STRUMENTI
PER L'APPROFONDIMENTO E LA PREGHIERA
Strumenti per l'Approfondimento e la Preghiera - Vol.7

Dalla disperazione ad una fede più adulta:

l’esperienza di Giobbe.
 
 

I

Introduzione

 

Un libro che è come un’anguilla…

 

L’espressione colorita è del grande S. Girolamo. Se lo dice lui dobbiamo proprio credergli. Giobbe più si cerca di tenerlo stretto più ti scappa via. La prima difficoltà nell’affrontare questo libro sta nel considerare l’attendibilità della sua traduzione. Evidentemente tradurre è sempre un po’ tradire perché una lingua non coincide mai con un’altra. Ancor di più è difficile rendere un testo poetico che usa tutta una serie di simboli figurativi ma anche linguistici (e Giobbe ne è pieno) che non è sempre facile tradurre in un'altra lingua. Se poi si tiene conto che il libro di Giobbe è pieno di Hapaxlegomena (vocaboli che compaiono una sola volta nella Bibbia e quindi privi di confronto) non siamo lontani dal vero se accettiamo l’idea di chi sostiene che il 30% di Giobbe è di traduzione incerta. Non amareggiamoci allora se nel leggere il testo incappiamo in qualche versetto un po’ “misterioso”. Del resto la difficoltà è stata incontrata anche dalla traduzione greca dei LXX e dalla versione latina, detta Vulgata, del nostro Girolamo. Ma l’anguilla non scappa solo per la forma ma anche per il contenuto. La difficoltà nella comprensione non sta solo in quello che abbiamo detto ma anche nel rendere le variegate sfaccettature teologiche che emergono dal testo.

 

Il Genere letterario

 

Il libro di Giobbe è un capolavoro letterario. Il genere è quello sapienziale che partendo dall’esperienza dell’uomo e della vita va alla ricerca del disegno e della volontà di Dio. Sono due le correnti sapienziali: l’una più positiva e ottimistica come quella dei proverbi ed una più critica e pessimistica come Qoetet. Giobbe appartiene a questa seconda corrente. Vi si riconosce nelle sue parti, oltre alla distinzione della cornice in prosa e del corpo in poesia, il genere letterario della disputa tra saggi e del dibattito processuale. Qualcuno considera il libro di Giobbe una grande lamentazione drammatizzata con un sapore “teatrale”. Dunque un vero e proprio arcobaleno letterario.

 

Struttura del testo

 

1-2 e 42,7ss La cornice costituita dal racconto in prosa

 

3-27 Dialogo di Giobbe con i tre amici Elifaz, Bildad, Zofar

 

28 Inno alla sapienza

 

29-31 Discorso conclusivo di Giobbe

 

32-37 Intervento di Elihu

 

38-42,6 Discorsi di Dio.

 

Un testo eterogeneo composito e/o stratificato.

 

Sia per stile che per teologia si capisce che il libro di Giobbe è un testo eterogeneo. C’è chi esagera riconoscendo diversi apporti  e chi riduce al minimo queste diversità ipotizzando anche che alcune differenze sono dovute allo stesso autore che vi ha messo mano in due periodi diversi della sua vita.

Possiamo riconoscere che la cornice in prosa, un po’ folcloristica e naif, ha un origine antica e probabilmente è un racconto dal sapore esotico conosciuto anche in Israele; ne fa fede anche il protagonista Giobbe (l’osteggiato) che viene da Uz. Giobbe infatti è descritto come un ricco sceicco che in un attimo perde tutto per un capriccio di Satana (qui ha valore di nome comune: accusatore alla corte divina) che ottiene il permesso da Dio di metterlo alla prova.

L’introduzione comunque è tutt’altro che fuori luogo anzi, al contrario, introduce i dialoghi che risultano evidentemente uno sviluppo più tardivo della storia. Forse stona la conclusione che non corrisponde allo sviluppo teologico profondo che si costruisce attraverso il confronto di Giobbe con i suoi amici, l’intervento di Elihu e di Dio stesso. Tuttavia chi ha redatto l’opera voleva conservare integralmente quella storia da cui era partito lo sviluppo dell’opera stessa.

Appartengono dunque ad uno sviluppo successivo i dialoghi tra Giobbe e i tre amici che seguono lo schema 3X3. Se il Giobbe del racconto antico è l’emblema della pazienza e dell’accettazione totale di quanto gli è successo in questi dialoghi emerge un Giobbe completamente diverso, tutt’altro che rassegnato ma combattivo e critico verso l’ingiustizia dei suoi mali e verso la teoria della retribuzione portata avanti con insistenza dagli amici che vogliono a tutti i costi che egli si confessi colpevole davanti a Dio.

Diversi appaiono i quattro discorsi di Elihu che dimostrano una teologia più raffinata rispetto a quella dei tre amici e stilisticamente contengono diversi aramaismi. Potrebbe anche essere un completamento successivo dello stesso autore o semplicemente una posizione differente presa da una corrente più progressista.

L’ultimo ciclo di dialoghi tra Giobbe e gli amici appare un po’ artefatto. Qualcuno vi riconosce la mano di un censore che ha eliminato alcune espressioni troppo forti e che potevano esse considerate delle bestemmie verso Dio. Forse però è solo il bello dell’incompiuto come la Pietà Rondinini di Michelangelo.

L’inno della sapienza al capitolo 28 non si giustifica per forza come un’altra inserzione visto che il tema e la collocazione si inseriscono bene nell’intreccio del discorso.

 

Riferimenti di confronto extrabiblici con il libro di Giobbe

 

Ci sono testi, anche più antichi di Giobbe, sia Egizi, Babilonesi e Sumeri che si cimentano sullo stesso tema. Giobbe in alcuni passaggi li richiama ma con uno spirito completamente diverso. Ciò che fa la differenza è la qualità stilistica più elevata ed essenzialmente la dimensione Teologica. Tra tutti possiamo dare una sbirciatina al Dialogo di un disperato con la sua anima di un autore egiziano databile al 2000 a.C.

 

 

 

Giobbe

Dialogo di un disperato

Perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo?

12Perché due ginocchia mi hanno accolto,

e perché due mammelle, per allattarmi?

13Sì, ora giacerei tranquillo,

dormirei e avrei pace

14con i re e i governanti della terra,

che si sono costruiti mausolei,

15o con i principi, che hanno oro

e riempiono le case d`argento. (Gb 3)

 

 

I miei fratelli si sono allontanati da me,

persino gli amici mi si sono fatti stranieri.

14Scomparsi sono vicini e conoscenti,

mi hanno dimenticato gli ospiti di casa;

15da estraneo mi trattano le mie ancelle,

un forestiero sono ai loro occhi.

16Chiamo il mio servo ed egli non risponde,

devo supplicarlo con la mia bocca.

17Il mio fiato è ripugnante per mia moglie

e faccio schifo ai figli di mia madre. (Gb 19)

 

La morte è davanti a me oggi,

come quando il malato guarisce,

come l’uscir fuori da una detenzione (…)

La morte è davanti a me oggi,

come quando un uomo desidera vedere casa sua

dopo molti anni passati in prigionia.

 

 

Ecco il mio nome puzza,

ecco più che il fetore degli avvoltoi,

un giorno d’estate quando il cielo è ardente.

Ecco, il mio nome puzza,

ecco più che il fetore dei pescatori,

più che le insenature paludose dove hanno pescato.

 

 

A chi parlerò oggi?

I miei fratelli sono cattivi,

gli amici di oggi non possono essere amati.

 

 

Altri testi:

-          Giobbe numerico: “Lamentazione di un uomo al suo dio”.

-          “Ludlul bel nemeqi” (Voglio lodare il signore della sapienza) – Babilonia (1500 a.C.)

-          Teodicea Babilonese (1000 a.C.)

 

Autore e data di composizione.

 

Il racconto in prosa è certamente più antico per quanto poi sia stato aggiustato dall’autore certamente giudeo visto la sua conoscenza di diversi testi biblici. Dopo la trasmissione orale e la cristallizzazione testuale con i vari sviluppi la stesura definitiva dell’opera è probabilmente post-esilica quindi intorno al 400 a. C. Motivi particolari che giustificano l’opera non ce ne sono essendo un tema che tocca sempre la coscienza dell’uomo.

 

Preistoria orale (Ezechiele contemporaneo della caduta di Gerusalemme V sec. a.C.).

 

(…) anche se nel paese vivessero questi tre uomini: Noè, Daniele e Giobbe, essi con la loro giustizia salverebbero solo se stessi, dice il Signore Dio. 15Oppure se io infestassi quel paese di bestie feroci, che lo privassero dei suoi figli e ne facessero un deserto che nessuno potesse attraversare a causa delle bestie feroci, 16anche se in mezzo a quella terra ci fossero questi tre uomini, giuro com`è vero ch`io vivo, dice il Signore Dio: non salverebbero né figli né figlie, soltanto loro si salverebbero, ma la terra sarebbe un deserto.

            17Oppure, se io mandassi la spada contro quel paese e dicessi: Spada, percorri quel paese; e sterminassi uomini e bestie, 18anche se in mezzo a quel paese ci fossero questi tre uomini, giuro com`è vero ch`io vivo, dice il Signore: non salverebbero né figli né figlie, soltanto loro si salverebbero.

            19Oppure, se io mandassi la peste contro quella terra e sfogassi nella strage lo sdegno e sterminassi uomini e bestie, 20anche se in mezzo a quella terra ci fossero Noè, Daniele e Giobbe, giuro com`è vero ch`io vivo, dice il Signore Dio: non salverebbero né figli né figlie, soltanto essi si salverebbero per la loro giustizia. (Ez 14,14-20)

 

In Siracide 49,9 si può tradurre anche: “Ed evocò anche Giobbe che praticò tutte le vie della giustizia”. Giobbe sarebbe così nominato dopo Ezechiele.

 

Conoscere Dio: La vera posta in gioco nel libro di Giobbe

 

La posta in gioco nel libro di Giobbe è davvero alta. Occorre però avere la pazienza di leggerlo tutto con calma. Se ci accontentiamo infatti del racconto folcloristico antico che ne costituisce la cornice noi facilmente ridurremmo la storia di Giobbe ad una parabola sulla pazienza. Giobbe soffre e non sa il perché, (lo sanno però i lettori che da subito vengono resi partecipi delle decisioni prese nella corte divina), messo duramente alla prova resiste senza scomporsi di un millimetro e alla fine riceve da Dio il premio per la sua sopportazione e la sua fede “granitica”.

 

Le due espressioni cardine che fotografano questa sue fede sono:

 

«Nudo uscii dal seno di mia madre,

            e nudo vi ritornerò.

Il Signore ha dato, il Signore ha tolto,

            sia benedetto il nome del Signore!». (Gb 1,21)

 

e in risposta alla moglie che si beffa di lui…

 

«Come parlerebbe una stolta tu hai parlato! Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremo accettare il male?». (Gb 2,10)

 

Abbiamo però già accennato che il Giobbe che ritroviamo nel dialogo poetico con i tre amici è completamente diverso. Oltre al lamento per la sua ingiusta condizione di sofferente egli si scaglia contro il “teorema retribuzionista” in cui si muovono i discorsi dei tre saggi amici. Elifaz con una sensibilità profetica, Bildad con una sensibilità giuridica e Zofar con una sensibilità sapienziale, vogliono che Giobbe si dichiari colpevole perché il male che lui patisce è certamente causato da una sua mancanza. Giobbe a questo punto più che per il suo male protesta per la sua innocenza non accettando che Dio venga rinchiuso negli schemi razionali proposti dai tre amici. La teoria della retribuzione era consolidata in Israele (e dovremmo dire anche oggi visto che quando capita una disgrazia la prima cosa che si dice è “se ho fai de mal”…) Essa, prima di pensare ad una vita oltre la morte e quindi ad una retribuzione ultraterrena, dallo schema causa-effetto faceva dipendere il male o le disgrazie da una colpa personale. Si capisce allora anche il perché il malato è emarginato come un peccatore e chi lo tocca diventa impuro.

La protesta di Giobbe raggiunge vertici unici e non comuni, così forti da far credere che qualcuno gli abbia in parte censurati.

Anche gli interventi di Elihu non risolvono la questione sebbene i suoi discorsi si mostrino più aperti e progressisti rispetto a quelli dei tre amici insistendo sul valore “pedagogico” della sofferenza di Giobbe.

Solo dopo i due discorsi di Dio, Giobbe può risolvere la tensione comprendendo che la sua esperienza lo ha condotto ad una conoscenza personale, profonda e vissuta del vero Dio. Il vertice del libro di Giobbe sta infatti in questa espressione:

 

“Io ti riconoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono”.

 

Giobbe a questo punto mette la sua mano sulla bocca e si pente per aver osato tanto verso Dio. La vera questione non è allora di come sopportare il male (questione morale) o di come giustificare l’esistenza di Dio di fronte al mistero del male (teodicea) ma qual è il volto vero di Dio in cui possiamo credere anche dentro l’esperienza del dolore innocente. Occorre svincolarsi da un rapporto commerciale con Dio in favore di un rapporto gratuito fino a dire come Giobbe:

 

“quand’anche egli mi uccidesse io continuerò a credere in lui.” Gb 13,15

 

A questo punto comprendiamo come sia superflua la conclusione in prosa se non come conclusione della storia che fa anche da introduzione. Giobbe non avrebbe bisogno di essere reintegrato in ciò che ha perduto perché il dono più grande della sua storia è il cammino di fede tribolato che ha percorso fino a rasentare la bestemmia ma che lo ha condotto alla vera fede, ad una fede adulta, matura e al vero Dio.

 

Ne è prova il fatto che Dio elogia lui e non i discorsi pii e compassati dei suoi amici.

 

“ … non avete detto cose rette di me come il mio servo Giobbe”. (Gb 42,8c)

 

Un vero tesoro

 

Per l’esperienza sempre singolare del dolore che accompagna Giobbe e per la sua “alta” e “critica” teologia, Giobbe, come del resto tutta la Scrittura, è un vero tesoro. Per l’altezza poetica può benissimo essere messo a fianco di altre opere classiche famose ed immortali capaci di ispirare altre opere come quel luogo che non si può più abbandonare se si vuole procedere oltre come per il “Faust” di Goethe, “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij, la “Peste” di Camus e il “Processo” di Kafka. Ci basti riascoltare, per concludere, queste parole di un famoso filosofo Kierkegaard:

Se non avessi Giobbe! E’ difficile descrivere le sfumature di significato e le varietà di significati che ha per me. Io non lo leggo come si legge un altro libro, con gli occhi, ma metto per così dire il libro sul mio cuore e lo leggo con gli occhi del cuore. Come il bambino che mette il libro sotto il cuscino per essere certo di non aver dimenticato la sua lezione quando al mattino si sveglia, cos’ la notte mi porto a letto il libro di Giobbe. Ogni sua parola è cibo, vestimento e balsamo per la mia povera anima. Ora svegliandomi dal mio letargo la sua parola mi desta ad una nuova inquietudine, ora placa la sterile furia che è in me, mette fine a quel che di atroce vi è nei muti spasmi della passione. Ma avete letto Giobbe? Leggetelo, leggetelo e rileggetelo… (La ripresa).

 

 

II

Giobbe: Le dimensioni della sofferenza umana

 

Abbiamo detto che non è la sofferenza il tema principale del libro di Giobbe quindi non è né un libro di “teodicea” che voglia giustificare il mistero del male di fronte all’esistenza di Dio né un libro di morale che voglia insegnare a sopportare pazientemente il dolore. Il libro di Giobbe è un libro eminentemente Teologico e la situazione di sofferenza in cui versa il povero Giobbe è solo l’occasione per smascherare una religiosità compassata come quella degli amici venuti per consolarlo e per Giobbe stesso di fare un’esperienza unica e personale di Dio. Detto questo non possiamo pero dimenticare che Giobbe è un sofferente e la sua vicenda raccontata in questo libro ci aiuta ad entrare in questo mistero. Giobbe in qualche misura diventa il “sofferente” per antonomasia quasi che chi ha scritto questa storia ha voluto riversare su di lui ogni sofferenza possibile e immaginabile ed ogni dimensione della stessa. In questo nostro secondo incontro sosteremo dunque sulla sofferenza di Giobbe per capire un po’ di più che cosa sia e che cosa comporti il soffrire. Non è infatti facile parlare della propria sofferenza e comunicarne l’esperienza agli altri. La sofferenza è avvolta da una certa “reticenza”, pudore, e non sempre riusciamo a darle un volto così vero e completo come emerge in questo libro.

 

 

Un crescendo di sofferenza: Le disgrazie non vengono mai da sole.

 

L’impressione che si ha leggendo il libro di Giobbe è che vi sia quasi una sorta di accanimento verso il suo protagonista. Nella storia che sta all’inizio del libro si viene a sapere che Giobbe è spogliato anzitutto di tutti i suoi averi e dei suoi servi, poi dei suoi figli ed infine della sua salute. E’ evidente che si tratta di un crescendo “letterario” che fa sentire e crescere la drammaticità della vicenda narrata ma che restituisce davvero quell’impressione che anche noi abbiamo quando ci sembra che le disgrazie non vengono mai da sole facendoci percepire una sorta di crudeltà del destino. Abbiamo l’impressione di essere diventati un bersaglio e che il soffrire non abbia fondo e non sia mai abbastanza pago e sazio. Non c’è una giustizia equamente distributiva. Tutti dobbiamo soffrire ma un po’ per uno. Sembra invece che quando il soffrire prenda di mira qualcuno non lo abbandoni più, non gli lasci un attimo di tregua e di respiro. Questo crescendo ci fa intuire anche che la perdita dei propri beni e persino delle persone più care non equivalgono all’essere colpiti nella propria carne. Certo emotivamente uno al momento preferirebbe quasi morire piuttosto che perdere un figlio ma in realtà, come si dice, finché c’è vita c’è speranza. Se sto bene posso ancora rifarmi dei beni perduti e trovare ancora consolazione per la morte di un figlio nella nascita di un altro figlio ma se ad essere colpito sono io davvero non solo ho perso tutto ma ho perso anche la possibilità di ritrovarlo in qualche modo.

 

12Me ne stavo tranquillo ed egli mi ha rovinato,

mi ha afferrato per il collo e mi ha stritolato;

ha fatto di me il suo bersaglio.

13I suoi arcieri mi circondano;

mi trafigge i fianchi senza pietà,

versa a terra il mio fiele,

14mi apre ferita su ferita,

mi si avventa contro come un guerriero. (Gb 16,12-14)

 

Descrizione della sofferenza fisica di Giobbe

 

Apparentemente sembra che Giobbe sia colpito nella “pelle” da una sorta di eczema purulento ma in realtà la “pelle” è sinonimo di tutta la persona. Del resto anche noi per dire “salvare la vita” diciamo “salvare la pelle”. Essere colpito nella pelle significa allora essere colpito nella vita mortalmente. La sofferenza fisica di Giobbe tocca tutto il suo corpo dalla pelle, alla carne che si è rinsecchita, alle ossa che gli dolgono e non gli danno pace, alla febbre che brucia dentro di sé.  Giobbe ha nausea, dolori ovunque. Le sue piaghe sono infette e puzzolenti, la sua mente ne è ottenebrata e la vista indebolita. Il morbo che ha colpito Giobbe non lo risparmia in nulla.

 

7Satana si allontanò dal Signore e colpì Giobbe con una piaga maligna, dalla pianta dei piedi alla cima del capo. 8Giobbe prese un coccio per grattarsi e stava seduto in mezzo alla cenere. (Gb 2,7-8)

 

5Ricoperta di vermi e croste è la mia carne, raggrinzita è la mia pelle e si disfà. (Gb 7,5)

 

Intanto io mi disfò come legno tarlato o come un vestito corroso da tignola. (13, 28)

 

17Egli con una tempesta mi schiaccia,

moltiplica le mie piaghe senza ragione,

18non mi lascia riprendere il fiato,

anzi mi sazia di amarezze. (Gb 9,17-18)

 

7Si offusca per il dolore il mio occhio

e le mie membra non sono che ombra. (Gb 17,7)

 

20Alla pelle si attaccano le mie ossa

e non è salva che la pelle dei miei denti.(Gb 19,20)

 

17Di notte mi sento trafiggere le ossa

e i dolori che mi rodono non mi danno riposo. (Gb 30,17)

 

30La mia pelle si è annerita, mi si stacca

e le mie ossa bruciano dall`arsura. (Gb 30,30)

 

Come lo schiavo sospira l`ombra

e come il mercenario aspetta il suo salario,

3così a me son toccati mesi d`illusione

e notti di dolore mi sono state assegnate.

4Se mi corico dico: «Quando mi alzerò?».

Si allungano le ombre e sono stanco di rigirarmi fino

all`alba. (Gb 7,2-4)

 

Indirettamente anche dalle parole di Eliu…

 

Lo corregge con il dolore nel suo letto

e con la tortura continua delle ossa;

20quando il suo senso ha nausea del pane,

il suo appetito del cibo squisito;

21quando la sua carne si consuma a vista d`occhio

e le ossa, che non si vedevano prima, spuntano fuori… (Gb 33,19-21)

 

Giobbe dunque è l’emblema della sofferenza umana in lui si assommano tutti i mali fisici possibili e immaginabili:

·          Febbre

·          Prurito

·          Dolori

·          Vomito

·          Insonnia

·          Inappetenza

·          Dimagrimento

·          Infermità

·          Odore

·          Difetto di percezione sensoriale

 

Di fronte a tanta sofferenza possiamo capire il desiderio della morte o meglio di non essere mai nato. E’ chiaro che è un modo per dire tutta la disperazione che prova un sofferente che non trova un minimo di sollievo e di pace.

 

Perisca il giorno in cui nacqui

e la notte in cui si disse: «E` stato concepito un

uomo!».

4Quel giorno sia tenebra,

non lo ricerchi Dio dall`alto,

né brilli mai su di esso la luce.

5Lo rivendichi tenebra e morte,

gli si stenda sopra una nube

e lo facciano spaventoso gli uragani del giorno!

6Quel giorno lo possieda il buio

non si aggiunga ai giorni dell`anno,

non entri nel conto dei mesi.

7Ecco, quella notte sia lugubre

e non entri giubilo in essa.

(…)     

10poiché non mi ha chiuso il varco del grembo

materno,

e non ha nascosto l`affanno agli occhi miei!

11E perché non sono morto fin dal seno di mia madre

e non spirai appena uscito dal grembo?

12Perché due ginocchia mi hanno accolto,

e perché due mammelle, per allattarmi?

13Sì, ora giacerei tranquillo,

dormirei e avrei pace

14con i re e i governanti della terra,

che si sono costruiti mausolei,

15o con i principi, che hanno oro

e riempiono le case d`argento.

16Oppure, come aborto nascosto, più non sarei,

o come i bimbi che non hanno visto la luce.

17Laggiù i malvagi cessano d`agitarsi,

laggiù riposano gli sfiniti di forze.

18I prigionieri hanno pace insieme,

non sentono più la voce dell`aguzzino.

(…)

20Perché dare la luce a un infelice

e la vita a chi ha l`amarezza nel cuore,

21a quelli che aspettano la morte e non viene,

che la cercano più di un tesoro,

22che godono alla vista di un tumulo,

gioiscono se possono trovare una tomba...

23a un uomo, la cui via è nascosta

e che Dio da ogni parte ha sbarrato?

24Così, al posto del cibo entra il mio gemito,

e i miei ruggiti sgorgano come acqua,

25perché ciò che temo mi accade

e quel che mi spaventa mi raggiunge.

26Non ho tranquillità, non ho requie,

non ho riposo e viene il tormento! (Gb 3)

 

8Oh, mi accadesse quello che invoco,

e Dio mi concedesse quello che spero!

9Volesse Dio schiacciarmi,

stendere la mano e sopprimermi!

10Ciò sarebbe per me un qualche conforto (Gb 6,8-10)

 

Preferirei essere soffocato,

la morte piuttosto che questi miei dolori! (Gb 7,15)

 

Perché tu mi hai tratto dal seno materno?

Fossi morto e nessun occhio m`avesse mai visto!

19Sarei come se non fossi mai esistito;

dal ventre sarei stato portato alla tomba! (Gb 10,18-19)

 

13Se posso sperare qualche cosa, la tomba è la mia casa,

nelle tenebre distendo il mio giaciglio.

14Al sepolcro io grido: «Padre mio sei tu!»

e ai vermi: «Madre mia, sorelle mie voi siete!». (Gb 17,13-14)

 

 

Il male di vivere

 

Già questo desiderio di non essere nato o di morire ci fa capire che la sofferenza fisica diventa anche sofferenza interiore. La sofferenza fisica diventa anche inevitabilmente una sofferenza psicologica e spirituale. L’uomo elabora il suo soffrire e interiormente scatena il “male di vivere” in una infinità di risonanze come la vergogna, la paura, la tristezza che arriva all’angoscia, l’amarezza, la depressione, la nostalgia.

 

Giobbe confessa che il suo male non è solo fisico ma è anche l’amarezza del cuore:

 

11Ma io non terrò chiusa la mia bocca,

parlerò nell`angoscia del mio spirito,

mi lamenterò nell`amarezza del mio cuore!(Gb 7,11)

 

Giobbe sente spegnere in se ogni speranza:

 

I miei giorni sono stati più veloci d`una spola,

sono finiti senza speranza. (Gb 7,6)

 

Poiché anche per l`albero c`è speranza:

se viene tagliato, ancora ributta

e i suoi germogli non cessano di crescere;

8se sotto terra invecchia la sua radice

e al suolo muore il suo tronco,

9al sentore dell`acqua rigermoglia

e mette rami come nuova pianta.

10L`uomo invece, se muore, giace inerte,

quando il mortale spira, dov`è? (Gb 14,7-10)

 

15E la mia speranza dov`è?

Il mio benessere chi lo vedrà?

16Scenderanno forse con me nella tomba

o caleremo insieme nella polvere! (Gb 17, 15-16)

 

Giobbe che è stato vicino ai sofferenti ora non sa gestire la propria situazione:

 

3Ecco, tu hai istruito molti

e a mani fiacche hai ridato vigore;

4le tue parole hanno sorretto chi vacillava

e le ginocchia che si piegavano hai rafforzato.

5Ma ora questo accade a te e ti abbatti;

capita a te e ne sei sconvolto. (Gb 4,3-5)

 

Il male ti ripiega su te stesso, non riesci a pensare a nient’altro:

 

21Siano pure onorati i suoi figli, non lo sa;

siano disprezzati, lo ignora!

22Soltanto i suoi dolori egli sente

e piange sopra di sé. (Gb 14,21-22)

 

Il male ti fa vivere di nostalgia, senza futuro l’unico conforto è nel rimpianto:

 

2Oh, potessi tornare com`ero ai mesi di un tempo,

ai giorni in cui Dio mi proteggeva,

3quando brillava la sua lucerna sopra il mio capo

e alla sua luce camminavo in mezzo alle tenebre;

4com`ero ai giorni del mio autunno,

quando Dio proteggeva la mia tenda,

5quando l`Onnipotente era ancora con me

e i miei giovani mi stavano attorno;

6quando mi lavavo in piedi nel latte

e la roccia mi versava ruscelli d`olio! (Gb 29, 2-6)

 

L’angoscia interiore finisce per pesare più del male fisico:

 

2Se ben si pesasse il mio cruccio

e sulla stessa bilancia si ponesse la mia sventura...

3certo sarebbe più pesante della sabbia del mare! (Gb 6,2-3)

 

 

La solitudine della sofferenza

 

La sofferenza è di sua natura una delle esperienze più “solitarie”. C’è una sorta di pudore sia del sofferente che non mostra volentieri la propria sofferenza sia di chi sta vicino che verso il sofferente prova spesso un po’ d’imbarazzo. Certamente questa solitudine rende ancora più penosa la situazione del sofferente. Purtroppo però ad aggravare le cose interviene da una parte l’emarginazione del malato, dall’altra l’abbandono di persone che fino ad un momento prima erano prossime e amiche. L’emarginazione ha una dimensione “igienica” che trapassa in una dimensione “morale”. Spesso per evitare il contagio (non dimentichiamo che Giobbe ha una malattia che lo colpisce nella pelle come la lebbra) i malati sono allontanati e ghettizzati, solo quando saranno guariti potranno ritornare a vivere in società. Da questa motivazione originariamente igienica si arriva ad una di tipo morale. Il male fisico è il segno nella carne del proprio peccato. Come peccatore il malato viene espulso dalla società religiosa. Una volta guarito sarà riammesso e ora comprendiamo perché Gesù dice ai lebbrosi guariti di presentarsi al sacerdote. Erano infatti i sacerdoti che verificavano l’avvenuta guarigione e riammettevano il guarito nella vita sociale.

Il sofferente viene “emarginato” aggravando così la sua situazione, costretto a rinunciare alla propria vita sociale. Giobbe siede tra i cocci e la cenere nella discarica della sua città. E’ interessante vedere come in un altro modo ancora oggi il malato viene emarginato e ghettizzato. Solo il “sano” ha pieno riconoscimento sociale.

Ma il malato rischia di essere lasciato solo anche perché abbandonato da coloro che considerava “cari”. In molti testi che parlano dell’amicizia si ricorda in continuazione che il vero amico è quello che rimane vicino nella sventura. Purtroppo capita che persino chi ci è più vicino non riesce, non vuole, non comprende il senso di starci vicino quando soffriamo.

Ma ancor più gravemente chi soffre è posto in una condizione di debolezza, di particolare vulnerabilità, alla mercé degli approfittatori di turno.

 

Giobbe, come emblema dell’uomo sofferente, attraversa in pieno questa solitudine: Diventato un rifiuto, è spregevole agli occhi della moglie e dei figli. Coloro che lo onoravano ora ridono di lui spogliandolo di ogni riconoscimento e dignità. Gli unici amici che gli sono rimasti sono lì per accusarlo. Nessuno lo ascolta e crede alla sua innocenza.

 

Allora sua moglie disse: «Rimani ancor fermo nella tua integrità? Benedici Dio e muori!». (Gb 2,9)

 

A chi è sfinito è dovuta pietà dagli amici,

anche se ha abbandonato il timore di Dio.

15I miei fratelli mi hanno deluso come un torrente,

sono dileguati come i torrenti delle valli,

16i quali sono torbidi per lo sgelo,

si gonfiano allo sciogliersi della neve,

17ma al tempo della siccità svaniscono

e all`arsura scompaiono dai loro letti. (Gb 6,14-17)

 

I miei fratelli si sono allontanati da me,

persino gli amici mi si sono fatti stranieri.

14Scomparsi sono vicini e conoscenti,

mi hanno dimenticato gli ospiti di casa;

15da estraneo mi trattano le mie ancelle,

un forestiero sono ai loro occhi.

16Chiamo il mio servo ed egli non risponde,

devo supplicarlo con la mia bocca.

17Il mio fiato è ripugnante per mia moglie

e faccio schifo ai figli di mia madre.

18Anche i monelli hanno ribrezzo di me:

se tento d`alzarmi, mi danno la baia.

19Mi hanno in orrore tutti i miei confidenti:

quelli che amavo si rivoltano contro di me. (Gb 19,13-19)

 

Ora però egli m`ha spossato, fiaccato,

tutto il mio vicinato mi è addosso;

8si è costituito testimone ed è insorto contro di

me:

il mio calunniatore mi accusa in faccia.

9La sua collera mi dilania e mi perseguita;

digrigna i denti contro di me,

il mio nemico su di me aguzza gli occhi.

10Spalancano la bocca contro di me,

mi schiaffeggiano con insulti,

insieme si alleano contro di me.

11Dio mi consegna come preda all`empio,

e mi getta nelle mani dei malvagi. (Gb 16,7-11)

 

così son diventato ludibrio dei popoli

sono oggetto di scherno davanti a loro.(Gb 17,6)

1Ora invece si ridono di me

i più giovani di me in età,

i cui padri non avrei degnato

di mettere tra i cani del mio gregge.

(…)     

9Ora io sono la loro canzone,

sono diventato la loro favola!

10Hanno orrore di me e mi schivano

e non si astengono dallo sputarmi in faccia!

11Poiché egli ha allentato il mio arco e mi ha

abbattuto,

essi han rigettato davanti a me ogni freno.

12A destra insorge la ragazzaglia;

smuovono i miei passi

e appianano la strada contro di me per perdermi.

13Hanno demolito il mio sentiero,

cospirando per la mia disfatta

e nessuno si oppone a loro.

14Avanzano come attraverso una larga breccia,

sbucano in mezzo alle macerie.

15I terrori si sono volti contro di me;

si è dileguata, come vento, la mia grandezza

e come nube è passata la mia felicità. (Gb 30)

 

 

L’abbandono di Dio

 

La solitudine che il sofferente prova raggiunge il suo vertice quando tocca il rapporto con Dio. Giobbe si sente abbandonato dal Dio che inspiegabilmente non interviene a sollevarlo nella sua situazione nonostante la sua rettitudine. Non solo Dio tace ma ora gli appare con il volto del suo più acerrimo nemico, come se volontariamente si accanisse contro di lui. Persino gli dà fastidio l’essere sotto il suo sguardo. Questa solitudine totale, radicale è davvero il volto più oscuro dell’umano soffrire.

 

2Ancor oggi il mio lamento è amaro

e la sua mano grava sopra i miei gemiti.

3Oh, potessi sapere dove trovarlo,

potessi arrivare fino al suo trono!

(…)

Ma se vado in avanti, egli non c`è,

se vado indietro, non lo sento.

9A sinistra lo cerco e non lo scorgo,

mi volgo a destra e non lo vedo. (Gb 23,2-3;8-9)

 

davanti a lui sono atterrito,

ci penso e ho paura di lui.

16Dio ha fiaccato il mio cuore,

l`Onnipotente mi ha atterrito; (Gb 23,15-16)

 

Dalla città si alza il gemito dei moribondi

e l`anima dei feriti grida aiuto:

Dio non presta attenzione alle loro preghiere. (Gb 24,12)

 

20Io grido a te, ma tu non mi rispondi,

insisto, ma tu non mi dai retta.

21Tu sei un duro avversario verso di me

e con la forza delle tue mani mi perseguiti;

22mi sollevi e mi poni a cavallo del vento

e mi fai sballottare dalla bufera.

23So bene che mi conduci alla morte,

alla casa dove si riunisce ogni vivente. (Gb 30,20-23)

 

Io mi disfaccio, non vivrò più a lungo.

Lasciami, perché un soffio sono i miei giorni.

17Che è quest`uomo che tu nei fai tanto conto

e a lui rivolgi la tua attenzione

18e lo scruti ogni mattina

e ad ogni istante lo metti alla prova?

19Fino a quando da me non toglierai lo sguardo

e non mi lascerai inghiottire la saliva?

20Se ho peccato, che cosa ti ho fatto,

o custode dell`uomo?

Perché m`hai preso a bersaglio

e ti son diventato di peso? (Gb 7, 16-20)

 

 

Conclusioni

 

Il libro di Giobbe ci ha permesso davvero di sviscerare la realtà del dolore umano in tutta la sua complessità. Il dolore ha per l’uomo quattro stratificazioni:

·                Vi è il dolore fisico che dà tormento, che consuma, disabilita e spegne la vita dentro di noi. Un dolore a volte così grande e disumano da farci desiderare la morte come liberazione.

·                Questo dolore così agisce sullo spirito e l’interiorità dell’uomo mettendo in discussione la sua speranza, la voglia di vivere, il senso della vita stessa. L’uomo sofferente si sente vulnerabile, ha paura, si abbandona facilmente alla disperazione.

·                Il dolore è anche un’esperienza di solitudine e di incomprensione. Non è facile trovare qualcuno che condivide il tuo dolore e che ti possa essere di vera consolazione. Al contrario diventa il momento in cui si viene abbandonati quando non addirittura si trova chi si approfitta della nostra situazione.

·                Il dolore mette in gioco anche la nostra fede. Dio può apparirci lontano e ostile ma se abbiamo pazienza e non ci abbandoniamo a facili schemi per dare un senso a quanto ci succede può diventare l’occasione in cui fare un’esperienza più autentica di Dio.

·                Questa stratificazione del dolore ci aiuta anche a capire come essere vicino a chi soffre. Non basta infatti lenire il dolore fisico anche se è importante sviluppare una seria terapia del dolore. Il malato ha bisogno di ritrovare ragioni di speranza, di sentirsi amato e di essere accompagnato ad un incontro con Dio attraverso un percorso di fede combattuto ma autentico.

 

 

III

Il Dio di Giobbe

 

Introduzione

 

Potremmo restare in parte stupiti o forse addirittura amareggiati ma nel libro di Giobbe non troviamo una risposta al problema della sofferenza umana e in particolare del dolore innocente. Abbiamo già ampliamente sottolineato come la vera questione trattata nel libro di Giobbe è in definitiva il mistero di Dio stesso. L’esperienza del dolore umano, come altre esperienze forti e cruciali nell’esperienza umana, si appella a Dio. Non potendo fare altro si tenta di addomesticare il dolore trovandovi una razionalità misteriosa o anche una teologia che troppo frettolosamente cerca di dare un senso al dolore dell’uomo togliendo Dio dall’imbarazzo di giustificare la propria esistenza, la propria onnipotenza e la propria bontà dinnanzi a tale mistero. Non è questa la direzione che il discorso intraprende nel libro di Giobbe. Quello che emerge è un itinerario umano (esperienziale-intellettuale) e mistico (spirituale) compiuto da un uomo immerso dentro un’esperienza di dolore insopportabile e senza una ragione (come abbiamo ben illustrato nel nostro incontro precedente) che approda ad un’esperienza personale e autentica del vero volto di Dio. Il libro di Giobbe ci restituisce l’itinerario di una fede tormentata che non arriva né alla negazione di Dio né ad una giustificazione razionale del dolore ma ad una nuova esperienza e ad un nuovo rapporto con Dio che sostiene anche il mistero di un male senza ragione.

L’esperienza della sofferenza è uno di quei tornanti della vita in cui è data all’uomo una singolare sensibilità in ordine a cogliere il vero senso delle cose, della vita e di Dio stesso: chi soffre non si accontenta di un fervorino simil-religioso o di rispostine da manuale di teolodicea. E’ un’esperienza de-stabilizzante che mette in discussione tutte le certezze purificando le vere dalle false e presunte. E’ infatti una situazione in cui le questioni non sono fatte per un puro piacere accademico ma diventano questioni di senso a cui aggrappare disperatamente la propria esistenza. Giobbe nella sua condizione è posto paradossalmente rispetto ai suoi sapienti amici in una particolare “autenticità”. Dal percorso sofferto di Giobbe ne nascerà un’esperienza di Dio personale e profonda stigmatizzata in quell’espressione già più volte citata:

 

Prima ti conoscevo per sentito dire ma ora i miei occhi ti vedono! (Gb 42,5)

 

Potremmo dire che questo è il vertice dell’esperienza e della vita di Giobbe, ciò che può in qualche modo ripagarlo di tutta la sua sofferenza. Un’esperienza che alla fine cambia radicalmente Giobbe e la sua vita, la propria esperienza di Dio e il modo di vedere tutte le cose. La reintegrazione dei suoi beni e della sua famiglia, che per molti stona come una caduta di stile, ma che si spiega a partire da quel racconto antico da cui parte il libro di Giobbe e che ne costituisce la cornice, è una sorta di manifestazione di questa felice conclusione. Davvero l’uomo ritrova tutto ciò che ha perduto quando ritrova il vero volto di Dio.

 

Così si esprime in proposito il grande A. Schokel:

 

“Il libro di Giobbe è un libro singolarmente moderno, provocante, non adatto ai conformisti. E’ difficile ascoltarlo senza sentirsi interpellati. E’ difficile comprenderlo se non si prende posizione. Anche lo spettatore deve cambiare nel corso della rappresentazione. Terminata la scena, quando si toglie lo scenario, parleremo con Dio, parleremo di Dio nello stesso modo di prima?”

 

Ora entriamo però nei passaggi più peculiari dentro questo discorso:

 

 

La differenza tra il Giobbe della cornice in prosa e il Giobbe della sezione poetica.

 

Il Giobbe della cornice è un Giobbe impassibile e imperturbabile. Egli accetta la volontà misteriosa di Dio che lo priva di ogni bene e della sua stessa salute con la proverbiale pazienza: “Il Signore ha dato il Signore ha tolto: sia Benedetto il nome del Signore” (Gb 1,21b). Nemmeno la provocazione e il dileggio della moglie lo distoglie da questa condotta.

Diverso è il Giobbe che incontriamo nella sezione più corposa e poetica del testo. E’ un Giobbe tormentato, disperato che si augura di non essere mai nato. E’ un Giobbe che vuole sapere il perché della sua condizione che egli considera profondamente ingiusta. E’ un Giobbe che ostinatamente si proclama innocente e rifiuta di trovare nel suo comportamento una spiegazione che giustifichi quanto gli è successo. E’ un Giobbe che ostinatamente di fronte ai suoi amici che gli chiedono ripetutamente di pentirsi si dichiara innocente chiamando Dio come testimone. E’ un Giobbe che esprime tutta la sua amarezza e anche i suoi dubbi nei confronti di Dio.

Due anime di Giobbe diverse ma che coesistono insieme. E’ in fondo l’esperienza che facciamo anche noi di una fede che ha volte ci sorregge ma altre volte non basta, è fragile. Tenendo conto della disposizione del testo, e cercando di darne un’interpretazione letterariamente unitaria al di là della sua stratificazione composita, potremmo dire che “dentro” la figura di una fede che resta granitica di fronte anche al dolore più grande, c’è spazio per la figura di una fede più dubbiosa, faticosa che conosce anche momenti di aspra lotta con Dio. In questo noi rivediamo l’esperienza spirituale di Giacobbe che solo al prezzo di una lotta che lo sfianca ottiene dall’angelo di conoscere il nome di Dio.

A rendere a Giobbe più insopportabile la propria condizione è la teoria dei suoi amici che con l’intento di consolarlo in realtà non credono alla sua innocenza e vogliono che egli si riconosca colpevole davanti a Dio. Ed è proprio su questa questione che si incentrano i discorsi dei tre amici e le risposte di Giobbe.

 

 

La teoria della retribuzione.

 

Tutti e tre gli amici per tre volte intervengono portando avanti la loro teoria retribuzionistica. Essi invitano l’amico Giobbe a riconoscersi colpevole, pentirsi dei suoi peccati, perché ciò che gli è accaduto è la “giusta” retribuzione che Dio ha riservato per qualche colpa commessa da lui o dai suoi figli. C’è una perfetta corrispondenza di causa ed effetto per cui la sventura capitata a Giobbe è conseguenza dei suoi peccati. C’è solo una possibilità: riconoscersi colpevoli e pentirsi nella speranza che Dio perdoni e con il perdono ponga fine alle sue sofferenze. Gli amici di Giobbe infieriscono progressivamente di fronte alla reiterata ostinazione con cui Giobbe si dichiara innocente. E’ evidente che dietro questa teoria che vuole dare un senso alle sventure di Giobbe ci sta un’idea di Dio ossia una teologia. E’ una visione molto chiara e semplice: Dio premia o punisce a seconda dei tuoi comportamenti. E’ un’idea di Dio schematica e “commerciale” da applicare imparzialmente a tutte le situazioni, un’idea così rigida e indiscutibile che occorre sforzare a volte le situazioni perché esse possano corrispondere ad una teoria precostituita. Così nessuno dei tre si schiera da amico dalla parte di Giobbe: Sicuri della loro schematizzazione del mistero di Dio e del suo modo di agire non vedono più né Dio né l’amico ma solo la loro supposta e incontrovertibile teologia.

 

Il discorso procede come una “tavola rotonda sulla questione”, una sorta di disputa tra sapienti:

 

Elifaz da una prospettiva più profetica:

 

12A me fu recata, furtiva, una parola

       e il mio orecchio ne percepì il lieve sussurro.

       13Nei fantasmi, tra visioni notturne,

       quando grava sugli uomini il sonno,

       14terrore mi prese e spavento

       e tutte le ossa mi fece tremare;

       15un vento mi passò sulla faccia,

       e il pelo si drizzò sulla mia carne...

       16Stava là ritto uno, di cui non riconobbi

       l`aspetto,

       un fantasma stava davanti ai miei occhi...

       Un sussurro..., e una voce mi si fece sentire:

       17«Può il mortale essere giusto davanti a Dio

       o innocente l`uomo davanti al suo creatore? (Gb 4, 12-17)

 

Ricordalo: quale innocente è mai perito

       e quando mai furon distrutti gli uomini retti?

       8Per quanto io ho visto, chi coltiva iniquità,

       chi semina affanni, li raccoglie.

       9A un soffio di Dio periscono

       e dallo sfogo della sua ira sono annientati. 

       (…)

       18Ecco, dei suoi servi egli non si fida

       e ai suoi angeli imputa difetti;

       19quanto più a chi abita case di fango,

       che nella polvere hanno il loro fondamento!

       Come tarlo sono schiacciati,

       20annientati fra il mattino e la sera:

       senza che nessuno ci badi, periscono per sempre.

       21La funicella della loro tenda non viene forse

       strappata?

       Muoiono senza saggezza!».  (Gb 4, 7-9; 18-21)

 

Bildad con un tratto più giuridico:

 

2Fino a quando dirai queste cose

       e vento impetuoso saranno le parole della tua bocca?

       3Può forse Dio deviare il diritto

       o l`Onnipotente sovvertire la giustizia?

       4Se i tuoi figli hanno peccato contro di lui,

       li ha messi in balìa della loro iniquità.

       5Se tu cercherai Dio

       e implorerai l`Onnipotente,

       6se puro e integro tu sei,

       fin d`ora veglierà su di te

       e ristabilirà la dimora della tua giustizia;

       7piccola cosa sarà la tua condizione di prima,

       di fronte alla grandezza che avrà la futura.

       8Chiedilo infatti alle generazioni passate,

       poni mente all`esperienza dei loro padri,

       9perché noi siamo di ieri e nulla sappiamo,

       come un`ombra sono i nostri giorni sulla terra.

       10Essi forse non ti istruiranno e ti parleranno

       traendo le parole dal cuore?

       11Cresce forse il papiro fuori della palude

       e si sviluppa forse il giunco senz`acqua? (Gb 8, 2-11)

 

Zofar da una prospettiva sapienziale:

 

4Tu dici: «Pura è la mia condotta,

       io sono irreprensibile agli occhi di lui».

       5Tuttavia, volesse Dio parlare

       e aprire le labbra contro di te,

       6per manifestarti i segreti della sapienza,

       che sono così difficili all`intelletto,

       allora sapresti che Dio ti condona parte della tua colpa. (Gb 11,4-6)

 

Per risolvere la questione l’unica strada è riconoscere la colpevolezza e chiedere perdono:

 

Elifaz:

 

Su, riconcìliati con lui e tornerai felice,

       ne riceverai un gran vantaggio.

       22Accogli la legge dalla sua bocca

       e poni le sue parole nel tuo cuore.

       23Se ti rivolgerai all`Onnipotente con umiltà,

       se allontanerai l`iniquità dalla tua tenda,

       24se stimerai come polvere l`oro

       e come ciottoli dei fiumi l`oro di Ofir,

       25allora sarà l`Onnipotente il tuo oro

       e sarà per te argento a mucchi.

       26Allora sì, nell`Onnipotente ti delizierai

       e alzerai a Dio la tua faccia.

       27Lo supplicherai ed egli t`esaudirà

       e tu scioglierai i tuoi voti.

       28Deciderai una cosa e ti riuscirà

       e sul tuo cammino splenderà la luce.

       29Egli umilia l`alterigia del superbo,

       ma soccorre chi ha gli occhi bassi.

       30Egli libera l`innocente;

       tu sarai liberato per la purezza delle tue mani. (Gb 22,21-30)

 

 

Il rifiuto di Giobbe della teoria retribuzionistica e la sua professione di innocenza.

 

Giobbe non è per nulla consolato dalle parole dei suoi amici. Anzi il suo dolore si fa ancora più insopportabile volendo essi fargli perdere l’ultima cosa che gli è rimasta e cioè la sua innocenza. Giobbe partendo dalla sua situazione non può accettare la teoria retribuzionistica.  Come si può spiegare altrimenti che i malvagi prosperano?

Tuttavia Giobbe pur criticando la teoria retribuzionistica non si dissocia in realtà da essa. Il suo lamento infatti nei confronti di Dio parte dagli stessi presupposti: Dio non è giusto perché non mi ripaga col bene della mia innocenza. Certo Giobbe è posto in una condizione tale per cui non può accettare questa teoria che giustifica il dolore innocente sostenendo che non esiste nessun vero innocente che soffre, ma è ancora prigioniero di una logica di giustizia che non fa i conti con la libertà e la gratuità di Dio.

 

2Fino a quando mi tormenterete

       e mi opprimerete con le vostre parole?

       3Son dieci volte che mi insultate

       e mi maltrattate senza pudore.

       4E` poi vero che io abbia mancato

       e che persista nel mio errore?

       5Non è forse vero che credete di vincere contro di me,

       rinfacciandomi la mia abiezione?

       6Sappiate dunque che Dio mi ha piegato

       e mi ha avviluppato nella sua rete.

       7Ecco, grido contro la violenza, ma non ho risposta,

       chiedo aiuto, ma non c`è giustizia! (Gb 19,2-7)

 

Avevo stretto con gli occhi un patto

       di non fissare neppure una vergine.

       2Che parte mi assegna Dio di lassù

       e che porzione mi assegna l`Onnipotente dall`alto?

       3Non è forse la rovina riservata all`iniquo

       e la sventura per chi compie il male?

       4Non vede egli la mia condotta

       e non conta tutti i miei passi?

       5Se ho agito con falsità

       e il mio piede si è affrettato verso la frode,

       6mi pesi pure sulla bilancia della giustizia

       e Dio riconoscerà la mia integrità.

       7Se il mio passo è andato fuori strada

       e il mio cuore ha seguito i miei occhi,

       se alla mia mano si è attaccata sozzura,

       8io semini e un altro ne mangi il frutto

       e siano sradicati i miei germogli.

       9Se il mio cuore fu sedotto da una donna

       e ho spiato alla porta del mio prossimo,

       10mia moglie macini per un altro

       e altri ne abusino;

       11difatti quello è uno scandalo,

       un delitto da deferire ai giudici,

       12quello è un fuoco che divora fino alla

       distruzione

       e avrebbe consumato tutto il mio raccolto.

       13Se ho negato i diritti del mio schiavo

       e della schiava in lite con me,

       14che farei, quando Dio si alzerà,

       e, quando farà l`inchiesta, che risponderei?

       15Chi ha fatto me nel seno materno, non ha fatto

       anche lui?

       Non fu lo stesso a formarci nel seno?

       16Mai ho rifiutato quanto brama il povero,

       né ho lasciato languire gli occhi della vedova;

       17mai da solo ho mangiato il mio tozzo di pane,

       senza che ne mangiasse l`orfano,

       18poiché Dio, come un padre, mi ha allevato fin

       dall`infanzia

       e fin dal ventre di mia madre mi ha guidato.

       19Se mai ho visto un misero privo di vesti

       o un povero che non aveva di che coprirsi,

       20se non hanno dovuto benedirmi i suoi fianchi,

       o con la lana dei miei agnelli non si è riscaldato;

       21se contro un innocente ho alzato la mano,

       perché vedevo alla porta chi mi spalleggiava,

       22mi si stacchi la spalla dalla nuca

       e si rompa al gomito il mio braccio,

       23perché mi incute timore la mano di Dio

       e davanti alla sua maestà non posso resistere.

       24Se ho riposto la mia speranza nell`oro

       e all`oro fino ho detto: «Tu sei la mia fiducia»;

       25se godevo perché grandi erano i miei beni

       e guadagnava molto la mia mano;

       26se vedendo il sole risplendere

       e la luna chiara avanzare,

       27si è lasciato sedurre in segreto il mio cuore

       e con la mano alla bocca ho mandato un bacio,

       28anche questo sarebbe stato un delitto da tribunale,

       perché avrei rinnegato Dio che sta in alto.

       29Ho gioito forse della disgrazia del mio nemico

       e ho esultato perché lo colpiva la sventura,

       30io che non ho permesso alla mia lingua di peccare,

       augurando la sua morte con imprecazioni?

       31Non diceva forse la gente della mia tenda:

       «A chi non ha dato delle sue carni per saziarsi?».

       32All`aperto non passava la notte lo straniero

       e al viandante aprivo le mie porte.

       33Non ho nascosto, alla maniera degli uomini, la mia colpa,

       tenendo celato il mio delitto in petto,

       34come se temessi molto la folla,

       e il disprezzo delle tribù mi spaventasse,

       sì da starmene zitto senza uscire di casa.

       38Se contro di me grida la mia terra

       e i suoi solchi piangono con essa;

       39se ho mangiato il suo frutto senza pagare

       e ho fatto sospirare dalla fame i suoi coltivatori,

       40in luogo di frumento, getti spine,

       ed erbaccia al posto dell`orzo.

       35Oh, avessi uno che mi ascoltasse!

       Ecco qui la mia firma! L`Onnipotente mi risponda!

       Il documento scritto dal mio avversario

       36vorrei certo portarlo sulle mie spalle

       e cingerlo come mio diadema!

       37Il numero dei miei passi gli manifesterei

       e mi presenterei a lui come sovrano. (Gb 31,1-37)

 

Perché vivono i malvagi,

       invecchiano, anzi sono potenti e gagliardi?

       8La loro prole prospera insieme con essi,

       i loro rampolli crescono sotto i loro occhi.

       9Le loro case sono tranquille e senza timori;

       il bastone di Dio non pesa su di loro.

       10Il loro toro feconda e non falla,

       la vacca partorisce e non abortisce.

       11Mandano fuori, come un gregge, i loro ragazzi

       e i loro figli saltano in festa.

       12Cantano al suono di timpani e di cetre,

       si divertono al suono delle zampogne.

       13Finiscono nel benessere i loro giorni

       e scendono tranquilli negli inferi.

       14Eppure dicevano a Dio:«Allontanati da noi,

       non vogliamo conoscer le tue vie.

       15Chi è l`Onnipotente, perché dobbiamo servirlo?

       E che ci giova pregarlo?».

       16Non hanno forse in mano il loro benessere?

       Il consiglio degli empi non è lungi da lui?

       17Quante volte si spegne la lucerna degli empi,

       o la sventura piomba su di loro,

       e infliggerà loro castighi con ira? (Gb 21, 7-17)

 

 

I discorsi di Eliu

 

Abbiamo detto nell’introduzione che i quattro discorsi di Eliu sono probabilmente un’inserzione più recente che testimonia uno sviluppo teologico più raffinato. Eliù punta sul valore pedagogico della sofferenza svincolandola in qualche modo da uno schema strettamente retribuzionista. Ma come gli altri amici non si svincola dalla tentazione di schematizzare il mistero di Dio e del suo agire.

 

8Non hai fatto che dire ai miei orecchi

       e ho ben udito il suono dei tuoi detti:

       9«Puro son io, senza peccato,

       io sono mondo, non ho colpa;

       10ma egli contro di me trova pretesti

       e mi stima suo nemico;

       11pone in ceppi i miei piedi

       e spia tutti i miei passi!».

       12Ecco, in questo ti rispondo: non hai ragione.

       Dio è infatti più grande dell`uomo.

       13Perché ti lamenti di lui,

       se non risponde ad ogni tua parola?

       14Dio parla in un modo

       o in un altro, ma non si fa attenzione.

       15Parla nel sogno,visione notturna,

       quando cade il sopore sugli uomini

       e si addormentano sul loro giaciglio;

       16apre allora l`orecchio degli uomini

       e con apparizioni li spaventa,

       17per distogliere l`uomo dal male

       e tenerlo lontano dall`orgoglio,

       18per preservarne l`anima dalla fossa

       e la sua vita dalla morte violenta.

       19Lo corregge con il dolore nel suo letto

       e con la tortura continua delle ossa;

       20quando il suo senso ha nausea del pane,

       il suo appetito del cibo squisito;

       21quando la sua carne si consuma a vista d`occhio

       e le ossa, che non si vedevano prima, spuntano fuori,

       22quando egli si avvicina alla fossa

       e la sua vita alla dimora dei morti. (Gb 33, 8-22)

 

 

L’inno della Sapienza

 

Il Capitolo 28 segna un passaggio nel libro di Giobbe e apre già una prospettiva che troverà compimento solo nella conclusione del libro. In fondo il tentativo di razionalizzare l’esperienza del dolore come del mistero di cui è pervasa la vita dell’uomo è al contempo lo stolto tentativo di razionalizzare il mistero di Dio. Un intermezzo dunque che non si sa bene da dove sia saltato fuori ma certamente accompagna il discorso verso la giusta soluzione.

 

20Ma da dove viene la sapienza?

       E il luogo dell`intelligenza dov`è?

       21E` nascosta agli occhi di ogni vivente

       ed è ignota agli uccelli del cielo.

       22L`abisso e la morte dicono:

       «Con gli orecchi ne udimmo la fama».

       23Dio solo ne conosce la via,

       lui solo sa dove si trovi… (Gb 28,20-23)

 

 

 

I due discorsi conclusivi di Dio e la risposta di Giobbe

 

Dio, quasi raccogliendo la sfida di Giobbe, gli si rivela. Più che con delle risposte è con un incalzare di domande che Dio porta Giobbe a riconoscere la sua piccolezza e aver osato troppo nel “capire” il mistero della vita. Anche gli amici per argomentare i loro discorsi si sono appellati in continuazione alla superiorità e impescrutabilità divina ma solo strumentalmente per dire che Giobbe non sapeva quello che Dio conosceva e di cui loro erano sicuri: la sua colpevolezza.

Giobbe comprende allora che è arrivato il momento di tacere. Ora sa che proprio la sua esperienza tribolata lo ha aiutato a liberarsi di tutti gli schemi, i preconcetti e i pregiudizi per aprirsi alla rivelazione del mistero di Dio una rivelazione che noi riconosceremo compiuta solo in Cristo e che ci parla nel linguaggio del dolore innocente del Figlio di Dio di un amore inimmaginabile che diventa espiatorio, solidale carico di abbandono a Dio e di dono ai fratelli.

Certo alla fine Dio promuove Giobbe perché egli ha parlato bene di lui, con il desiderio autentico di conoscerlo e di incontrarlo, e solo la sua intercessione potrà salvare gli amici ciarloni. L’ostinazione di Giobbe è stata infatti quella che lo ha portato a liberarsi delle false immagini costruite di Dio e ad aprirsi all’esperienza di un mistero incalcolabile e inesprimibile capace però di dare un senso autentico anche alle contraddizioni irrazionali della vita.

 

Giobbe è invitato da Dio, con buona dose di amabile ironia, ad ampliare i suoi orizzonti, a leggere la sua esperienza dentro il mistero del mondo. Giobbe solo così capirà che egli sa ben poco di come va il mondo, che ci sono molte cose che non hanno una apparente ragione se non nel mistero della libertà dell’amore di Dio. Ci sono molte cose che non dipendono dall’uomo ma è Dio che vi provvede operando cose meravigliose secondo il suo disegno.

 

Chi è costui che oscura il consiglio

       con parole insipienti?

       3Cingiti i fianchi come un prode,

       io t`interrogherò e tu mi istruirai.

       4Dov`eri tu quand`io ponevo le fondamenta della terra?

       Dillo, se hai tanta intelligenza!

       5Chi ha fissato le sue dimensioni, se lo sai,

       o chi ha teso su di essa la misura?

       6Dove sono fissate le sue basi

       o chi ha posto la sua pietra angolare,

       7mentre gioivano in coro le stelle del mattino

       e plaudivano tutti i figli di Dio?

       8Chi ha chiuso tra due porte il mare,

       quando erompeva uscendo dal seno materno,

       9quando lo circondavo di nubi per veste

       e per fasce di caligine folta?

       10Poi gli ho fissato un limite

       e gli ho messo chiavistello e porte

       11e ho detto: «Fin qui giungerai e non oltre

       e qui s`infrangerà l`orgoglio delle tue onde». (Gb 38,2-11)

 

Avvengono cose che non hanno una immediata utilità per l’uomo e quindi “senza una apparente ragione” cose che l’uomo non sa, cose che l’uomo non potrà mai capire del tutto e che sembrano una pura contraddizione ma che Dio è capace di far coesistere:

 

25Chi ha scavato canali agli acquazzoni

       e una strada alla nube tonante,

       26per far piovere sopra una terra senza uomini,

       su un deserto dove non c`è nessuno,

       27per dissetare regioni desolate e squallide

       e far germogliare erbe nella steppa? (Gb 38,25-27)

 

13L`ala dello struzzo batte festante,

       ma è forse penna e piuma di cicogna?

       14Abbandona infatti alla terra le uova

       e sulla polvere le lascia riscaldare.

       15Dimentica che un piede può schiacciarle,

       una bestia selvatica calpestarle.

       16Tratta duramente i figli, come se non fossero suoi,

       della sua inutile fatica non si affanna,

       17perché Dio gli ha negato la saggezza

       e non gli ha dato in sorte discernimento.

       18Ma quando giunge il saettatore (ma quando si erge),

       fugge agitando le ali:

       si beffa del cavallo e del suo cavaliere. (Gb 39, 13-18)

 

 

Giobbe incalzato da queste domande capisce che ha osato davvero troppo. La vita più che compresa deve essere contemplata lasciando a Dio di rivelare il senso di tutte le cose.

 

3Giobbe rivolto al Signore disse:

       4Ecco, sono ben meschino: che ti posso rispondere?

       Mi metto la mano sulla bocca.

       5Ho parlato una volta, ma non replicherò.

       ho parlato due volte, ma non continuerò. (Gb 40, 3-5)

 

Ma Dio non ha ancora finito, non era suo scopo zittire Giobbe quasi umiliandolo, egli vuole che Giobbe impari a leggere le cose in modo diverso e soprattutto a rapportarsi a lui in modo nuovo.

Dio non è giusto perché non cancella il male dalla terra e dalla vita dell’uomo? Dio non è giusto perché non punisce i malvagi e non protegge coloro che gli sono fedeli dalla sofferenza, non dà loro il premio per le buone azioni compiute?

Il Cosmo non è privato di una componente caotica. Behemot e Leviatan, descritti nelle sembianze di un Ippopotamo e un coccodrillo, sono due mostri mitologici che incarnano l’elemento caotico primordiale. Le forze del caos tentano di portare il mondo ancora verso il nulla ma nessuna di esse ha rango divino e Dio le tiene in suo potere operando continuamente la scelta libera e amante della creazione.

 

Ora Giobbe ha finalmente capito quello che poteva e doveva capire: Dio non può essere piegato alla razionalità umana ed il rapporto con lui non può ridursi ad un senso umano di giustizia ma va vissuto nella libertà e nell’amore:

 

1Allora Giobbe rispose al Signore e disse:

 

       2Comprendo che puoi tutto

       e che nessuna cosa è impossibile per te.

       3Chi è colui che, senza aver scienza,

       può oscurare il tuo consiglio?

       Ho esposto dunque senza discernimento

       cose troppo superiori a me, che io non comprendo.

       4«Ascoltami e io parlerò,

       io t`interrogherò e tu istruiscimi».

       5Io ti conoscevo per sentito dire,

       ma ora i miei occhi ti vedono.

       6Perciò mi ricredo

       e ne provo pentimento sopra polvere e cenere. (Gb 42, 1-6)

 

 

Conclusioni

 

·                La figura autentica della fede non è quella compassata, bigotta, imperturbabile ma una fede riconquistata dentro una lotta.

·                E’ facile essere tentati di spiegare ogni cosa, di cercarne la ragione. Con questo atto l’uomo pone ogni cosa intorno a se stesso mettendola in suo potere. Anche Dio e il suo agire può essere costretto dentro una teoria.

·                La sofferenza diventa per Giobbe l’occasione cruciale per superare una schematizzazione di Dio e poterlo conoscere di persona.

·                La teoria della retribuzione, tutt’altro che superata, non è in grado di dare ragione al mistero del male.

·                Non c’è una ragione per tutte le cose. Dio agisce nella sua impescrutabile libertà che egli ci rivela come un mistero di amore. Non possiamo vivere con Dio un rapporto commerciale do ut des. Le ragioni non sono sufficienti a sostenere l’atto di fede come fiducia totale riposta in Dio pur tra le contraddizioni dell’esistenza.

 



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