STRUMENTI
PER L'APPROFONDIMENTO E LA PREGHIERA
Strumenti per l'Approfondimento e la Preghiera - Vol.10

Come terra riarsa (Sal 63)

 

 

Preparazione del cuore

 

O Signore, unica mia speranza

ascolta la mia preghiera:

non permettere che per stanchezza

lasci di cercare il tuo volto.

Concedimi la forza di cercare te,

che mi hai fatto il dono di trovarti

e mi hai dato la speranza

di avvicinarmi a te sempre di più.

Il mio impegno e la mia fragilità

sono davanti a te, Signore:

rafforza il mio impegno,

guarisci la mia fragilità.

O Dio, vieni in mio aiuto,

perché non mi dimentichi mai di te

e viva sempre alla tua presenza.

Fa’, o Signore, Dio mio,

che io ti conosca sempre di più

e ti ami con tutto il cuore.

 

 

 

(Sal 63)

1Salmo. Di Davide, quando dimorava nel deserto di Giuda.

2O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco,

di te ha sete l'anima mia,

a te anela la mia carne,

come terra deserta,

arida, senz'acqua.

3Così nel santuario ti ho cercato,

per contemplare la tua potenza e la tua gloria.

4Poiché la tua grazia vale più della vita,

le mie labbra diranno la tua lode.

5Così ti benedirò finché io viva,

nel tuo nome alzerò le mie mani.

6Mi sazierò come a lauto convito,

e con voci di gioia ti loderà la mia bocca.

7Quando nel mio giaciglio di te mi ricordo

e penso a te nelle veglie notturne,

8a te che sei stato il mio aiuto,

esulto di gioia all’ombra delle tue ali.

9A te si stringe l’anima mia

e la forza della tua destra mi sostiene.

[10Ma quelli che attentano alla mia vita

scenderanno nel profondo della terra,

11saranno dati in potere alla spada,

diverranno preda di sciacalli.

12Il re gioirà in Dio,

si glorierà chi giura per lui,

perché ai mentitori verrà chiusa la bocca.]

 

 

Premessa  per pregare il Salmo

 

Secondo il metodo della “lectio divina” il primo momento è riservato alla lectio, intesa come lettura e studio del testo (= cosa dice il testo in se stesso?); il secondo momento è quello della meditatio, ossia dell’applicazione del brano biblico a se stessi (= cosa dice il testo a me/noi?); successivamente quanto letto e meditato deve diventare preghiera: è questo il momento dell’oratio (= cosa diciamo a Dio partendo dal brano ascoltato e meditato?); il tutto   sfocia nella contemplatio, in cui la Parola, letta, meditata e pregata, porta alla contemplazione del mistero  amoroso  di Dio (=adorazione nel silenzio del Signore e ammirazione grata per le sue opere).

L’ultimo momento, l’actio, è un proposito concreto suggerito dalla Parola è far diventare la vita obbedienza ad essa. 

 

 

Lectio

 

Il Sal 63 è una preghiera che raggrup­pa insieme la lode, la supplica, il rendimento di grazie, l’inno e persino l’imprecazione (cioè la parte che omettiamo abitualmente nella recita). Ma al centro di tutto sta il desiderio dell’incontro con il Dio vivente che è presente nel suo tempio; è un Dio oggetto di ricer­ca e di attesa quasi parossistica; Egli è la ragione della lode, del godimento e il termine di questo anelito che squassa l’anima del salmista.

Nel contesto attuale del Salterio, il Salmo è slegato dal suo ambiente cultuale originario, e rappresenta una preghiera di un uomo che ha superato il mondo pericoloso, dove ha sperimentato l’assenza di Dio, trovando la vita solo in Lui.

Per quanto riguarda la soprascritta, il salmo è ambientato nella vita di Davide, durante uno dei suoi soggiorni nel deserto di Giuda. Così uno scriba ha collegato la terra riarsa del v. 2 con il deserto, dimora di Davide in almeno due occasioni: quando egli vi si riparò fuggendo da Saul (cfr. 1Sam 23,14) e quando fu costretto a fuggire davanti al figlio Assalonne (2Sam 15,23.28). La sovrascritta non permette di decidere tra i due episodi.

Il Sal 63 è davvero il salmo del deserto, come i Sal 42-43 lo erano dell’esilio. È il canto dell’anima assetata di Dio, che inizia con una ricerca accorata, in cui l’orante si paragona a terra dissec­cata dalla mancanza d’acqua; egli non solo si sente sperduto, nel deserto, ma lui stesso ‘è’ deserto. Il deserto è il luogo dove manca tutto, dove la vita è sempre confrontata con la minaccia della fine, perché l’assenza di acqua porta a disidratare i corpi e la solitudine anticipa quella della morte.

L’esperienza spirituale del salmo è quella di una sete morta­le, di un desiderio impossibile a contenersi, di un’arsura intol­lerabile. Manca qualche cosa che è vitale come l’acqua! Ma, para­dossalmente, proprio il deserto, appena è bagnato dalla pioggia, diventa una rigogliosa prateria piena d’erba e di fiori; anche topograficamente il de­serto fiorito del Negheb è come un miracolo che si rinnova ogni anno, sia pure per pochi giorni.

Così nel deserto dell’anima, a chi soffre l’assenza di un Dio cui anela con tutto se stesso, si affaccia la sua presenza, e prodigiosamente l’a­nima rifiorisce. Il salmista, che si sente terra deserta, avverte che questa presenza-assenza lo coinvolge totalmente: anima e car­ne. Il salmo insiste molto su questo termite “nefeš” che significa gola, stomaco, desiderio, vita, persona. Così allora l’orante si paragona ad uno stomaco che si sazia solo al lauto banchetto dell’amore di Dio (v. 6) e, nel v. 9, nefeš indica la sua persona che aderisce totalmente a Dio, mentre nel v. 10 sta a designare l’esistenza stessa.

Ciò che appare chiaro è che il desiderio di Dio mette in que­stione la totalità della persona, la coinvolge interamente, e che soltanto quando è veramente tale, è un autentico desiderio di Dio e non un suo surro­gato.

Quando tale desiderio di Dio viene incontrato da Lui, che si fa vicino a noi per appagare la nostra sete, la lode fiorisce ir­resistibile. Per il salmista tutte le esperienze della vita non valgono questa esperienza di Dio, del suo Amore. Perciò pro­clama che la grazia (hesed) del Signore vale più della vita e che il Si­gnore è davvero il bene supremo da riconoscere nella benedizione («così ti benedirò finché io viva..... nel Tuo Nome alzerò le mie mani»).

Il credente si immagina dapprima lontano dal tempio, ma con l’anelito di arrivarvi; poi, giuntovi, sente che la sua bocca, prima riarsa, si trasforma in labbra di canti festanti, e che il suo essere, il suo stomaco, è sazio perché si è appagato in Dio come ad un pranzo delizioso ed abbondantissimo. Così, se pri­ma si avvertiva come secco, inaridito, ora si sperimenta come rim­pinguato: il testo ebraico parla infatti di ‘grasso’ ed ‘adipe’. Così l’espe­rienza di Dio percorre tutta l’esistenza, anche il suo deserto. Si va dall’aurora (v. 2) alle veglie notturne (v. 7), come il tempo che passa dal desiderio al possesso. Se al mattino l’anima grida la sete, quando scende la quiete della sera essa si avvin­ghia al suo amato, si stringe al suo Signore, che ha cercato nel tempio, nel santuario, cioè là dove Dio si voleva far trovare!

 Le tappe della comunione con Dio sono descritte in tre momenti, secondo i vari gradi di prossimità al Dio Santo che nel tempio erano ritualmente significate e segnalate dai vari interdetti, per i quali nel tempio vero e proprio entravano soltanto i sacerdoti, e nel Santo dei Santi esclusivamente il Sommo Sacerdote.

- Al v. 2 il salmista (Davide) è presso gli atri e cortili del santuario; fin qui giungono anche i non ebrei timorati di Dio.

- Al v. 6 si parla del convito nel santuario; qui possono accedere i circoncisi. Se per santuario si intende poi lo spazio oltre l’atrio d’Israele, potrebbero giungervi solo i sacerdoti.

- Al v. 8 l’orante dimora all’ombra delle ali dei cherubini; questo è veramente “esagerato” e bellissimo, poiché nessuno può dimorare nel Santo dei Santi, eppure egli vi è accolto amorosamente e può addirittura dormirvi!

Notiamo che l’avvicinamento è progressivo. Dapprima si è en­trati nella casa di Dio, dove ci sono i segni della sua presenza. Il credente è come un pellegrino che, dopo un lungo viaggio, è ar­rivato al santuario e cerca di cogliere, attraverso gli ambienti, gli arredi, i riti, la presenza di Dio che lì si adora e che egli agogna con tutto se stesso. Ma si inoltra nei recessi più sacri, fino a sedersi al sacro convito, a riempirsi lo stomaco della gioia della divina presenza. L’ultima im­magine indica una vicinanza corpo a corpo, pelle a pelle, dove il calore dell’U­no si trasmette all’altro. È un’esperienza di protezione, di intimità, di affetto, di vicinanza consolante e amorosa.

Intanto è scesa la notte, ma non è più una notte disperata, bensì una notte vissuta nella cer­tezza fiduciosa della presenza divina; è come se il credente, dopo essere entrato nel tempio, dopo aver mangiato al banchetto sacro, riposasse sotto le ali dei cherubini sull’arca dell’Alleanza. U­sando il gergo amoroso è la casa, la mensa, il talamo.

Di questa notte egli ci consegna anche i suoi pensieri, che coincidono sostanzialmente con il ricordo del Signore («Sul mio giaciglio di te mi ricordo»). Qui non c’è alcuna ombra di nostalgia, tanto più se appiattita sulla sua accezione negativa di sentimento triste ed avvilente. Egli riconosce invece, nel passato testimoniante le meraviglie dell’amore di Dio per lui, le ragioni più profonde per la sua speranza. Non vi è, come nel Sal 42-43, una memoria del tempo felice che suona come condanna nei confronti del presente, quasi assegnazione di un destino di colpa. È un ricordo che è grazia, perché il credente comprende di aver attraversato il deserto proprio contando sull’aiuto del Signore e di aver trovato ciò che la sua anima e la sua carne bramavano, perché Egli si è lasciato trovare. Certamente la scena quasi conclusiva del salmo mostra il sentimento di una presenza avvolgente, che tutto penetra.

A questo punto, nella mente del salmista le esperienze traumatiche della sua esistenza non provocano più dolore, ma trascinano con sé soltanto la gioia della presenza divina ritrovata, di quell’ombra delle ali tanto bramata nelle ore assolate nel deserto. D’altra parte, in quelle esperienze dolorose, aveva incontrato nemici che attentavano alla sua vita. Ora è pervaso da una certezza: essi saranno sbaragliati, annientati!

 

 

Ruminatio e meditatio

 

1) Cerco davvero il Signore con tutto me stesso o è un’esperienza marginale, sporadica?

 

2  Se non avverto nelle mie giornate questa sete di Dio non è forse perché,  più o meno consapevolmente, tento di soddisfarla invece con altri surrogati?

 

3) La tua grazia vale più della vita… ecco il principio che ha guidato tutti i santi ed i martiri in particolare; posso dire che guida anche la mia vita?

 

4) So tenere viva la memoria, nella mia vita, delle esperienze di soccorso e liberazione in cui ho sperimentato quasi sensibilmente l’amore di Dio?

 

5) Ti  benedirò finché io viva…: quale posto ha nella mia vita quotidiana il “ringraziamento” e la contemplazione?

 

 

Oratio

 

Per prolungare la preghiera ( testi  tratti  da S. Agostino)

 

Come devo cercarti, Signore?

Quando cerco te, mio Dio,

io cerco la felicità della vita.

Ti cercherò perché viva l’anima mia

E l’anima vive di te.

 

 

Signore mio Dio, mia unica speranza,

ascoltami benignamente,

non permettere che desista

dal cercarti per stanchezza,

ma sempre cerchi il tuo volto con ardore.

Dammi tu la forza di cercarti:

davanti a te

la mia scienza e la mia ignoranza.

Là dove mi hai aperto,

accoglimi quando entro;

e là dove mi hai chiuso,

aprimi quando busso.

Fa’ che mi ricordi di te,

che comprenda te,

che ami te.

Accresci in me questi doni

finché non mi abbiano trasformato totalmente

in creatura nuova.

Amen.

 

 

Ma io dov’ero, quando pur ti cercavo?

Tu eri davanti a me,

ma io mi ero allontanato anche da me

e non ritrovavo neppure me stesso.

Tanto meno potevo ritrovare te!

 

 

A questo punto è utile cercare di pregare il salmo con Cristo.

 Questo risulta in qui molto facile perché significa mettersi in comunione con  lui che brama di fare la volontà del Padre con tutto se stesso.

Leggiamo Gv  19,28-30:

 

« 28 Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: “Ho sete”. 29 Vi era lì un vaso pieno d'aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. 30 E dopo aver ricevuto l'aceto, Gesù disse: “Tutto è compiuto!”. E, chinato il capo, spirò».

 

Ecco la sete di Gesù. Non si tratta solo della sete biologica che naturalmente un suppliziato prova a causa della perdita di liquidi, ma di una sete tutta speciale, che esprime il desiderio profondo di Gesù, l’anelito più intimo della sua persona. In questa sete si compie in particolare la profezia del Salmo 42,3: «L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente». I Salmi 42 e il nostro Sal 63 sembrano costituire il riferimento scritturistico con cui l’evangelista Giovanni si avvicina alla morte di Gesù. Ma in un altro episodio, il quarto evangelo ci mostra la sede di Gesù, e precisamente nell’incontro con la Samaritana. Nello stesso brano, ai discepoli che sono tornati con il cibo, e che restano sorpresi perché non ne voleva mangiare, egli  risponde che  suo cibo è fare la volontà del Padre. Fame e sete di Gesù assumono dunque forte valore simbolico; così ora, sulla croce, la bevanda alla quale tende con tutto se stesso è la medesima volontà del Padre, o, in altre parole, la nostra salvezza, che è l’obiettivo ricercato dal Padre da sempre.

La sete corporale di Gesù rimanda perciò alla sua sete spirituale, come il lettore di Giovanni ha già avuto modo di intuire ascoltando la richiesta di Gesù alla Samaritana: «Dammi da bere» (Gv 4,10). S. Agostino, nel suo commento al vangelo di Giovanni, scrive, formulando magnificamente il paradosso teologico: «Colui che prima chiedeva da bere, aveva sete della fede di quella donna. Chiede da bere e promette di dare da bere. È bisognoso, come uno che aspetta di ricevere, ma è nell’abbondanza come uno che è in grado di saziare». La sete di Gesù disseta la nostra sete!

 

 



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