STRUMENTI
PER L'APPROFONDIMENTO E LA PREGHIERA
Strumenti per l'Approfondimento e la Preghiera - Vol.9

 

Pregare i Salmi con Cristo

nella Chiesa

 

 

1. Schema della presente riflessione

 

a)           Cristo ha pregato con i Salmi

b)           La Chiesa apostolica riceve i Salmi da Cristo e

        li prega con Lui

c)           Preghiera che santifica il tempo

d)           La liturgia delle ore. Il senso e il valore di ogni ora

e)           1) Il significato dell’Ufficio del mattino: le Lodi.

        2) Il significato dell’Ufficio della sera: i Vespri

 

 

a)  Cristo ha pregato con il Salmi

 

La Chiesa non ha deciso autonomamente di utilizzare i Salmi e i cantici biblici, ma li ha ricevuti da Israele attraverso Cristo. Essi sono quindi eredità donatale dal ceppo su cui la Chiesa, albero selvatico, è innestata: Israele.

 

Ma forse non sarebbe bastato, per la comunità cristiana, l’esempio di Israele per fare propria la preghiera dei Salmi, se non ci fosse stata la mediazione di Gesù. Egli, come ci attesta Luca, era un giudeo della Sinagoga, fedele alla disciplina sinagogale e perciò al ritmo delle “tre ore della preghiera”: cfr. Sal 55,18 («di sera, al mattino, a mezzogiorno mi lamento e sospiro ed egli ascolta la mia voce»); cfr. anche Dn 6,11 (tre volte al giorno si mette in ginocchio a pregare e lodare il suo Dio…).

 

Si tratta in particolare della preghiera del mattino, preghiera del mezzogiorno/pomeriggio e della sera.

I Vangeli propriamente non ci parlano della preghiera di Cristo, se non in riferimento alla preghiera giudaica di Cristo (cfr. la benedizione dei pasti), ma il ritratto che ne danno  è proprio quello di un giudeo  chassid “, come lo erano del resto i suoi genitori.

La grande testimonianza dell’uso del Salterio nella preghiera di Gesù ci viene dalle sue ultime ore, quelle narrate con più dovizia di particolari. In quelle ore Gesù ha utilizzato la preghiera dei Salmi,  dei quali gli evangelisti riportano alcuni frammenti: «La mia anima è triste fino alla morte”» (cfr. Mc 14,34).  Non è questa una citazione esplicita dei Salmi, ma è un con­densato dei salmi di supplica (Sal 42,6; 43,5 ecc.). Gesù prega in questo momento con la parola dei Salmi, cioè con quella pre­ghiera che Dio ha messo sulla bocca dei credenti, dell’antica al­leanza. Questo prendere in prestito le parole dei Salmi non è senza significato. Da una parte ci dice l’atteggiamento di Gesù fatto di devozione, umiltà profonda, che si nutre in quella paro­la, data al suo popolo; d’altra parte ci insegna quale deve esse­re il linguaggio della nostra preghiera nelle varie circostanze della vita, specie quando umanamente non sappiamo dar senso alle cose. La parola di Dio ci soccorre e dà quindi voce alla preghie­ra di chi non ha voce o non sa pregare.

 

 Per l’uso dei Salmi da parte di Cristo nella Passione si veda il grido di Gesù: «Padre nelle tue mani consegno il mio Spirito» (cfr. Lc 23,46 con  Sal 31,6) o l’ «Elì, Elì lema sabactani» (cfr. Mt 27,46 e Mc 15,34 con Sal 22,2).

Potrebbe sconcertare il fatto che Gesù nei momenti più importanti della sua vita attinga alla preghiera dei Salmi. Ciò significa che Gesù li ritiene guida per la preghiera di ogni credente in ogni situazione, cioè la Parola che Dio stesso fa fiorire sulla bocca dei credenti.

 

Della poliedrica spiritualità dei Salmi, Gesù ha fatto propria soprattutto quella “degli canawîm YHWH” cioè dei “poveri” del Signore”. Egli stesso infatti si definisce mite e umile di cuore (cfr. Mt 11,29) cioè un “povero del Signore”.

Potremmo domandarci come sia possibile che Gesù abbia pregato i Salmi che invocano il perdono del peccato. Ebbene come dice Eb 2,11ss: «Infatti, colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli» e perciò non ha vergogna anche di dichiararsi in nostro favore davanti al Padre, “fratello di noi peccatori”, pur essendo egli l’innocente, il giusto. Davvero egli dichiara i nostri peccati con la sua voce e parla dei nostri peccati come se fossero suoi (cfr. Sal 38,4)

 

Anche il Cristo Risorto cita i Salmi, perché questi gli danno testimonianza (cfr. Lc 24,44). Del resto li aveva già citati per testimoniare la giustizia della lode elevata a lui dai bambini (Sal 8,3 in Mt 21,13). Non dimentichiamo poi che Gesù ha citato il Sal 110,1 (cfr. Mt 22,44) e, nella parabola dei vignaioli omicidi, si è riferito al Salmo 118,22-23 (cfr. Mt 21,42 e paralleli) per dichiararsi la “pietra angolare”.

Come se non bastasse la preghiera di Gesù, altri personaggi ebrei del Nuovo Testamento testimoniano questa preghiera con i Salmi, come, ad es,, Zaccaria, Maria, e i due vegliardi Simeone e Anna.

 

Non è stato, però, solo l’uso concreto che ne ha fatto il giudeo Gesù ad indurre la Chiesa ad adottare il libro dei Salmi, ma c’è una ragione ancor più profonda, e cioè che egli, in quanto è il Cristo, dà compimento alla preghiera dei Salmi e all’attesa di salvezza e di liberazione definitiva da essi testimoniata. In definitiva, se noi preghiamo i Salmi con Cristo, è perché essi ci parlano di lui come compimento della Scrittura (cfr. Lc 24,44; Gv 5,39).

 

Si noti bene che pregare i Salmi con Cristo significa indirizzarli a Dio Padre. Soltanto alcuni Salmi possono essere indirizzati immediatamente a Cristo: cfr. Sal 23 (Il Signore è il mio pastore) oppure i vari Salmi messianici. Pregare Cristo con i Salmi anche messianici è comunque lodare e supplicare il Padre che ci ha dato il suo Messia, il Signore. Si prega Dio attraverso Cristo, mossi dallo Spirito Santo.

 

 

b) La Chiesa apostolica riceve i Salmi da Cristo e li

    prega con lui

 

È pleonastico dimostrare che oggi la Chiesa prega Dio con i Salmi; è invece utile rilevare che il Salterio entrò ben presto nella vita della Chiesa primitiva, chiaramente illuminato dal senso cristologico.

 

Le tre ore di preghiera sono attestate, oltre che negli Atti («Erano perseveranti nelle preghiere» - At 2,42; At 3,1: «Un giorno Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera verso le tre del pomeriggio…»), anche nella Didachè (9,3). Dalla Lettera di Plinio e Traiano veniamo a conoscere la lode di questa comunità elevata nel mattino della domenica. Alla luce di questo possiamo capire l’esortazione di Paolo in Col 3,16 (cfr. Ef 5,19): «cantando fra voi salmi, inni e cantici spirituali…».

 

Si noti che Paolo stesso rispetta le ore della preghiera, e particolarmente la sua forma liturgica («Pregate incessantemente»: 1Ts 5,16; Ef 1,16; Fil 1,3; Col 1,3). Sottolineiamo inoltre che in Rm 12,12, quando raccomanda di essere perseveranti nella preghiera, usa una parola greca che significa “osservare fedelmente un rito” (cfr. anche Col 4,2).

 

La Chiesa ha dunque cominciato fin dai primi tempi ad usare i Salmi, che sono diventati la preghiera di tutti. Si deve rilevare in particolare che la Chiesa apostolica aveva una lucida consapevolezza dell’unità del corpo di Cristo, di cui il capo è Cristo stesso e le cui membra sono i fedeli.

È quindi il Christus totus, lo spazio vitale in cui le comunità e i singoli della Chiesa del Nuovo Testamento elevavano la loro preghiera. Perciò non era solo pregare con Cristo o per Cristo, ma pregare in Cristo, perché siamo innestati in lui grazie al battesimo.

 

E così deve essere oggi per noi tutti. Certamente questo modo di pregare i Salmi in Cristo permette al Salterio di acquistare sensi rinnovati, e ogni credente che recita i Salmi diviene «come quel padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose antiche e cose nuove…» (cfr. Mt 13,51-52).

 

 

c) Preghiera che santifica il tempo

 

Una modalità privilegiata di preghiera con i Salmi nella Chiesa è quella che si dà con la Liturgia delle ore (sigla = LitOr).

La Liturgia delle ore pretende di dare figura ad una preghiera incessante e di rispondere al comando di Cristo di “pregare sempre senza stancarsi” (Lc 18,1). Essa prende la sua forma essenziale dalle preghiere del giudaismo e, per attraversare anche la notte in preghiera, introduce la compieta e il mattutino. Molto presto “la preghiera delle ore” è venuta strutturandosi, divenendo  preghiera ufficiale della Chiesa, a partire dai secoli IV e V.

 

La storia della LitOr segue quella del popolo cristiano, in particolare quella dei monaci e dei chierici ma, con l’emergere più deciso del laicato con il Concilio Vaticano II, ecco che la LitOr diventa pane e nutrimento per molti laici. Costituisce un modo validissimo di tenere viva la ricerca di Dio e l’unità di tutta la vita nell’amore di Dio e del prossimo.

 

La LitOr è un luogo privilegiato della risposta della Chiesa all’iniziativa amorosa di Dio attestata dalla Sua parola.

La LitOr è presente tutti i giorni nei vari riti; non così la liturgia eucaristica.

In questo senso essa, costituita essenzialmente dai Salmi con alcuni inni, un brano della parola di Dio e alcune preghiere, è un modo di fare memoria dell’alleanza. (Ascolto e risposta costituiscono il rituale dell’Alleanza di Dio con il suo popolo oggi).

 

Anche se la LitOr non è stata istituita da Cristo, essa si iscrive nel movimento del mistero pasquale ed eucaristico di tutta la vita di Cristo. Così essa rappresenta il sacrificio di lode quotidiano che scaturisce dall’incontro della Chiesa con il mistero pasquale di Cristo nell’eucarestia (il cui ritmo normale è domenicale)

 

È  davvero il sacrificio di lode con cui la Chiesa onora Dio. Per questo il Concilio Vaticano II ha voluto non più riservarlo ai monaci e ai chierici, ma, per suo impulso oggi appartiene a tutti i membri della comunità cristiana (cfr: Prenotanda Generali alla Liturgia delle ore, n. 270).

 

Infine la LitOr è una vera scuola di preghiera e perciò anche di fede, in quanto educa il linguaggio della preghiera e istruisce sui fondamenti della nostra fede.

 

 

d) Il senso e il valore di ogni ora

 

Una caratteristica della Liturgia delle ore, che la contraddistingue da ogni altra forma di preghiera, è il suo inserirsi nel flusso del tempo cosmico, cioè nell’alternanza di giorno e di notte, nel succedersi ordinato delle ore.

Si noti bene che essa non solo dovrebbe scandire il tempo, ma porta al suo interno il motivo di questo tempo che differenzia un’ora da un’altra (dalle Lodi all’Ora media, dall’Ora media ai Vespri, dai Vespri alla Compieta).

 

Eccettuato l’Ufficio delle letture, la cui celebrazione post conciliare non tiene più conto dell’ora, tutte le parti dell’Ufficio hanno forte riferimento all’ora in cui viene elevata la preghiera, configurando un orante che non è fuori dal tempo, ma nel tempo e si esprime anche nelle concretezza delle stagioni, attraverso il ritmo dell’anno liturgico (l’ora, il giorno, il mese e l’anno intersecano la liturgia delle ore).

Il ritmo delle ore della LitOr, ogni giorno con preghiere diverse pur nel medesimo schema, disteso su un ciclo di quattro settimane – e poi con attenzione specifica ai vari tempi dell’anno liturgico – plasma la spiritualità che deve contrassegnare un preciso tempo liturgico. Si deve osservare, tra l’altro,  che in questo modo tutto il Salterio, tutti i Salmi (eccetto quelli imprecatori) vengono letti nell’arco di ventotto giorni.

 

Questa attenzione al tempo della LitOr serve ad aiutare il credente a tendere verso l’eternità. Il passato rievocato è per l’oggi, e l’oggi è per la domenica senza tramonto, per il giorno che non muore più. Con questa attenzione all’hodie della celebrazione si svolge l’intera LitOr. Così alcuni testi fanno vivere oggi i misteri passati della vita di Cristo come l’antifona dei Vespri dell’Epifania: “Oggi la stella, ha guidato i magi al presepio, oggi l’acqua è cambiata in vino a Cana, oggi Cristo è battezzato da Giovanni nel Giordano”.

 

La Liturgia delle ore è una preghiera nel tempo per pregare l’Eterno che vive e regna per sempre nei secoli dei secoli.

Entrando ancora un momento nei dettagli si avverte l’importanza data all’alternanza della luce e delle tenebre, dell’alba e del tramonto, in particolare attraverso la polarità delle due ore più importanti della celebrazione della LitOr: Lodi e Vespri = mattino e sera e, quasi a dilatare l’ascolto della lode di Dio, ecco l’Ufficio delle Letture che si prolunga nella lettura dei brani biblici, dei Padri, dei Santi e del Magistero.

 

 

e) Il significato dell’Ufficio di Lodi e Vespri

 

1) Ufficio delle Lodi

 

Come indica la denominazione tradizionale: “Lodi”, l’Ufficio del mattino si caratterizza per la lode: è un ufficio di lode. Tuttavia si deve precisare subito che, nella preghiera cristiana, la lode non esiste mai da sola; essa è sempre motivata. L’ora del mattino è segnata anzitutto dalla gioia per il ritorno della luce. Dopo il sonno, evocatore della morte, si annuncia una nuova vita, illuminata dal “Sole che sorge”.

 

Ci sono alcuni salmi che tradizionalmente si cantano al mattino. Alla fede cristiana, l’alba ricorda infatti l’ora della risurrezione ed è motivo di una lode piena di gioia. Pasqua, la festa delle feste, come pure la sua ottava e i cinquanta giorni di Pasqua fino alla Pentecoste: è tutta una celebrazione di Cristo Risorto!

Nel corso dell’anno liturgico, ogni domenica lo ricorda ancor più specificamente: al mattino della domenica, nelle Lodi, la chiesa canta nella gioia Cristo Risorto che vive per sempre.

 

In una logica più moderna e di ispirazione più contemporanea, un altro orientamento fondamentale della liturgia del mattino consiste nel prevedere il giorno che seguirà immediatamente.

La vita ‘con’ Dio non si arresterà certo con la fine della liturgia terrena. Mentre i monaci moltiplicano le “ore” per adeguarsi al comando del Signore “bisogna pregare sempre”, i credenti contemporanei non sanno dar forma alla loro ricerca di Dio in un tempo né in un luogo e nemmeno all’interno di una comunità di credenti: ma così brancolano qua e là. Ebbene essi sono invitati dalla LitOr ad unificare la loro vita nella fede, a ricercare la coerenza con la Parola ascoltata e la risposta da dare ad essa. Letture e preghiere delle Lodi della LitOr prevedono l’affacciarsi della nuova giornata (festiva o feriale) con tutto l’insieme di lotte, di incontri, di scelte, e invitano a vivere tutto questo nella fede nel Dio creatore e nel Figlio morto e risorto.

 

2) Ufficio di Vespri

 

La liturgia del mattino con le Lodi afferma soprattutto la lode nella fede nella risurrezione, simboleggiata dal sole che sorge. Allo stesso modo, i Vespri, la liturgia della sera (vespertina), molto semplicemente hanno origine in primo luogo dall’ora corrispondente al “tramonto di questo giorno” (orazione del lunedì III).

 

Di nuovo le armonie del cosmo giocano e suggeriscono il loro simbolismo. Il giorno sta per finire: che cosa è stato? Tutto passa: dove andiamo? La notte è vicina: “la morte non ci colga prigionieri del male” (inno: domenica I-IV, Primi Vespri).

Nuovamente, dietro il binomio notte-giorno, riappare il mistero pasquale, sotto approcci differenti, complementari.

 

Anzitutto si tratta del ricordo attualizzato dal “sacrificio della sera”, ora inteso come prefigurazione della croce di Cristo. 

Il vangelo di Emmaus, con tutta la sua ricchezza simbolica e profetica, ci dà la tonalità interiore  dell’ora del vespro: l’apparente insuccesso del Messia, il dubbio dei discepoli che se vanno con la notte nel cuore, l’incontro rigenerante con il Maestro e con la sua Parola, il pane spezzato al calar della sera.

 

La ricchezza di questa liturgia della sera si sviluppa in un fervente ringraziamento: è una delle sue maggiori caratteristiche. Come non ringraziare, quando il dono di Dio si manifesta così potentemente?  E non solo come ricordo, ma come realtà sempre attuale!

 

Percorrendo molto attentamente i Vespri  di ogni giorno della LitOr, ci si accorge che la speranza è continuamente rivolta verso l’eschaton, verso il compimento al di là del tempo. Questa speranza non è vista come attesa di un paradiso illusorio, che si starebbe soltanto sognando, ma è piuttosto l’attesa della manifestazione del Signore nella gloria, che conduce con sé tutta l’umanità. È un’attesa che nasce dagli abissi più tenebrosi del dolore e dell’ingiustizia, e nella preghiera si comprende finalmente che trionfano soltanto per un certo tempo. Questa speranza è presente in ogni ufficio della sera,  ritmata dall’invocazione trinitaria: “Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo”.

 

Così nella liturgia della sera, ogni cristiano ama cantare:

           Te canteremo unanimi, nel giorno che non muore

           la tua grazia sia pegno della gioia perfetta nella gloria dei

          santi.

 

L’ora della sera è ancora interamente vibrante dell’esperienza del giorno ormai passato e dell’attività forse non ancora terminata. Il passato non è destinato solo a cadere nell’oblio. Noi impariamo, come Gesù ci ha insegnato, ad “assumere tutto per consacrarlo”.

E poi i Vespri danno voce all’intercessione, quale voce del corpo di Cristo, che abbraccia tutta l’umanità con la sua tenerezza.

Educati dalla LitOr, la durata e l’incalzare dei giorni non diventano per gli oranti un progressivo allontanamento dal Signore, ma un tempo di trasformazione del loro cuore, fino a farli diventare autentici intercessori, perché venga un mondo di pace. Oggi “nell’oscurità”della fede, domani nella luce!

 

 



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