STRUMENTI
PER L'APPROFONDIMENTO E LA PREGHIERA
VOL.13 - IL MONDO HA BISOGNO DI TESTIMONI

1- Testimoni del Vivente (Ap 1,1-20)

Meditazione di don Patrizio Rota Scalabrini

 

 

Preghiera di preparazione del cuore

 

Vieni, o Santo Spirito, e rinnova la faccia della terra.

Vieni, o Santo Spirito,

illumina con la luce della verità

il nostro cammino verso la nuova Gerusalemme.

Donaci di confessare con fede ardente

Gesù Cristo, Signore e Redentore, morto e risorto per noi,

Colui che sempre viene.

Egli è il Vangelo della carità di Dio per l’uomo,

della comunione fraterna e dell’amore senza confini.

Egli è il germoglio nuovo, fiorito nei solchi della storia:

da lui solo può maturare il vero rinnovamento

della Chiesa e della società.

Apri il nostro cuore a Cristo che sta alla porta e bussa

e rendici dimora vivente di Dio.

Vieni, o Santo Spirito, e rinnova la faccia della terra.

 

Il testo biblico

9Io, Giovanni, vostro fratello e compagno nella tribolazione, nel regno e nella perseveranza in Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù. 10Fui preso dallo Spirito nel giorno del Signore e udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: 11«Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese: a Èfeso, a Smirne, a Pèrgamo, a Tiàtira, a Sardi, a Filadèlfia e a Laodicèa».

12Mi voltai per vedere la voce che parlava con me, e appena voltato vidi sette candelabri d’oro 13e, in mezzo ai candelabri, uno simile a un Figlio d’uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro. 14I capelli del suo capo erano candidi, simili a lana candida come neve. I suoi occhi erano come fiamma di fuoco. 15I piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente, purificato nel crogiuolo. La sua voce era simile al fragore di grandi acque. 16Teneva nella sua destra sette stelle e dalla bocca usciva una spada affilata, a doppio taglio, e il suo volto era come il sole quando splende in tutta la sua forza.

17Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la sua destra, disse: «Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, 18e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi. 19Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle presenti e quelle che devono accadere in seguito. 20Il senso nascosto delle sette stelle, che hai visto nella mia destra, e dei sette candelabri d’oro è questo: le sette stelle sono gli angeli delle sette Chiese, e i sette candelabri sono le sette Chiese.

(Ap 1,1-20)

 

 

La visione del Vivente

La cristofania di Ap 1,9-20 funge da vero racconto fondante, da cui promana tutto il resto. Esegeticamente vi si può riconoscere un richiamo ai racconti di vocazione profetica e una struttura simile a quella di Dn 10, nonché un linguaggio affine alla letteratura apocalittica. La cristofania è articolata in quattro parti essenziali. La prima è la presentazione delle circostanze in cui il veggente-narratore si trova (vv. 9-11); segue la descrizione della visione di un essere trascendente, misterioso, definito come simile ad un Figlio d’uomo (vv. 12-16); questa visione suscita una profonda emozione nel veggente (vv. 17-18); egli viene però rassicurato e gli viene affidata una missione da parte del personaggio trascendente (vv. 19-20).

Io, Giovanni, vostro fratello e compagno nella tribolazione, nel regno e nella perseveranza in Gesù…» (Ap 1,9a).

Giovanni si presenta ai suoi destinatari affermando la fratellanza ecclesiale che lo pone in comunione con loro. Questo è certamente un modo retorico di captatio benevolentiae, cioè un tentativo di accattivarsi gli ascoltatori. Ridurre però il tutto ad uno stratagemma retorico è ignorare l’alta densità del testo: egli si dichiara infatti solidale con loro nella sofferenza, nella regalità e nella pazienza in Cristo Gesù. Fare leva sulla fraternità più che sull’autorità superiore derivante gli dall’investitura profetica, significa avvalersi di un’esperienza che fa percepire la prossimità e la solidarietà che egli ha con il suoi destinatari, i quali perciò si sentono compresi e confortati dalle sue parole. Infatti sia il veggente, sia i destinatari, in quanto uniti a Gesù, sono sottoposti a forti pressioni esterne, a persecuzione.

La medesima unione, però, li fa partecipi della regalità di Cristo, cioè li fa collaborare alla trasformazione del mondo; ma soprattutto, in tale solidarietà, ricevono la capacità di sostenere la prova, di resistervi sotto, come dice il termine greco hypómoné. Si comprende quindi che Giovanni intende la sua opera come un aiuto per i propri lettori, affinché possano resistere nella persecuzione e trovare coraggio.

«…mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù» (v. 9b). Questo soggiorno a Patmos non sembra volontario, ma coatto, come del resto ha asserito la più antica tradizione patristica, a partire da Ireneo. Causa di questa condanna ad un soggiorno obbligato è la fedeltà alla parola di Dio, non genericamente intesa, ma quale testimonianza che Cristo ha dato di Dio con la sua parola e la sua vita.

«Fui preso dallo Spirito nel giorno del Signore e udii dietro di me una voce potente…» (v. 10). Forse può essere utile sapere che una traduzione letterale di questi ultimi versetti suonerebbe così: «Venni a trovarmi… nell’isola chiamata Patmos… Venni a trovarmi nello Spirito, nel giorno del Signore». Se è utile sapere il luogo, è ancora più utile sapere la situazione esperienziale in cui si trova Giovanni. Essere presi dallo Spirito, essere da lui rapiti, è espressione misteriosa, che alcuni rendono con ‘rapito in estasi’ (come la precedente traduzione CEI); altri intendono il riferimento allo Spirito di Dio in senso proprio, e cioè l’affermazione che è lo Spirito l’agente ultimo dell’esperienza di visione che riguarda Giovanni. In questo caso vi è di nuovo l’evocazione dell’esperienza spirituale del profeta, per cui egli si immerge in qualche modo nello Spirito stesso, e questo diventa l’ambiente più vero che lo avvolge e in cui il profeta si muove.

Va chiarita poi l’altra espressione di ‘giorno del Signore’. Questo, nella tradizione biblica, è innanzitutto il giorno della creazione in cui Dio si riposa, perché il suo creare è giunto a compimento. È poi il giorno della vittoria di Dio che libera il suo popolo. Qui sembrerebbe assumere una connotazione ulteriore, un colore ‘cristiano’, cioè diventa il giorno ‘dominicale’, il primo giorno della settimana, in cui la comunità celebra i misteri della sua fede e impara a vivere il tempo secondo il ritmo di Dio. Anche se non mancano spiegazioni esegetiche diverse, preferiamo questa lettura del ‘giorno del Signore’ come riferentesi alla domenica, il giorno in cui le comunità cristiane si radunano (1Cor 16,2; At 20,6-7), proprio perché l’Apocalisse ha una chiara coloritura liturgica.

Infine è da notare l’elenco delle sette chiese cui verranno poi indirizzate lettere specifiche; il numero ‘sette’ ha un chiaro valore di universalità, per cui il messaggio è in realtà rivolto a tutta la Chiesa, in qualsiasi luogo e tempo essa si trovi.

«Udii dietro di me una voce potente, come di tromba… Mi voltai per vedere la voce che parlava con me, e appena voltato vidi…» (vv. 10.12). Sono due gli atteggiamenti del veggente qui descritti: udire di spalle e vedere di fronte. Per il primo si tratta di ascoltare una voce potente, come di tromba. L’immagine della tromba richiama l’allarme che si dava per l’attacco del nemico, ma anche il suono del corno per annunziare il sabato e le feste; la tromba richiama poi l’evento del Sinai, ed è quindi elemento integrante le teofanie. Ciò significa che il veggente Giovanni deve prepararsi ad una realtà che irrompe nella sua vita, pur essendo assolutamente inafferrabile e trascendente. L’altro atteggiamento è quello del ‘voltarsi’ per vedere di fronte. È facile scorgervi il valore simbolico, e cioè il richiamo alla conversione. Si pensi qui a Maria di Magdala al sepolcro, che deve voltarsi per poter vedere il Signore risorto (Gv 20,14.16).

Il messaggio è chiaro: non ci può essere autentico incontro con il Vivente senza ascolto e conversione.

«…vidi sette candelabri d’oro e, in mezzo ai candelabri, uno simile a un Figlio d’uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro» (vv. 12-13). La visione che il veggente riceve è una meditazione per immagini sulla realtà di Cristo, morto e risorto. (N.B.: in questa parte riadattiamo appunti del collega don P. Pezzoli).

Il Cristo-Figlio dell’uomo sta in mezzo ai sette candelabri, contemplato nelle sue qualità divine e nella sua condizione di Signore delle chiese. Gesù è descritto seguendo lo schema degli organi con i quali una persona influisce sul mondo circostante. Anzitutto il suo vestito dice la dignità – è una lunga veste che copre tutto il corpo, e non l’abito succinto degli schivi, dei lavoratori – e la fascia d’oro al petto richiama la cintura/stola che indicava il potere (cfr. ad es., Is 11,5; 22,21).

«I capelli del suo capo erano candidi, simili a lana candida come neve. I suoi occhi erano come fiamma di fuoco» (v. 14). I capelli bianchi, che sono simbolo di sapienza, rimandando alla descrizione dell’Antico di giorni di Dn 7,9; vi è quindi un riversamento di attributo della divinità su Gesù, il figlio dell’uomo.

Gli occhi, poi, hanno la potenza viva e divorante del fuoco: egli scruta la sua Chiesa, e la obbliga (come farà con le sette chiese) a guardarsi dentro senza timore e senza ipocrisie; «conosco le tue opere», dirà a tutte le chiese, invitandole all’esame di coscienza.

«I piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente, purificato nel crogiuolo» (v. 15). I piedi, di metallo prezioso, dimostrano una forza incrollabile e una saldezza che richiama la visione di Dn 10,6. Per antifrasi, la forza di questi piedi è quella assente nei piedi della statua della visione di Nabucodonosor (Dn 2), statua simboleggiante i successivi imperi sorti nella storia e che, proprio per la debolezza dei piedi d’argilla, cade in frantumi; è l’invito alla chiesa a pensare da chi viene la sua solidità, qual è la pietra di fondazione che la rende “casa sulla roccia”.

«La sua voce era simile al fragore di grandi acque. Teneva nella sua destra sette stelle e dalla bocca usciva una spada affilata, a doppio taglio, e il suo volto era come il sole quando splende in tutta la sua forza» (vv. 15-16).

Poi la sua parola, indicata dapprima come voce simile al fragore di grandi acque, appunto perché è potente, feconda e operatrice di giudizio, e poi nel simbolo della “spada affilata a doppio taglio” che gli esce dalla bocca: «Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio» (Eb 4,12), parola che incide e insieme guarisce. Infatti l’immagine della spada tagliente dice l’efficacia della parola di Dio e ha anch’essa radici primotestamentarie, in relazione alla figura del Servo di Dio (Is 9,2). L’immagine della bocca si intreccia con quello della mano destra, che simboleggia la potenza buona e benedicente. Ebbene, egli controlla, con questa potenza, la totalità delle stelle, cioè delle chiese. È la mano che le protegge, le sorregge, le corregge, perché siano nel mondo fonte di luce.

«Il suo volto era come il sole quando splende in tutta la sua forza» (v. 16). Nel suo volto, scorgiamo il carattere abbagliante della luce di Cristo; viene detta così la sua capacità di illuminare in modo nuovo tutte le cose, e insieme il carattere sempre “eccedente” della realtà di Cristo rispetto a quanto umanamente è possibile capire e realizzare.

«Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la sua destra, disse…» (v. 17). Il carattere eccedente della realtà di Cristo rispetto alle risorse umane spiega la reazione del veggente Giovanni, che non regge di fronte alla visione, sperimentando tutta la sua fragilità creaturale. Ma proprio qui egli fa l’esperienza della potenza di Gesù, che è potenza d’amore, che lo incoraggia e lo rende adatto alla missione. La destra di colui che ha le stelle nella mano si posa su di lui: è la mano che il Gesù terreno aveva posto tante volte sugli ammalati guarendoli, o sui bambini per benedirli. La Chiesa sa di poter stare con questa fiducia davanti al Signore, la cui mano è consolatrice proprio perché è forte nell’amore.

«Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi» (vv. 17-18). Ecco il motivo per cui il veggente può superare ogni timore: Gesù è il Primo e l’Ultimo, il Vivente (una serie di qualità altrove dette di Dio stesso nella Bibbia), è morto e risorto. Anzi, l’espressione utilizzata da Apocalisse per indicare la morte di Gesù,  non è tratta dal verbo greco che indica il ‘morire’, ma è il sostantivo ‘cadavere’; egli è stato ‘cadavere’, eppure adesso è il Vivente! Gesù, Alfa e Omega, con la sua Pasqua è il senso ultimo della storia; questa non è semplicemente un’accozzaglia di forze in lotta tra di loro, ma trova il suo compimento in Gesù Cristo, nella sua Pasqua.

«Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle presenti e quelle che devono accadere in seguito» (v. 19). È Gesù che ordina al veggente di scrivere, perché la comunità cristiana cresca in quella sapienza che sa coniugare la meditazione su ciò che è stato l’oggetto della visione (le cose che hai visto: appunto la signoria di Cristo), con la riflessione e il discernimento sulla situazione attuale (quelle che sono: la sua storia, il suo presente), nonché con lo slancio della speranza in un mondo nuovo, speranza che deve animare tutta la sua testimonianza («quelle che devono accadere in seguito»). Non a caso, nelle successive lettere alle sette chiese, l’analisi della situazione avrà quasi sempre come punto di partenza una delle caratteristiche attribuite a Cristo nella visione iniziale: «Così parla colui che tiene le sette stelle... il Primo e l’Ultimo...»; il metro di misura dell’impegno e delle debolezze della Chiesa rimane sempre lui e la testimonianza da rendere alla sua persona.

«Il senso nascosto delle sette stelle, che hai visto nella mia destra, e dei sette candelabri d’oro è questo: le sette stelle sono gli angeli delle sette Chiese, e i sette candelabri sono le sette Chiese» (v. 20). Nelle visioni di tipo apocalittico occorre spesso una spiegazione della stessa visione e dei suoi dettagli; qui l’autore di Apocalisse cerca di chiarire il senso nascosto delle stelle e dei candelabri. Ebbene, Colui che è morto e risorto tiene strette nella sua destra le sette chiese: dunque una Chiesa che, mentre conta qualche successo (ci sono anche degli elogi nelle sette lettere) è continuamente alle prese con il male esterno e interno (le lettere sono molto chiare soprattutto su quest’ultimo aspetto, sui mali interni, sulla poca fedeltà). Tuttavia la Chiesa continua ad avere il diritto di sentirsi lieta e vittoriosa, perché è nelle mani di colui che è il Primo e l’Ultimo, il Vivente, morto e risorto, già ora vittorioso sul male.

Alcune domande per una lettura del testo in rete

Domanda: Tra i personaggi fondamentali del libro dell’Apocalisse spicca certamente colui che è ‘simile ad un figlio d’uomo’. Quale è il riferimento primotestamentario fondamentale per tale figura?

Risposta: È la figura presente in Dn 7, che riceve da Dio un potere eterno e che instaura un regno veramente umano, cioè rispettoso dell’uomo a diversità delle bestie. Inoltre la figura del Figlio dell’uomo è intrecciata con una citazione rimaneggiata di Zc 12,10-14.

 

Domanda: Quali sono i testi neotestamentari che possono chiarire il concetto di ‘giorno del Signore’, durante il quale il veggente riceve la rivelazione?

Risposta: Se si accetta l’interpretazione che fa coincidere questo giorno con la domenica, si veda 1Cor 16,2, dove il primo giorno della settimana è il giorno della riunione della comunità. In At 20,6-7 è il giorno della preghiera comunitaria.

 

Domanda: Sapresti associare ai particolari dettagli della visione del Vivente alcuni testi biblici?

Risposta: Per il tema del vestito il richiamo è all’abbigliamento classico sacerdotale: la veste talare, la fascia, segno di dignità, l’oro, simbolo di stabilità. Per questi temi si vedano i testi di Es 28-29 e Lv 8-10. Per la fascia d’oro al petto, vedi anche Is 11,5; 22,21. Per il tema dei piedi di bronzo purificato nel crogiolo si veda in positivo Dn 10,6 quale figura di forza incrollabile. Antifrasticamente si pensi ai piedi d’argilla della statua vista da Nabucodonosor (Dn 2,34). L’immagine della parola di Dio come spada che esce dalla bocca rimanda al testo celebre di Eb 4,12.

 

Domanda: Il tema del ‘voltarsi’ per vedere colui che parla è presente in un altro testo attribuito a Giovanni, e indica appunto un processo di conversione: quale testo?

Risposta: Si deve pensare qui a Maria di Magdala al sepolcro, che deve ‘voltarsi’ per vedere il Signore risorto (Gv 20,14.16).

 

Alcune domande per una lettura del testo in profondità 

Domanda: Perché è importante cogliere il quadro liturgico in cui viene inserito il messaggio dell’Apocalisse?

Risposta: L’Apocalisse trova nella celebrazione liturgica il proprio ambiente vitale, l’ambiente che ne illumina il contenuto e ne chiarisce il senso. È infatti la comunità liturgica la protagonista attiva della comprensione del messaggio comunicatole. È nella liturgia che la comunità cristiana si impegna a leggere e ad interpretare la propria storia nella luce del Cristo risorto.

 

Domanda: «Vostro fratello e compagno nella tribolazione, nel regno e nella perseveranza in Gesù». Che cosa dice un’espressione simile sulla situazione esistenziale dell’autore, ma anche del legame che vuole avere con il proprio lettore?

Risposta: Il veggente Giovanni sta affrontando una situazione difficile, in cui è necessaria la resistenza della fede. Egli si rivolge perciò a lettori ideali, che non sono mossi da curiosità, da emozioni estetizzanti, ma che devono rimanere fedeli a Cristo e testimoniarlo in situazioni di ostilità. Questa frase fa capire come l’Apocalisse sia un libro per la ‘resistenza’.

 

Domanda : Quali sono i gesti, gli atteggiamenti, che deve assumere il veggente di fronte alla cristofania?

Risposta: Il primo è l’ascolto e questo motivo sarà ripreso insistentemente dall’intero libro. Il secondo è il voltarsi, cioè l’adottare un cambiamento esistenziale, attuare una conversione. Questa conversione avviene grazie all’incontro con il Cristo. Infatti, essendosi voltato verso il Signore, viene come rimosso il velo dal cuore del veggente ed egli viene messo in grado di interpretare in modo pieno e nuovo le Scritture.

 

Domanda: Quale è il profilo del mistero cristologico che emerge da questa prima pagina dell’Apocalisse?

Risposta: Cristo è presentato nel suo mistero pasquale come colui che ha affrontato la morte al punto da diventare cadavere, ma che ora è il Vivente e il Signore della vita, come dice la sequenza di Pasqua: Mortuus regnat vivus (“In quanto morto regna vivo”). Inoltre Cristo viene presentato come il Signore della comunità, appunto perché tiene in mano le sette stelle.

 

Domanda: «Io sono il primo e l’ultimo». Questa affermazione, che rievoca Es 3,14, quale aspetto cristologico mette in evidenza?

Risposta: Cristo applica qui a se stesso un attributo che nel Primo Testamento è detto solo di Dio (Is 44,6; 48,12). Dio è l’arché, cioè l’inizio ed è il telos, cioè il fine per cui tutto esiste. Orbene, qui (Ap 1,17b) e in Ap 2,8; 22,13, questo attributo di YHWH viene dato a Gesù Cristo. In tal modo è evidente che Cristo è strettamente unito a Dio e partecipe della sua natura divina.

 

Spunti per un’applicazione del testo alla vita

 

«Io, Giovanni, vostro fratello e compagno nella tribolazione, nel regno e nella perseveranza in Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù».

Grazie alla comunione che lo Spirito fa regnare nella sua Chiesa, e che abbatte ogni barriera di tempo e di spazio, mi pongo anch’io in comunione con il presbitero Giovanni, e chiedo al Signore di poter, in un certo senso godere della medesima visione.

 

«Fui preso dallo Spirito nel giorno del Signore».

Il giorno del Signore è il giorno dell’ascolto della sua Parola, della condivisione della mensa del suo Pane e del suo Vino, del suo Corpo e del suo Sangue. Chiedo pertanto al Signore di aiutarmi a riscoprire la bellezza della chiamata che ogni domenica egli rivolge a me e ai miei fratelli e sorelle… «Fate questo in memoria di me!».

 

« Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese: a Èfeso, a Smirne, a Pèrgamo, a Tiàtira, a Sardi, a Filadèlfia e a Laodicèa».

Ringrazio il Signore perché egli non ha smesso di parlare alla sua Chiesa, e oggi parla qui a me, a tutti noi, riuniti nel suo Nome, convocati per essere Chiesa, per essere Chiesa di Dio in Lodi. Lo ringrazio anche perché egli ha voluto scriverci…; lo benedico, perché posso prendere in mano la Scrittura e rileggere le sue lettere d’amore con cui egli parla al suo popolo e bussa al mio cuore.

 

«Mi voltai per vedere la voce che parlava con me, e appena voltato vidi sette candelabri d’oro e, in mezzo ai candelabri, uno simile a un Figlio d’uomo ».

Il gesto di ‘voltarsi’ suggerisce l’idea della necessità della conversione, di ritornare a Dio. soltanto se si è convertiti si può vedere il mistero dell’amore di Dio e il volto del Figlio dell’uomo. Chiedo al tuo Spirito, Signore, di farmi ritornare, di aiutarmi a camminare nella conversione, ad approfittare di questo tempo favorevole della quaresima. Signore, fa’ che io colga il kairós che tu mi dai!

 

«Un Figlio d’uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro».

Contemplo il Cristo rivestito dell’abito regale, l’abito della sua risurrezione, come suggerisce anche la cintura d’oro. Ti chiedo, Signore, di rafforzare in me la fede in te, perché io ti riconosca come il Risorto e il Signore.

 

«I capelli del suo capo erano candidi, simili a lana candida come neve».

Questa capigliatura, o Signore, è simbolo della tua Sapienza. Fa’ che io non mi lasci guidare dalle sapienze del mondo, ma dalla tua; in particolare insegnami a contare i miei giorni, perché io giunga alla sapienza del cuore.

 

«I suoi occhi erano come fiamma di fuoco».

I tuoi occhi, o Signore, scrutano nel profondo del mio cuore, bruciano il mio peccato e mi fanno sentire tutto il calore del tuo amore. Guardami, Signore, scrutami, purificami, amami!

 

«I piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente, purificato nel crogiuolo».

I tuoi piedi non sono, o Signore, come quelli della statua di Daniele, fatti di argilla e di ferro, fragili. Hanno invece la forza di chi non è arretrato di fronte al cammino della croce, ma è salito sul Calvario per noi. Tu sei stato passato nel crogiolo per noi, per me! Adoro, Signore, il tuo amore che si è donato fino alla morte per me, e fa’ che io possa seguire le tue orme e mettere i miei piedi dove sono passati i tuoi piedi.

«La voce era simile al fragore di grandi acque».

La tua Parola, Signore, è il paradosso di debolezza e di forza, sussurrata all’orecchio eppure più potente del tuono e del rumore di immense cascate. Voglio, o Signore, ascoltare la tua Parola oggi, adesso! Parla al nostro cuore, Signore!

«Teneva nella sua destra sette stelle e dalla bocca usciva una spada affilata, a doppio taglio, e il suo volto era come il sole quando splende in tutta la sua forza».

Contemplo le tue mani, Signore, le tue mani inchiodate per me sulla croce, che ora custodiscono con forza e fedeltà la tua Chiesa ed ognuno di noi, perché tu non perdi nulla di quanto il Padre ti ha dato!

Contemplo la tua bocca che ci parla del Padre, ci giudica, purifica e ci  fa vivere!

Contemplo il tuo volto... il tuo volto io cerco, o Signore, non nascondermi il tuo volto!

 

«Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la sua destra, disse: “Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi”».

Ti lodo con il miei fratelli e sorelle, Signore Gesù: tu sei il primo e l’Ultimo, tu eri morto, ma ora vivi per sempre; stiamo davanti a Te, perché ci hai chiamati a formare il tuo popolo, fondato sulla salda roccia della tua carità.

Ti ringraziamo per quanto hai operato nella storia della nostre comunità parrocchiale, per le generazioni di credenti che ci hanno preceduto e che ci hanno trasmesso la fede in Te.


2- Il mondo ha bisogno di testimoni credibili

Traccia della meditazione di Mons. Ennio Apeciti

TESTO EVANGELICO (Gv 21, 1-8)

1Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: 2si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. 3Disse loro Simon Pietro: "Io vado a pescare". Gli dissero: "Veniamo anche noi con te". Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla. 4Quando già era l'alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. 5Gesù disse loro: "Figlioli, non avete nulla da mangiare?". Gli risposero: "No". 6Allora disse loro: "Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete". La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci. 7Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: "È il Signore!". Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era spogliato, e si gettò in mare. 8Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri.

E OGGI? (una donna, un papa, un giovane…)

FRANCESCA SAVERIO CABRINI (1850 – 1917)

Teniamoci vicino a Gesù perché perduto Gesù abbiamo perduto tutto. Quando si ritira Gesù che è il sole delle anime nostre non vi ha vegetazione; è inverno è lutto è morte. Cercate Gesù, che se lo rinvenite trovate il sole la vita il cielo. Ma sappiatelo tenere prigioniero facendovi voi pure prigioniere col raccoglimento. Non importa far cose grandi e luminose, ma il tutto consiste nel far bene quello che vuole Gesù da noi. Abbiamo tante volte grandi desideri però aspira a tal posto al tal altro per far del bene, inganni per suo. Noi stiamo formando una corona. Mancano forse pochi fiori e sono forse gli ultimi che io vi pongo. Che almeno siano belli, freschi, odorosi. Gesù si offerse per noi nel Tempio pochi giorni or sono. Per noi!

Un aneddoto famoso

A New Orleans, nel 1892, la Madre incontra un ricchissimo av­venturiero siciliano che aveva fatto fortuna con navi, fabbriche di birra, compagnie d’assicurazione, imprese edilizie, ed era proprieta­rio inoltre di circa sedicimila ettari coltivati a cotone e a limoni. «La sua visita mi onora, Madre Cabrini, di lei parla ormai tut­ta l’America. In cosa posso esserle utile?». «In niente. Vorrei io essere utile a lei». «Io non ho bisogno di nulla. Non chiedo nulla a nessuno, desi­dero solo che mi lascino fare in pace i miei affari...». «Io invece non mi interesso di affari. Ma mi interessa la sua felicità. Mi hanno detto che lei è sposato, da molti anni. Non avete figli però. E triste». «Purtroppo è così, mi piacciono i bambini, ma...». «Peccato. Proprio peccato. Con tutte queste belle cose, nean­che un figlio a cui lasciarle... Si è mai chiesto, lei, il motivo di tanti doni piovutili dal cielo? Un motivo ci deve essere. Sono certa che il Signore ha formulato un bel progetto sul suo conto. Non sa quanta gioia possano dare i bambini!». A questo punto l’uomo le rivela d’aver pensato qualche volta a una adozione, ma di averci sempre rinunciato per timore di trovarsi in contrasto con la moglie, e conclude: «Mi lasci pensare, lasci che ne parli a mia moglie, e se Maria è d’accordo allora la chiamo e lei ci porta il bambino». «Il bambino? chi ha parlato di un bambino solo? Perché uno solo?». «E quanti me ne vorrebbe dare, Madre?». «Cosa ne direbbe di sessantacinque, tanto per incominciare?».

GIOVANNI PAOLO II (1920 – 2005)

Dall’Omelia del 22 ottobre 1978

«O Cristo, fa’ che io possa diventare ed essere servitore della Tua unica potestà! Servitore della Tua dolce potestà! Servitore della Tua potestà che non conosce il tramonto! Fa’ che io possa essere un servo! Anzi, servo dei Tuoi servi! […] Fratelli e Sorelle! Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la Sua potestà! […] Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo! […] Alla Sua  salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi della cultura, della civiltà, dello sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa cosa c’è dentro l’uomo. Solo lui lo sa!

Dalla Lettera ai sacerdoti per il Giovedì Santo 2005

Il sacerdote è uno che, nonostante il passare degli anni, continua ad irradiare giovinezza, quasi «contagiando» di essa le persone che incontra sul suo cammino. Il suo segreto sta nella «passione» che egli vive per Cristo. San Paolo diceva: «Per me il vivere è Cristo» (Fil 1,21). […] Non mancheranno certo le vocazioni, se si eleverà il tono della nostra vita sacerdotale, se saremo più santi, più gioiosi, più appassionati nell'esercizio del nostro ministero. Un sacerdote «conquistato» da Cristo (cfr Fil 3,12) più facilmente «conquista» altri alla decisione di correre la stessa avventura.

JACQUES FESCH (1930 – 1957)

Dal Diario

A casa nostra c’era tanta religione quante ce n’era in una scuderia, ed eravamo tutti dei mostri di egoismo e di orgoglio. […] Nessuno scopo, nessuna morale, se non il cinismo, l’ateismo, il disgusto di tutto. Io potevo fare quello che volevo, che lui se la rideva allegramente. […] Se date dei beni ai vostri figli, ma senza disciplina, è peggio che se li uccideste.

1° marzo 1955

Brutalmente, in qualche ora, ho posseduto la fede, una certezza assoluta. Ho creduto e non capivo più come facevo prima a non credere. La grazia mi ha visitato, una grande gioia si è impadronita di me e soprattutto una grande pace. Tutto è divenuto chiaro in alcuni istanti. […] “Ma è notte”. Tutto ora è diventato leggero, ma ho ancora tanto da fare!

23 settembre 1957

Mamma cara, […] quanto a me, io sono nella pace, non arrivo nemmeno ad essere un poco impressionato. Mi sembra che quello che sta per accadere sia l’atto più naturale che ci sia. Guarda la bontà di Dio, che non soltanto promette un’eternità di felicità, nonostante tutti i miei peccati, ma che addirittura mi ci conduce in poltrona e con tutta la dolcezza e la bontà di un padre che ama i suoi figli! […] Quanto a me sono felice, Gesù mi richiama a sé e mi sono state accordate grazie grandi. Vorrei farti gustare per un secondo solo la dolcezza dell’amore divino!

L’ultima notte

Diario: «Scende la sera e io mi sento triste, triste …La morte si avvicina e la mia gioia se n’è andata, benché non provi paura. […] Sono più sereno di poco fa, perché Gesù mi ha promesso di portarmi immediatamente in Paradiso e che morirò da cristiano. […] Non ho più che cinque ore per vivere! Fra cinque ore vedrò Gesù. […] Attendo nella notte e nella pace. Attendo l’Amore».


3- Testimoniare educando alla fede

Meditazione di don Franco Tassone

 

Le condizio­ni esigenti per seguire Gesù sono la via verso quella pienezza dell'amore nel quale si riassu­me il messaggio dell'evangelo. Ed è proprio questo amore, che giunge fino al dono della vi­ta, che potrà fare dei cristiani i testimoni au­tentici e credibili della presenza di Dio nella storia, e dell'azione del suo spirito anche nel nostro tempo.

 

Per compiere questo cammino insieme occor­re però rispettare alcune regole.

 

1. Sentirsi sotto lo sguardo di Dio, alla sua presenza, in compagnia di Gesù. Non basta quindi attendere alla preghiera come sforzo per­sonale, ma bisogna lasciarsi guardare dal Signo­re, contemplarlo, ascoltarlo, cercare il suo vol­to, nella certezza di essere da lui amati.

2. Bandire dai nostri cuori ogni ansietà di trarre qualche profitto per risolvere particola­ri preoccupazioni dell'oggi o per rispondere a domande sul futuro. In caso contrario non por­teremo alcun frutto. Vi invito dunque a impe­gnarvi seriamente per raggiungere uno stato di serenità e per rimanere nella quiete.

3. Per non dimenticare lo scopo che ci pro­poniamo, dobbiamo pregare la Madonna, e vi suggerisco di recitare un'Ave Ma­ria, affinché ella ci ottenga la grazia di inte­riorizzare i doni di Dio, di passare - come ve­dremo - dall'assenso nozionale all'assenso reale sui temi che tratteremo.

Tutte e tre queste regole sono importanti.

 

L'appropriazione

1. Appropriazione significa «fare proprio» un oggetto. In senso morale e spirituale, vuole dire fare diventare propria un'idea, un ideale, uno stile di vita; partire da una proposta estrinse­ca e giungere a renderla mia, a fare in modo che nasca da me.

Ci sono altri sinonimi di "appropriazione". John Henry Newman, per esempio, parla di "realizzazione", termine che usa molto in un'o­pera della sua maturità spirituale, filosofica e teologica: La grammatica dell'assenso, scritta nel 1870, all'età di 69 anni.

Nel capitolo IV, intitolato «Assenso nozio­nale e assenso reale», egli cerca di definire le due qualifiche dell'assenso e poi spiega come la "realizzazione" sia appunto il passaggio dal nozionale al reale.

Non potendo fermarmi a lungo sulla teoria di Newman, peraltro ben nota, mi limito a ri­cordare un passo molto bello, dove egli esem­plifica la "realizzazione" nella vicenda dram­matica del patriarca Giobbe, mettendo a con­fronto il suo atteggiamento verso Dio prima e dopo la durissima prova.

Già prima - egli scrive - Giobbe intuiva ret­tamente gli attributi divini; aveva un assenso nozionale corretto della giustizia, della verità, della santità, della bontà, della misericordia di Dio. Tuttavia le prove hanno trasformato tale intuizione in assenso reale:

 

«Io ti conoscevo per sentito dire,

 ma ora i miei occhi ti vedono.

Perciò mi ricredo e ne provo pentimento

 sopra polvere e cenere» (Gb 42, 5-6).

 

La conoscenza "per sentito dire" è l'assen­so nozionale, della mente, assai diverso da quel "vedere degli occhi", che corrisponde all'assen­so reale, del cuore.

Richiamo qualche altro sinonimo di "appro­priazione". Si può parlare di "percezione esi­stenziale", a indicare che quando ho fatta mia un'idea, un concetto di Dio, non ho più biso­gno che mi venga imposto dall'esterno, non de­vo più ricordarlo attraverso la memoria.

Oppure si può parlare di "coscientizzazio­ne" o, ancora, di "integrazione personale".

 

2. Emerge la domanda cruciale: a che cosa è dovuta la distanza tra assenso nozionale e as­senso reale? Anzitutto voglio osservare che l'assenso no­zionale non è sbagliato e, per esempio, nelle verità matematiche è più che sufficiente; capi­sco un teorema con assenso nozionale e que­sto mi basta. La distanza appare quando si tratta di veri­tà religiose, morali, spirituali, di verità che ri­guardano l'ambito dell'esistenza, dell'amore, della gioia, della vita e della morte.

E richiamo almeno due motivi che spiegano tale distanza.

- Il primo è dovuto al fatto che il cammi­no dell'appropriazione di verità profonde è as­sai lungo. Mentre un teorema matematico lo si può ca­pire in pochissimo tempo, talora subito, l'as­senso reale è frutto di un itinerario di crescita che passa (come insiste Newman) attraverso va­rie prove. Solo così la persona cresce, matura verso assensi reali profondi. Secondo alcuni grandi psicologi dell'evolu­zione umana, l'uomo raggiunge una fede reli­giosa genuina e fa sua in maniera propriamen­te personale la religione che ha ereditato, in­torno ai trent'anni. A mio avviso, però, è più esatto dire che l'uomo può giungere a integrare la verità reli­giosa cristiana nella pienezza della sua perso­nalità; perché molte persone non interiorizza­no mai la fede. Il cammino dell'appropriazio­ne non è solo lungo, ma spesso avviene in ma­niera solo embrionale, non quindi automatica­mente e non sempre. Inoltre, più che «intor­no ai trent'anni», io direi tra i trenta e i qua­rant'anni. Credere che Dio esiste, che è buono e mi chiama, che la fede è un valore che richiede la vita, che il celibato per il Regno è un valore valido proposto da Cristo a me, che il mini­stero è un servizio importante che determina la mia esistenza; tutto questo può essere frut­to di assenso nozionale. Diviene assenso reale attraverso un faticoso e lento processo di autotrascendenza personale. La distanza tra i due modi di assenso è dun­que motivata dalla necessità di un tempo di ma­turazione umana.

- Il secondo motivo, collegato con il primo, è dovuto al fatto che numerosi ostacoli impe­discono l' "appropriazione". Ostacoli dell'ambiente spesso sfavorevole; ostacoli costituiti da abitudini personali catti­ve oppure semplicemente da pigrizia (non vo­glia di ragionare, di riflettere su se stesso, non voglia di compiere la fatica di elaborare il con­cetto); ostacoli dell'inconscio, per cui una per­sona sa parlare benissimo, è capace di esporre le verità con chiarezza, ma a un certo punto si accorge che sta recitando, che ripete concetti imparati a memoria e che però non ha pene­trato, non ha interiorizzato. Il passaggio quindi da un assenso nozionale alla radicalità della fede (che si suppone di ave­re quando si professa il "Credo" cristiano) a un assenso reale verso ciò che essa comporta, è certamente la prima grazia da chiedere.

 

Per riflettere sugli ostacoli che incontra il no­stro cammino verso tale assenso reale alla ra­dicalità della fede, tema specifico di questa me­ditazione, rileggiamo un brano del vangelo se­condo Luca, al capitolo 9, dove troviamo tre esempi di mancato assenso:

«Mentre andavano per la strada, un tale disse a Gesù: "Ti seguirò dovunque tu vada". Gli rispose: "Le volpi hanno le loro tane e gli uc­celli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uo­mo non ha dove posare il capo". A un altro disse: "Seguimi". E costui rispose: "Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio pa­dre". Gesù replicò: "Lascia che i morti sep­pelliscano i loro morti: tu va' e annunzia il re­gno di Dio"». Un altro disse: "Ti seguirò, Si­gnore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa". Ma Gesù gli rispose: "Nessu­no che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio"» (Lc 9,57-62).

 

Il contesto di Luca 9, 57-62

Iniziando la lectio della pagina di Luca, rie­vochiamone anzitutto il contesto.

Gesù sale verso Gerusalemme facendosi pre­cedere da alcuni suoi discepoli e riceve una cat­tiva accoglienza da parte dei samaritani. «Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse deci­samente verso Gerusalemme e mandò avanti dei messaggeri» (vv. 51-52). Ci soffermiamo sul versetto 51 considerando­lo però nella versione greca che è più pregnan­te: «Nel compiersi i giorni della sua ascensio­ne egli il volto indurì» (to prósopon estérisen). Il verbo estèrisen (rese saldo, stabilì irrevoca­bilmente) indica la decisione ferma di Gesù, la direzione precisa del suo cammino e quindi il passaggio a una fase più radicale della sua proposta. Luca, dunque, nel capitolo 9, mostra Gesù che comincia a proclamare più palesemente le esigenze della sua missione, che diventano le esigenze dei discepoli stessi.

Leggiamo gli ultimi versetti del contesto: «I messaggeri si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per fare i preparati­vi per lui. Ma essi non vollero riceverlo, per­ché era diretto verso Gerusalemme. Quando vi­dero ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dis­sero: "Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?". Ma Gesù si voltò e li rimproverò. E si avviarono verso un altro villaggio» (vv. 52b-56).

Tre modi impropri della sequela

Subito dopo averci fatto sapere che Gesù è rifiutato dai Samaritani e non è capito dai suoi discepoli, l'evangelista Luca ci presenta tre figu­re emblematiche che «andavano per la strada».

1. Il primo è «un tale», forse vecchio forse giovane, forse ricco forse povero. Quel tale in­fatti è ciascuno di noi chiamato alla sequela. E disse: «Ti seguirò dovunque tu vada!»; pa­rola bellissima, affermazione corretta, impec­cabile, assenso nozionale perfetto. Egli ha ca­pito chi è Gesù.

Gesù però ribatte che quel tale è lontano dal­l'assenso reale: «Le volpi hanno le loro tane, gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio del­l'uomo non ha dove posare il capo». Se si vuole dare senso alla promessa di seguire il Signore, bisogna uscire dalla propria tana, saltar fuori dal nido, bisogna capire tutte le implicazioni della sequela.

2. La seconda figura emblematica è «un al­tro», innominato, senza età e senza origine, che Gesù interpella. Egli risponde esprimendo una richiesta sensata, legittima, giusta. È importan­te sottolineare che la radicalità evangelica, in questa pagina lucana, non viene controbattut­ta da peccaminosità (sono attratto dalla con­cupiscenza della carne e degli occhi, dai piace­ri, dalle ricchezze). Il primo personaggio aveva addirittura fat­to un'offerta di sé. Questo «altro» domanda semplicemente di poter seppellire il padre: «Concedimi di anda­re a seppellire prima mio padre».

La parola di Gesù ci stupisce non poco: «La­scia che i morti seppelliscano i loro morti». In realtà essa vuole smascherare la radice della ri­chiesta: "tu credi di volermi seguire, ma sei an­cora legato alle tradizioni ancestrali, non hai ancora compreso il primato del Regno, ne hai un senso forse nozionale e però non reale; non hai capito che nel Regno ci si muove in un am­bito di nuova rinascita, che tutti i pesi devo­no essere buttati all'indietro; tu non vuoi ri­nunciare all'eredità paterna". Assistere il pa­dre nel momento della morte, infatti, vuol di­re anche poter ricevere l'eredità e tutto ciò che essa comporta di legami familiari.

3. Il terzo personaggio è nuovamente «un al­tro», uno di noi.

Di temperamento probabilmente impulsivo, si rivolge a Gesù con immediatezza: «Ti segui­rò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa».

Pure la sua proposta è ragionevole, e ha ad­dirittura un precedente profetico nel primo Li­bro dei Re, a cui sembra alludere. Ricordate sicuramente che quando Elia chiama Eliseo che sta arando i suoi campi, passandogli vicino gli getta addosso il mantello. Eliseo allora lascia i buoi, corre dietro al profeta apostrofandolo: «Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò». Elia glielo permette: «"Vai e torna, perché sai bene che cosa ho fatto di te. Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio buoi e li uccise; con gli attrezzi per arare ne fece cuocere la carne e la diede alla gente per­ché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elia, entrando al suo servizio» (cf. 1Re 19, 19-21).

Le parole del terzo personaggio parrebbero dunque legittime. Tuttavia Gesù non le accetta e le smasche­ra: «Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio»; tu non ti accorgi di essere ancora schia­vo del tuo passato, della tua storia, dei tuoi amici, delle tue conoscenze, di tutto quanto co­stituisce il tuo mondo culturale e affettivo; nemmeno tu hai compreso la radicalità del Re­gno e sarai di quelli che andranno avanti sem­pre guardando indietro, guardando a ciò cui hanno rinunciato, pensando a ciò che rimane o non rimane della loro storia. La semplice lectio di questo brano evangeli­co evidenzia già come la vera sequela di Cri­sto non ammetta alcun indugio, alcun attacca­mento al proprio io, alle persone, alle cose, per­ché chiede una totale obbedienza a Dio e alla sua parola.

 

Piste di meditatio: i simboli del brano evangelico

 

Ora vorrei suggerirvi qualche spunto di me­ditatio, cercando di andare più a fondo nelle parole di Gesù, attualizzando e ampliando i simboli utilizzati nelle tre scene: la tana, il ni­do, il padre, i parenti, gli amici.

1. La tana e il nido sono le immagini del pri­mo quadro: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio del­l' uomo non ha dove posare il capo».

- La tana è il luogo in cui uno si rannic­chia e trova la sua sicurezza, perché ci sta be­ne e si sente difeso. Il nido è il calore che nutre e protegge. Oggi il linguaggio psicoanalitico usa simboli diversi: tana e nido diventano il voler restare nel seno materno e in tutto ciò che esso rap­presenta, quindi l'essere coccolati, l'essere al riparo, nel guscio della propria sensibilità, nel caldo degli affetti, al sicuro dalle aggressività. L'uomo, infatti, fa fatica ad accettare l'espul­sione dall'utero, si traumatizza e rimane per­ciò sempre tentato di riformarsi un altro nido, un altro ambiente protetto.

Gesù afferma però che il Regno è una na­scita violenta, esige di uscire «come un gigan­te dalla tenda, per correre la propria strada » (cf. Sal 19, 6). Chi vuol restare nella tenda, non potrà mai capire appieno il Regno. Magari com­pirà nominalmente i gesti del Regno e tutta­via, essendo rinchiuso nel proprio bisogno di protezione psichica, non affronterà il combat­timento della vita uscendo allo scoperto. Questo atteggiamento è oggi particolarmen­te diffuso: i ragazzi, i giovani e le giovani, no­nostante la crisi delle famiglie, non riescono a staccarsene e a decidersi per scelte definitive, anche in prospettiva matrimoniale e, dopo un primo momento di entusiasmo, preferiscono op­tare per scelte a tempo determinato. Un guado che implica l'assenso reale, non soltanto nozionale, un salto di qualità che fa soffrire, che può anche far piangere (il bambi­no, uscendo dal seno materno, piange e si la­menta), perché chiede di rischiare, di buttarci.

2. La metafora del padre rappresenta non so­lo la figura del padre in senso fisico, bensì tutta la tradizione ancestrale: le abitudini di fami­glia, il mos ereditario, il costume.

Secondo gli antichi, sono tre le res che non si possono vincere: la mors, il mas, il mos: il mas è il maschio, è una realtà che non si vince mai, insieme al mos e alla mors. Il mos, è il costume, la consuetudine; chi si prova a uscirne viene alla fine di nuovo rinserrato dentro. E la morte è chiarissimamen­te un evento invincibile.

Il Vangelo chiede di superare que­ste abitudini inveterate, ma invece rimangono. Pensiamo a certi princìpi di vita, inconsci, per esempio al principio di onore per il quale non si deve mai retrocedere, scendere di grado; en­tro certi limiti può essere giusto, e tuttavia quando si pone come prioritario blocca la vita evangelica, allontana dal Regno. Per seguire Gesù dobbiamo essere disposti ad accettare di buon grado le umiliazioni, le persecuzioni, gli insulti, gli oltraggi, rinunciando al punto di onore.

Al mos, alla tradizione ricevuta e che costi­tuisce l'eredità del padre, appartengono anche tutti gli assoluti razziali che ci portiamo den­tro e che il Vangelo domanda, invece, di su­perare. Nel nostro tempo sono apparsi chiara­mente in tutta la loro violenza e drammatici­tà, e vanno continuamente messi a fuoco per vincerli, sconfiggendo la tendenza a starsene per proprio conto, con quelli di casa, a combi­nare affari con gente della stessa razza, a pren­dere «mogli e buoi dei paesi tuoi».

Quando il mos ancestrale, cioè gli idola tri­bus, diventano pretesti contro la novità del Re­gno, sono distruttivi. Il buon senso comune non basta per seguire davvero Gesù. Ed è giu­sto sapere che gli idola li portiamo con noi an­che quando ci decidiamo per Cristo; essi co­stituiscono il nostro fardello, il nostro patrimo­nio paterno, sono nel nostro preconscio. Dob­biamo perciò imparare a riconoscerli poco per volta e a snidarli con la grazia straordinaria di Dio, con quella parola nuova che viene dall'alto e che si chiama Vangelo.

 

3. La terza immagine è costituita da parenti e amici.

A differenza del "padre" che rappresenta le tradizioni di famiglia, in questo simbolo pos­siamo leggere il culto della propria storia perso­nale: le amicizie, le relazioni, le vicende, i suc­cessi.

Un culto che cresce con gli anni e per que­sto l'educazione alla fede è più facile nel bam­bino che nell'adulto. L'adulto si è già compro­messo con la sua storia; se è colto, ha preso posizione politica, ha scritto dei libri, ha otte­nuto riconoscimenti, e gli è difficile diventare come un bambino, ossia accogliere il Regno. Allo stesso modo, è più facile la sequela ra­dicale in giovane età che nell'età adulta quan­do si è ormai legati a certe abitudini, a una cer­ta cerchia di amicizie. Il culto della storia personale si impone in­consciamente, senza che uno ci pensi, in no­me di una coerenza di vita: "non mi sento di rinnegare la mia storia, la mia fede, il mio van­gelo; non possono chiedermi di farlo". Ma il Vangelo, che è risurrezione, vita nuova, può invece scavalcare la storia personale chieden­do di buttarla e di andare oltre, anche se poi il Signore la farà ritrovare in ciò che ha di verità. Sintetizzando possiamo dire: Gesù ci ha pre­sentato tre tentazioni di fuga dalla radicalità della fede. Tre modi che richiamano, per con­verso, una triplice libertà evangelica: la liber­tà dalla madre, dal seno materno, dalla tana e dal nido; la libertà dal padre, dalle tradizio­ni ancestrali; la libertà da se stessi, cioè dalla propria storia, dal bisogno di coerenza umana.

Questa triplice libertà da acquisire è il com­pito di tutta una vita, è l'impegno verso la ma­turità; ogni uomo deve viverlo, e il cristiano deve viverlo anche di fronte alla radicalità della fede.

Come abbiamo visto, non basta l'assenso no­zionale a tale libertà. Occorre la pazienza di snidare le resistenze all'assenso reale, che non finiscono mai e che si fanno sentire soprattut­to nei momenti decisionali più importanti (co­me, per esempio, nella scelta del celibato per il Regno). Se non le snidiamo rimarremo im­prigionati in noi stessi.

 

 

 

Applicazioni

 

Suggerisco, per l'ascolto personale e comunitario, tre modalità concrete di riflessione su quanto ho cercato di spiegare.

1. Uno scambio libero sugli aspetti della me­ditazione che vi hanno maggiormente colpito.

2. Ciascuno dovrebbe verificare come rea­gisce di fronte alla tesi della maturità cristia­na progressiva: mi pare accettabile che l'inte­grazione della fede nella vita richiede un tem­po così lungo? che la vittoria sulle resistenze avviene in età matura? ho dei dubbi in pro­posito?

Credo sia molto utile confrontarsi su questa appropriazione lenta del passaggio dall'assen­so nozionale a quello reale.

3. Provate a scoprire alcuni aspetti pratici relativi alle metafore del nido, della tana, del­l'eredità paterna, della propria storia. Dove emergono in me questi ostacoli inconsci? co­me e quando hanno giocato e giocano nel mio cammino?

"Signore, tu che vedi quanto desideriamo se­guirti e partecipare alla tua vita di Figlio del Pa­dre, aiutaci a vedere con chiarezza i timori, le paure, le tentazioni che si annidano nel nostro cuore e che possono soffocare la nostra accetta­zione radicale della fede".



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