STRUMENTI
PER L'APPROFONDIMENTO E LA PREGHIERA
VOL.11 - LA CONVERSIONE DI PAOLO

La conversione di Paolo: conquistato da Cristo!

 

 

1Per il resto, fratelli miei, siate lieti nel Signore. Scrivere a voi le stesse cose, a me non pesa e a voi dà sicurezza. 2Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno mutilare! 3I veri circoncisi siamo noi, che celebriamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci vantiamo in Cristo Gesù senza porre fiducia nella carne, 4sebbene anche in essa io possa confidare. Se qualcuno ritiene di poter avere fiducia nella carne, io più di lui: 5circonciso all’età di otto giorni, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, Ebreo figlio di Ebrei; quanto alla Legge, fariseo; 6quanto allo zelo, persecutore della Chiesa; quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della Legge, irreprensibile.

7Ma queste cose, che per me erano guadagni, io le ho considerate una perdita a motivo di Cristo. 8Anzi, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo 9ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede: 10perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, 11nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti.

12Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù. 13Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, 14corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.

15Tutti noi, che siamo perfetti, dobbiamo avere questi sentimenti; se in qualche cosa pensate diversamente, Dio vi illuminerà anche su questo. 16Intanto, dal punto a cui siamo arrivati, insieme procediamo.

17Fratelli, fatevi insieme miei imitatori e guardate quelli che si comportano secondo l’ esempio che avete in noi.

(Fil 3,1-17)

 

 

Un evento di profondità inesauribile

 

La persona di Paolo e la sua instancabile opera di evangelizzatore e di fondatore di comunità si può comprendere solo a partire dall’esperienza spirituale che gli ha radicalmente cambiato la vita, che lo ha segnato in profondità. Paolo deve tornare continuamente ad essa non per una sorta di nostalgia, ma perché lì trova il DNA del suo essere cristiano ed apostolo; se egli ne parla, non è per soddisfare la curiosità dei suoi interlocutori, dei lettori delle sue missive, ma per motivare il suo modo di intendere la vita cristiana quale un essere di Cristo, con Cristo, in Cristo e per Cristo.

A proposito di tale esperienza, la terminologia tradizionalmente impostasi nel linguaggio ecclesiale parla di ‘conversione’, ma questa espressione è solo parzialmente valida, poiché l’incontro con Cristo sulla via di Damasco può essere definito una conversione a Cristo purché il concetto non venga inteso in senso morale, quasi Paolo fosse un empio incallito nel male, e non invece un devoto osservante della Legge o, come egli dice in Fil 3,6: «quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della Legge, irreprensibile». L’Apostolo è ben consapevole che quanto gli è successo è stato un cambiamento profondissimo, una ristrutturazione del suo sistema di valori religiosi e spirituali, e perciò non pretende di poter avere un linguaggio univoco per esprimere tale esperienza, ma ricorre a categorie plurime, da integrarsi tra loro: incontro, conversione, illuminazione, rivelazione, vocazione, attrazione irresistibile.

Inoltre sente il bisogno di attingere largamente al linguaggio delle Scritture, perché è la via imprescindibile per poter dire o balbettare qualcosa del mistero di Dio. Peraltro, Paolo è molto sobrio nel parlare di questa esperienza originaria, non indugia sugli aspetti descrittivi; ad esempio, se non avessimo i racconti degli Atti degli Apostoli, non sapremmo che il suo incontro con Cristo è avvenuto sulla via di Damasco.

Piuttosto egli è interessato a comunicare il significato spirituale e teologico di quanto gli è successo, e lo fa in particolare allorché, nelle comunità, vi è qualche contestazione circa il suo apostolato e l’evangelo di cui è annunciatore. Si comprende allora che nella lettera ai Galati, là dove si fa più aspro lo scontro con quei cristiani che pensano alla fede in Cristo come un mezzo per approdare al giudaismo, Paolo non esiti ad offrire dati biografici che attestino l’autenticità del suo apostolato, dati tra i quali emerge anche un significativo riferimento all’evento del folgorante incontro di Cristo (Gal 1,11-16). Lo stesso atteggiamento si riscontra nella lettera ai Filippesi, quando Paolo si diffonde a parlare del suo incontro con Cristo proprio perché alcuni fautori della linea giudaizzante stanno screditando l’Apostolo, ma soprattutto l’evangelo da lui annunciato (Fil 3,2-21). Su questo splendido testo rifletteremo poco più avanti, dopo aver passato brevemente in rassegna le principali testimonianze di Paolo circa il suo incontro con Cristo.

 

Un caleidoscopio di linguaggi

 

Anzitutto egli ricorre al linguaggio della chiamata. Così, ad esempio, nella lettera ai Romani egli si presenta ai suoi lettori con queste parole: «Paolo, schiavo di Cristo Gesù, chiamato ad essere apostolo, prescelto per annunziare il vangelo di Dio…». Quanto è avvenuto sulla via di Damasco è stato dunque come un cambiamento di proprietà: egli non si appartiene più ma è totalmente di Cristo; è stata anche la sua vocazione all’apostolato, ed è stato un essere ‘messo a parte’ per il compito gravoso ed esaltante di annunciare l’evangelo.

Lo stesso tema ricorre più volte, come ad esempio in 1Cor 1,1 («Paolo, chiamato ad essere apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio») e in Gal 1,1.15.

Il linguaggio della chiamata vuol far capire che il suo incontro con Cristo non è stato il frutto di una conquista personale, di un lungo travaglio spirituale, ma l’iniziativa di un Altro. Esso affonda nell’esperienza spirituale dell’antico Israele e in particolare dei profeti, il cui incontro con il mistero di Dio li abilita a parlare e ad agire in suo nome. Allo stesso modo Paolo ritiene che la sua esperienza d’incontro con Cristo sia stata una chiamata ad appartenergli e a servirlo nell’apostolato.

Al motivo della vocazione si associa talora quello della rivelazione, cioè l’evento di Damasco è stato per Paolo un incontro sconvolgente con l’amore di Dio manifestato in Cristo. Ovviamente egli non è stato un destinatario passivo, ma un soggetto intimamente coinvolto da tale manifestazione, proprio come dice il testo di Gal 1,15-16: «Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare in  me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo...». Si badi come in greco il testo (finalmente rispettato dalla nuova CEI) non suoni come un rivelare ‘a me’, ma piuttosto ‘in me’; l’evento di rivelazione non è uno spettacolo esteriore, ma qualcosa che lo ha coinvolto fin nella sua radice più profonda e ha riguardato la figliolanza divina di Gesù, ma anche la sua figliolanza adottiva, resa possibile da Cristo. Di conseguenza l’evento di Damasco è stato anche il dono della scoperta della paternità divina, una paternità così grande e commovente da dover essere fatta conoscere a tutti e non solo ad Israele.

Certo Paolo impiegherà molti anni ad approfondire la rivelazione ricevuta in quel giorno, ma tutto era in qualche modo già presente.

A sottolineare l’aspetto di travolgente novità di quanto gli è occorso quel giorno, l’Apostolo usa l’ardita metafora del giorno della nuova creazione: «E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo» (1Cor 4,6). Grande fu il giorno in cui Dio creò la luce, eppure ancor più luminoso è quello della nuova creazione, in cui Dio ha fatto risplendere nel cuore di Paolo non una luce materiale, ma quella sua luce eterna, che brilla sul volto del Figlio. Quanto l’Apostolo ci dice lascia intuire quanto fu esaltante, e assolutamente incomparabile con altre, l’esperienza di Damasco.

Oltre a questi linguaggi bisogna infine ricordare che Paolo ha collegato la sua vocazione con la visione del Signore, per cui egli si colloca nella serie dei destinatari delle apparizioni del Cristo risorto (1Cor 9,1). Egli si considera l’ultimo della catena dei testimoni autorevoli dell’incontro con il Cristo risorto, testimonianza su cui si dovrà poi fondare la fede dei discepoli non destinatari delle apparizioni, e in particolare quella delle future generazioni di credenti: «Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono l'infimo degli apostoli e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio» (1Cor 15,8-9).

 

Afferrato da Cristo Gesù

 

La sobrietà con cui Paolo parla dell’evento originario con cui è divenuto credente e apostolo di Cristo non è affatto segno di una mancanza di partecipazione emotiva, ma piuttosto frutto della riserva che l’uomo deve sempre avere di fronte al mistero di Dio e alla constatazione della propria inadeguatezza a parlarne. Nondimeno, in un’occasione precisa, Paolo si diffonde a parlare del suo incontro con Cristo, ricorrendo a tonalità più ricche ed emozionalmente più dense. Si tratta dell’autodifesa, della propria persona e del proprio annunzio, che egli fa di fronte a quei cristiani che volevano fare del cristianesimo una via per il giudaismo (i cosiddetti ‘giudaizzanti’) e che stanno gettando nella confusione l’amata comunità di Filippi, con cui l’Apostolo ha un rapporto particolarmente stretto, intenso.

Anzitutto ricorda il proprio passato giudaico, del quale, come Israelita, è ben fiero. Appare così l’immagine di un ‘Saulo’ che non è per nulla in crisi, allorché fa l’incontro con il Risorto. Questo incontro non è stata quindi la risposta ad una sua insoddisfazione, ad una sua lacuna esistenziale e religiosa; al contrario, egli vive una vita nel giudaismo consapevole di tutta la sua ricchezza e della sua formidabile capacità di plasmare una personalità devota e dedita alla pratica della Tôrāh. Paradossalmente la crisi comincia proprio con l’incontro con Cristo, che lo porta ad un radicale cambiamento di vita, ad un rovesciamento di tutti i suoi riferimenti valoriali.

A questo punto egli chiarisce ai destinatari della missiva quanto è avvenuto interiormente in lui incontrando Cristo; e se parla di se stesso non lo fa per una sorta di autoesibizione, ma perché vuole stimolarli a mettersi con lui ad imitare Cristo. Così afferma infatti letteralmente il v. 17 «Fatevi imitatori insieme con me». L’incontro con Cristo è stato come un sentirsi catturare improvvisamente e irreversibilmente da un Altro, da una persona fino a quel momento per lui sostanzialmente conosciuta solo per il nome («perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù!» - v. 12).

Damasco è stato un cambiamento profondo, una crisi che trasforma la persona di Paolo, quasi cambiandone il centro più intimo, facendone come un altro soggetto, proprio come egli afferma in Gal 2,20: «Sono stato crocifisso con Cristo e vivo, ma non più io, ma vive Cristo in me!».

Soltanto la grazia spiega il passaggio di Paolo dalla vita giudaica (nella forma più rigorosa del fariseismo), che pure lo soddisfaceva pienamente, alla vita cristiana, che diventerà per lui fonte di continue preoccupazioni, sofferenze, persecuzioni.

Senza dubbio l’incontro con Cristo è stato per l’Apostolo una sorta di rivoluzione o, meglio, un evento di illuminazione, il dono di una conoscenza di qualcosa di nuovo, che ha provocato un rovesciamento dei si­stemi di valore.

Usando le categorie di ‘perdita’ e di ‘guadagno’ (Fil 3,8), tratte dal mondo dell’amministrazione e dell’economia, egli fa capire che la rivelazione di Cristo a lui è stata come l’inaspettata scoperta di un tesoro inestimabile. Poco dopo dirà inoltre che quanto prima aveva per lui valore, gli è apparso improvvisamente come spazzatura. D’altra parte, ciò che gli si offre per pura grazia appella sempre la sua decisione, la sua capacità di scegliere, di optare per Gesù. L’incontro con Cristo è stato un perdere ed un trovare. Un perdere l’illusione su se stesso e su quella giustizia che deriva dall’osservanza della legge (v. 6) e un guadagnare la conoscenza di Cristo e la giustizia che deriva dalla fede in Cristo (v. 9).

È stato perciò un evento simile a quello di cui parlano alcune parabole di Gesù, come quelle della perla e del tesoro (Mt 13,44-46). Allo stesso modo dei protagonisti di quelle parabole, Paolo vive tale processo non con un senso di frustrazione per la perdita, ma di gioia per la conquista, per il guadagno esorbitante e inaspettato.

 

Conoscere Cristo

 

Quando Paolo scrive ai Filippesi che tutto ormai reputa «una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Gesù, mio Signore» (v. 8), fa di sé un ritratto che evoca l’ideale del saggio di Sap 7,8-11, che ha deciso di ri­cercare per la propria vita soltanto la sapienza: «la preferii a scettri e troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto... con essa mi sono venuti tutti i beni». Paolo, come il Salomone ideale di questa preghiera, confessa di aver lasciato perdere le varie ricchezze e il potere per chiedere la ‘conoscenza’. Questi testi di Sapienza possono aiutarci a comprendere il cambia­mento radicale dell’Apostolo. Là la Sapienza è stata trovata come vero guada­gno e tutto il resto è stato considerato come perdita, qui è Cristo il guadagno, e perciò la tensione di Paolo è tutta verso la ‘conoscenza/gnosi’ di Cristo. Il concetto di ‘conoscenza’ è ovviamente carico del significato biblico di ‘relazione interpersonale’, di intimità con l’altro. Nessun risvolto gnostico nel pensiero di Paolo, nessuna elusione della storia e della croce di Cristo; al contrario, ‘conoscere’ significa per lui entrare in comunione con Cristo, sia nella morte che nella risurrezione. A tale proposito si deve qui apprezzare l’insistenza di Paolo sulla conoscenza quale ‘conformazione’, precisando che la conformazione riguarda innanzitutto la partecipazione alle sofferenze di Cristo. In definitiva, sulla via di Damasco Paolo scopre che il senso della vita è conformarsi al mistero pasquale di Cristo o, se si vuole, seguire nella corsa Cristo per conquistarlo.

 

Correre verso Cristo

 

Soffermiamoci sull’immagine della corsa. Nel testo originale greco c’è il verbo “correre dietro a/inseguire” (diôkô), che appare per tre vol­te e precisamente ai vv. 6.12.14. La prima volta è usato in modo sostantivato per indicare Paolo come “per-secutore”, poiché egli ‘correva dietro’ ai cristiani per imprigionarli e dissuaderli dalla loro fede in Cristo. Lo stesso verbo “correre” viene usato al modo finito più avanti ai vv. 12.14, e questa volta per indicare la ‘corsa’ della vita cristiana. L’immagine della ‘corsa’ sarà poi ripresa nel bilancio che l’autore delle lettere pastorali fa fare a Paolo a conclusione della sua vita («ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa» - 2Tm 4,7). La metafora della corsa dice tutto il dinamismo della vita cristiana. Se precedentemente Paolo correva girando a vuoto, appunto come persecutore della Chiesa, ora il suo correre ha invece una meta precisa: afferrare il Cristo che già ha afferrato lui!

Paolo, parlando della propria corsa o dell’inseguimento di Cristo, ancora una volta polemizza con le false pretese degli avversari, i quali credono di aver già raggiunto la perfezione praticando le opere della Legge, ignorando che invece la perfezione è perseguibile soltanto nello sforzo di un’intera esistenza affidata a Dio nella fede. Correre è lasciarsi dietro, irrevocabilmente, le precedenti conquiste, i passi fatti, per concentrare le proprie energie e i propri sforzi su ciò che sta davanti

Il cristiano, come Paolo, continua ad essere ‘in corsa’, ma si tratta di una corsa singolare, perché in fondo la meta è già stata raggiunta, anzi è già stata donata: «fui conquistato da Cristo», e allora ri­mane la tensione verso la risposta piena e generosa a questa iniziativa che lo precede.

È significativo però che, mentre l’azione di Cristo è all’indicativo passato (un fatto cer­to: fui afferrato), l’esito dell’impegno di Paolo è in forma an­cora dubitativa: «mi sforzo di…». Ciò diventa più chiaro se posto in relazione alla polemica contro gli avversari e la loro presunzione di poter autonomamente conseguire la perfezione con i propri sforzi di osservanza della Legge. Ciò sarebbe, in definitiva, un ritenersi già arrivati, dimenticando che invece si è sempre in corsa verso Cristo, fino al compimento escatologico, che è il «premio che Dio ci chiama a ricevere lassù» (Fil 3,14).

Paolo continua ad usare l’immagine tratta dal mondo delle gare sportive, quando il giudice di gara chiamava il vincitore a salire in alto sul podio per ricevere la corona di vittoria. Appare così ancora una volta il verbo ‘chiamare’ che se è all’origine della vita cristiana, ne è anche al compimento, quando si giunge a partecipare definitivamente, nella vita eterna, della vittoria di Cristo. Per Paolo soltanto qui si dà la perfezione, e non in quella perfezione morale che sarebbe assicurata dalle opere della Legge.

Ciò comporta che la vita cristiana sia tensione tra passato e futuro, tra il ‘già’ e il ‘non ancora’. Su questa tensione si soffermano in particolare i vv. 13-14, con alcune memorabili espressioni, come ad esempio: «Dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta ».

L’esempio di Paolo deve dunque spronare i Filippesi e tutti i lettori delle sue lettere ad intendere la vita cristiana come una tensione verso la meta, verso quella patria che è nei cieli e «da cui aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo», il quale trasfigurerà il nostro misero corpo, per conformarlo al suo corpo glorioso (Fil 3,21).



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