricordo tanti luoghi che sono stati teatro di misteri gaudiosi, luminosi; luoghi nei quali è stato possibile ammirare la gloria di Dio nello splendore delle azioni o nella memoria delle parole di Cristo, di Maria, dei discepoli, degli angeli.

 

Ora, invece, celebriamo messa dove a imporsi nella sua buia evidenza è un mistero doloroso: siamo nel giardino e presso la pietra dove Gesù si è disteso a pregare e ha sudato sangue.

 

La pagina di Isaia illustra bene perché ciò accade: l’“uomo dei dolori” si è “addossato i nostri dolori”, e “il Signore ha fatto ricadere su di lui / l’iniquità di noi tutti”. Non è, dunque, un patire cieco e insensato, quello di Gesù nell’orto degli ulivi; la sua sofferenza, ha invece un significato: rappresenta il momento in cui egli accetta su di sé il male, e ci riscatta; è il mezzo attraverso cui si rende visibile e attiva la misericordia di Dio. Se ogni giorno della storia del mondo possiamo essere perdonati, è perché in quel giorno Cristo ha accolto su di sé e attraversato il male che esprimeva tutto il nostro possibile male.

 

* * *

 

Una prima osservazione viene quasi da sé: è possibile vivere il dolore dandogli un senso, e un senso di amore, di offerta, di carità. In una visione religiosa, starei per dire provvidenzialistica della vita, nulla resta potenzialmente privo di una collocazione e di un valore suo proprio. Pensate invece quel Gesù tradito e un po’ dimenticato anche dai suoi, che si addormentano, se fosse stato anche lontano da Dio; pensate il suo sudare sangue e soffrire staccato dal rapporto col Padre, dal significato che gli veniva dal disegno divino e dalla preghiera. Resterebbe la tenebra profonda e sconsolata di un uomo maltrattato e umiliato che patisce nella solitudine più amara. Senza pregare, senza un motivo, senza un fine.

 

* * *

 

Una seconda riflessione concerne ciò che Gesù compie nel racconto di Luca. Incontra la sofferenza, certo. E questa, purtroppo, è un’esperienza così umana che non serve illustrarla. Se mai, prendiamo rapidamente nota del fatto che anche Dio incarnato l’ha conosciuta e che neppure in questo aspetto del vivere ci ha lasciato soli.

Il punto più interessante, però, è come Cristo affronta un passaggio così difficile e duro: prima sta in compagnia dei discepoli, condivide con altri uomini l’esperienza. Poi rimane volontariamente solo, si inginocchia e prega.

Credo ci sia molto da imparare: noi, talora, nel dolore ci ribelliamo a Dio, ce ne allontaniamo; se non lo bestemmiamo apertamente, comunque, lo riteniamo quanto meno corresponsabile, o imbelle, e ci chiudiamo in un orgoglioso e straziato silenzio. E cerchiamo invece la solidarietà e l’aiuto di altri uomini. Gesù, in questo luogo e in quel momento decisivo della sua vicenda terrena, ci insegna che anche nella difficoltà, o soprattutto nella difficoltà, senso e consolazione si trovano allontanandosi se mai dall’umano per raccogliersi di fronte a Dio. Chi conta è Dio, allora. Tanto è vero che i discepoli precipitano nel sonno. Ciò che conta, dunque, è la preghiera: essa e non altro ci fa forti, in qualsiasi circostanza.

L’invito implicito ma chiaro di Gesù sul monte degli ulivi è a stare sempre con Dio, uniti a lui in un incessante dialogo.

Ovunque e comunque, Dio può bastare. Ci dovrebbe bastare.

 

 

 

Deserto di Giuda

Letture bibliche della domenica XXII del T. Ordinario:

Ger 20,7-9; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27

 

Mi hai sedotto, Signore, e io mi son lasciato sedurre

 

Questa messa viene celebrata in un luogo molto significativo, direi simbolico, per il valore metaforico che la parola “deserto” ha assunto anche nel linguaggio religioso. Siamo nel deserto di Giuda, e inevitabilmente riaffiora il ricordo di tante pagine bibliche: la lunga prova del popolo di Israele nel deserto; oppure le parole del profeta Osea, che figura quello stesso popolo come sposa infedele al Signore e proclama: “la condurrò nel deserto, le parlerò al suo cuore”; o ancora, il ritiro di Gesù  nel deserto, dopo che ha ricevuto il battesimo sul fiume Giordano, e le tentazioni che lì subisce dal demonio.

Non v’è dubbio che il deserto, nell’immaginario e nella prassi biblica sia luogo di purificazione, di ascolto, di conversione, di prova.

 

A noi oggi nel deserto, il Signore dice anzitutto la frase iniziale del testo di Geremia: “mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre”.

 

“Sedurre” etimologicamente significa “trarre in disparte”, poiché contiene quel prefisso “se-” che indica appunto la separazione e che per esempio agisce in parole italiane come “sedizione” o “secessione”. Il profeta dice dunque che il Signore lo ha tratto in disparte, lo ha staccato dalla sua vita precedente, dalle sue abitudini, dal suo luogo e dal suo “sé” di prima; ed egli lo ha lasciato fare. Non è poco e credo possa valere come auspicio, se non come risultato finale, di questo pellegrinaggio.

Abbiamo camminato sui luoghi di Cristo, abbiamo visitato i posti in cui si manifestò il mistero della sua morte e della sua gloria. Ora, fisicamente, il cammino sta per finire. Ma dobbiamo sperare che inizi, o continui, quello spirituale. Cioè che il Signore ci abbia sedotto, condotto da un’altra parte, e precisamente a sé.

Nel Vangelo di oggi, Gesù usa l’espressione “se qualcuno vuol venire dietro a me”, ed è ciò che chiede anche a noi. Siamo andati dietro a lui, in questi giorni, con il nostro corpo. Ora, tornando ai nostri luoghi e lasciando i suoi, dovremmo sperare che quella sequela continuasse nei gesti, nelle parole, nel modo di vivere.

 

* * *

 

Sempre il Vangelo che abbiamo ascoltato dice: “Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà”.

 

Sono parole di una verità disarmante. Perché dicono perfettamente il dramma del peccato, di ogni peccato. Ogni peccato che commettiamo, infatti, altro non è che un illusorio difendere la nostra vita attraverso strategie di egoismo. Crediamo di fare il nostro bene badando al nostro interesse, al nostro piacere, al nostro orgoglio. E non ci rendiamo conto che la vita si promuove, cresce, è libera davvero, solo quando si apre all’amore, cioè se nel nome e sull’esempio di Cristo dimentica se stessa, va incontro all’altro e si dona.

Pensate a qualche caso concreto, e vedrete che è così.

 

Perciò il mio augurio conclusivo è che ciascuno di noi possa, dopo questa esperienza, un po’ di più lasciarsi sedurre dal Signore e un po’ di più perdere la propria vita. Per meglio ritrovarla e salvarla.

 

 

 

Gerusalemme, Basilica del S. Sepolcro

Messa in Resurrectione Domini

Letture bibliche:  Rom 6,3-11;Mt 28,1-8

 

Non abbiate paura!

 

In questo mattino, ci troviamo all’interno della Chiesa-Basilica più amata della cristianità. Qui sono racchiusi il Calvario e il giardino con la tomba nella quale fu deposto il Cristo e dalla quale è risorto da morte .

Se nella grotta di Betlemme la vicenda cristiana ha avuto inizio, qui ha il suo snodo fondamentale, il suo centro. Non per caso, San Paolo scrive: “Se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede, e noi siamo ancora nei nostri peccati (...). Ma egli è risorto, primizia di coloro che muoiono”.

 

Addirittura, per questo luogo si sono organizzate crociate e combattute guerre, e per chi partiva con l’intento di liberarlo, fu istituita l’indulgenza plenaria: anche questi dettagli storici, se volete meramente umani, ci fanno comprendere che siamo nel cuore del mistero cristiano. Siamo dove il mondo ha assistito alla morte e risurrezione di Gesù.

 

Potrà sembrare strano celebrare la messa di Pasqua in un mattino che Pasqua non è. Eppure, forse da questa data diversa e da questa collocazione spaziale assolutamente privilegiata meglio possiamo rivivere quelle ore iniziali del “giorno dopo il sabato”: che agitazione, quella mattina! Che confusione! Un andirivieni incredulo, le donne, Pietro e  Giovanni, e poi le guardie. Del resto, non avrebbe potuto essere che così: pensate che cosa significa sperimentare direttamente e concretamente una risurrezione, la constatazione che un corpo morto non è più deposto nel suo sepolcro, ma ha ripreso a vivere, è di nuovo pensiero, voce, gesto, azione…

Dovremmo avere la capacità di concentrarci e di astrarre fino a provare in noi stessi almeno un poco di scompiglio, di profondo stupore. Ancora una volta, ricorro a questo termine, lo stupore… E, del resto, esso dovrebbe scaturire immediatamente, ogni volta che l’umano si trova di fronte al divino. Tanto più se il divino si manifesta in forme sconvolgenti quali la vittoria prima, unica e definitiva sulla morte.

 

Non per caso, forse, le donne che al mattino presto, come noi, si recarono al Sepolcro con oli profumati, si sentirono dire: “Non abbiate paura”. Poteva, in fondo, prevalere la paura, davanti all’evento della resurrezione. E mi pare significativo che quella formula sia stata ripresa dai due ultimi Pontefici della Chiesa Cattolica, perché l’utilizzo che essi ne hanno fatto all’inizio del loro pontificato ci dà anche la misura della attuale condizione del cristianesimo: tanto Giovanni Paolo II quanto Benedetto XVI, infatti, ci hanno invitato a non avere paura non per il mistero della resurrezione, ma di fronte al mondo e di fronte alla prospettiva di aprire il cuore Cristo. Oggi, infatti, troppo spesso noi cristiani abbiamo due timori complementari e collegati. Quello appunto di affrontare il  mondo e quello di abbandonarci a Cristo.

 

Nel luogo in cui l’Angelo disse “Non abbiate paura”, cerchiamo allora di non averne neppure noi. Vediamo la tomba di Gesù, dove il suo corpo è sceso per farsi carico del nostro male; crediamo che dopo tre giorni questa tomba è rimasta vuota;  e come la Maddalena avvertiamo infine la presenza del Risorto, inchiniamoci a lui, stringiamogli i piedi. Dobbiamo sentirlo profondamente, ovunque saremo: noi siamo di Cristo. Del Cristo che qui è morto e risorto. Noi siamo di colui che per amore ha vinto la morte e il mondo, e perciò risponderemo alla morte e al mondo con l’amore e la carità che si radicano nella nostra fede.



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