PUBBLICAZIONI
E LETTURE CONSIGLIATE
COSE DELLA VITA. RIFLESSIONI SULLA QUOTIDIANITÀ

Di tutto un po’. Interessante panoramica degli articoli pubblicati da Lucetta Scaraffia per il mensile il “Messagero di Sant’Antonio” dal 2007 al 2011. L’autrice, docente di storia contemporanea, collabora con numerose riviste quali “L’Osservatore Romano”, “Il Foglio” e “Il Sole 24 Ore”.

La raccolta tratta con acutezza e precisione degli argomenti più disparati (bioetica, religioni, donne, educazione, disabilità) prendendo spesso spunto da argomenti di cronaca. La distanza che ci separa dagli eventi riportati è quella ottimale per risvegliare in noi il ricordo di eventi un po’ nascosti nella memoria, ma non ancora perduti e ci permette di affrontarli con uno sguardo nuovo, con un approccio più riflessivo e distaccato, più mirato alla speculazione teorica che alla risoluzione pratica dei problemi.

La sensazione è la stessa di quando si rilegge in età più matura un testo affrontato da giovane, che ci capita in mano quasi per caso mentre spolveriamo la libreria. Allora aprendolo ritroviamo la stessa intensità, ma come andiamo più a fondo nella lettura e quante nuove cose cogliamo, che alla prima ci erano sfuggite.

Lucetta Scaraffia ci propone un libro snello, che si termina velocemente, ma vale la pena di leggerlo poco per volta e una volta arrivati alla pagina che ci stuzzica di più fermarsi, chiuderlo e lasciarsi provocare dalle parole dell’autrice per intessere con lei un ideale dialogo.

L’autrice partendo da fatti che paiono talvolta ordinari (un affresco conteso, il grembiule a scuola) arriva a porsi con coraggio interrogativi mai banali e conduce il suo ragionamento con semplicità. Domande coraggiose e risposte nette con l’occhio della fede, con l’umanità del cuore.

 

Lucetta Scaraffia, Cose della vita. Riflessioni sulla quotidianità,

Edizioni Messaggero, 2011, € 8.

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ACCIDIA

Questo libro appartiene ad una collana di 7 volumi (editi dalla San Paolo tra il 2011 e il 2012) che tratta degli otto pensieri malvagi, secondo lo schema della tradizione orientale. Noi li conosciamo meglio sotto il nome di vizi capitali e ne ricordiamo 7, seguendo lo schema utilizzato da S. Gregorio Magno in poi, ma in Oriente la riflessione si è orientata su 8 peccati.

L’autore, Adalberto Piovano, è monaco benedettino, priore della comunità monastica della SS. Trintà a Dumenza (VA) ed esperto di spiritualità russa.

Questa collana si inserisce con forza nel filone di riflessione focalizzatosi negli ultimi anni sull’argomento.

Anche la cultura laica ha avuto un certo interesse per questi temi, dato che essi, ancor prima di essere vizi presenti nella Scrittura e nella meditazione della Chiesa, sono vie mortifere, patologie che riguardano tutti gli uomini.

Questo volume in particolare tratta dell’accidia: vizio sfuggente, difficile da identificare, difficile da combattere. L’autore ci guida alla scoperta di questo male complesso e multi-sfaccettato, che coinvolge tanto il corpo quanto la psiche e lo spirito del soggetto.

È spesso definito come “il male del nostro tempo” e, al contrario delle passioni, che agitano e scuotono il corpo e lo spirito (si pensi all’ira, alla gola, alla lussuria), è un pensiero che vive nella quiete, e si nutre dell’ozio, della distrazione, della mancanza di interrogativi etici, dell’elusione di scelte di vita forti, della tiepidezza dei sentimenti.

Il libro ci illumina veramente riguardo alla natura di questo peccato, sempre pronto a prendere nuovi volti (noia, tristezza, malinconia, ansietà, indifferenza) una volta scovato il suo annidarsi nella nostra vita, mantenendo però sempre la sua cifra fondamentale dell’indifferenza, del sonnambulismo spirituale.

Questa pesantezza che investe tutta la vita crea un uomo addormentato. Enzo Bianchi così si interroga: “Chi è l’homo dormiens? È colui che vive al di qua delle sue possibilità, vive nella paura, banalmente, superficialmente, orizzontalmente più che in profondità; è pigro, negligente, si lascia vivere; è colui che vive come se avesse a disposizione un interminabile lasso di tempo; è colui che si sottrae alla fatica di pensare e di interrogarsi; che non ha passione, che non è toccato da nulla: per lui tutto è scontato; è colui che non aderisce alla realtà e agli altri, ma resta nella sonnolenza, anzi ha fatto del non vedere, del non sentire, del non lasciarsi toccare e interpellare la condizione del suo vivere”.

La struttura dell’opera è molto schematica e facilita la lettura: cos’è l’accidia, come si riconosce, quali sono le cause e come si affronta. Sembra quasi un prontuario di medicina: segni e sintomi, diagnosi, prognosi e terapia di questo “male oscuro” dell’anima. Un affresco vivace dell’accidia, esposto in maniera piana e semplice, con richiami chiari e puntuali alla bibliografia e con parole che sanno davvero parlare al cuore.

 

Matteo Bernocchi

 

Adalberto Piovano, Accidia,

San Paolo Edizioni, 2011, € 12.

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IL CORPO E LO SPIRITO

Un libretto agile e semplice, ordinato ma non dogmatico che ci parla del corpo dell’uomo.

Utilizzando una suddivisione un po’ schematica ma utile possiamo dire che una prima parte del testo sia dedicata al corpo biologico e psicologico.

L’autore, partendo da alcune sue parti e attributi (viso, sguardo, bellezza, nudità) arriva al modo in cui il nostro corpo si rapporta con gli altri: desiderio, erotismo e banalizzazione. Si passa poi al corpo nella relazione amorosa. Queste sono sicuramente le pagine più vibranti del testo, che riflettono a pieno il sentimento dello scrittore per la sua amata: traboccano di vita.

Tutti i gesti e le sfumature presenti nell’affettività (tenerezza, desidero, appropriazione, attesa, violenza, responsabilità, gelosia, fecondità) vengono messi a tema.

La seconda parte del libro inquadra poi il corpo spirituale del cristiano come tempio dello Spirito Santo: l’uomo può sembrare poca cosa ma è “Ruach Elohim”, “Spirito di Dio”.

C’è un breve excursus sul corpo come è stato concepito nella Chiesa dalle origini ad oggi, sottolineando come il dualismo tra Spirito e corpo, tra anima e carne sia frutto più dell’esperienza umana della tentazione e della caduta che di una reale separazione: Corpo e Spirito sono due elementi di una soggettività indivisibile.

La Resurrezione di Cristo ha letteralmente cambiato lo statuto al corpo: il nostro corpo, certo trasfigurato, è per la vita eterna.

Inoltre se si pensa alla vita terrena di Gesù Egli è stato pienamente corpo: ha sofferto la passione con il corpo, ha moltiplicato i pani e i pesci, ha toccato e guarito. Parlando del Giudizio, rivolgendosi ai salvati, ha detto: “perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato” (Mt 25,35); tutte azioni per il corpo.

Il testo termina con un’analisi di parte della Prima lettera ai Corinzi (talvolta mal interpretata) e ci fa capire come Paolo tessa un elogio senza pari del Corpo: “Non sapete che i nostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra di una prostituta? No di certo! O non sapete voi che chi si unisce alla prostituta forma con essa un corpo solo? I due saranno, è detto, un corpo solo” (1Cor 6,15).

In definitiva il testo vuol farci ripensare la nostra concezione troppo materialista della carne, contrapposta a quella troppo intellettualista dello Spirito.

Nessun disprezzo del corpo e della sessualità, ma la riscoperta dell’originalità della rivelazione cristiana: il corpo, con tutto ciò che lo rende carnale, ha una dignità e una gloria inaudite, tanto che si può arrivare ad affermare, parafrasando il titolo del libro “Il Corpo è lo Spirito”.

M.B.

Xavier Lacroix, IL CORPO E LO SPIRITO

Edizioni Qiqajon, 156 pagine, € 10,50

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SOGNANDO BETLEMME

“Dopo che Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco giungere a Gerusalemme dall’Oriente alcuni Magi…”. Le scarne parole del vangelo di Matteo su un viaggio misterioso, all’inseguimento di una stella, sono all’origine anche del viaggio di questo libro sulle tracce lasciate dai Magi nella storia dell’arte cristiana.

Sognatori di bellezza come Beato Angelico, Giotto, Mantegna, Durer e Bosch tratteggiano con i colori della fantasia il viaggio dei Magi e il loro sogno di un incontro decisivo con Colui che – unico al mondo – è capace di donare una gioia che non ha mai fine.

Un libro splendidamente illustrato che ci aiuta a rimettere in viaggio le nostre vite impigrite. Un ottimo regalo per se stessi, o per una persona amica.

 

Zaira Zufetti, Sognando Betlemme. I tre viaggi dei Magi nell’arte.

Editrice Àncora, 2011, € 29,50

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BARIONA O IL FIGLIO DEL TUONO

Bariona è un originale racconto scritto e rappresentato da Sartre (1905-1980) nel Natale del 1940 per i suoi compagni di prigionia nel campo di Treviri. Sartre ebbe modo allora di conversare a lungo con i preti detenuti, discutendo con sincerità di fede e teologia. É alla luce di questa nuova esperienza che Sartre scrisse un testo teatrale sul natale. Lo compose in breve tempo, scelse gli attori, creò la messa in scena ed i costumi e lui stesso vi partecipò nella parte del Re Magio Baldassarre. Progetto, questo, assolutamente nuovo e singolare per Sartre, notoriamente riconosciuto come l’esponente di un esistenzialismo ateo; lui stesso non ha esitato a dichiarare di aver avuto sempre un rapporto difficile ed

impossibile con Dio. Sartre ha ragione di affermare nel 1962 che Bariona non ha significato per lui un cambiamento di prospettiva nei confronti della fede. Ma ciò non toglie, che ciò che ha scritto rimanga. Come scrive Antonio Delogu nella Introduzione, “Per un istante, ma anche per sempre, Sartre è stato un mistico”.

 

Jean-Paul Sartre, Bariona o il figlio del tuono.Racconto di Natale per cristiani e non credenti.

Christian Marinotti edizioni, € 14,40.
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COME PREGARE, PERCHÉ PREGARE

Dire che Enzo Bianchi è il fondatore e priore della comunità monastica di Bose è ben poca cosa rispetto al personaggio che è, e al ruolo che ha assunto nella vita ecclesiale internazionale: un uomo dalle infinite relazioni, e allo stesso tempo monaco dalla profonda e intensa spiritualità.

In questo testo Bianchi torna su uno degli argomenti che più gli stanno a cuore, fondamento della vita cristiana e della sua personale esistenza: la preghiera. Già il titolo è eloquente: Perché pregare, come pregare. Bianchi cerca innanzitutto di capire cosa sia la preghiera, la sua essenza, e la sua riflessione non può che partire dalle difficoltà del pregare oggi, ben consapevole che “la preghiera, come ogni realtà spirituale, è un fenomeno storicamente e culturalmente condizionato”.

La sua intenzione non è tanto “ridefinire la preghiera cristiana, perché essa sfugge a ogni «formula», quanto piuttosto tentare di ricollocarla, con molta umiltà, nell’alveo biblico”: in questo senso essa è innanzitutto ascolto e risposta, prima ancora che ricerca di Dio; “le sue forme sono accidenti, mentre ciò che è sostanziale è la relazione con Dio” e “il suo fine è l’agape, la carità, l’amore: la preghiera è un’apertura alla comunione con Dio, dunque all’amore, perché Dio è amore”.

Il secondo capitolo è dedicato alle modalità del pregare ed è incentrato sui riferimenti evangelici alla preghiera, a partire dagli insegnamenti di Gesù sulla preghiera fino a singoli episodi illuminanti che troviamo nel Vangelo, come ad esempio quello del lebbroso che dopo la guarigione - unico fra dieci guariti - torna indietro per ringraziare Gesù.

Infine un terzo e ultimo capitolo è dedicato alle difficoltà del pregare e agli ostacoli alla preghiera.

Qui Bianchi pone le domande fondamentali, che saranno passate chissà quante volte anche nella nostra mente e nel nostro cuore: perché pregare se il male continua ad essere presente nel mondo? È efficace la preghiera? È utile? L’autore propone risposte che a loro volta interrogano la nostra coscienza, e analizza tutte le difficoltà della preghiera e le “scuse” per non pregare: dal non avere tempo, alle distrazioni, all’incostanza.

Un libro che ci riconcilia con gli aspetti meno piacevoli di questa pratica fondamentale per la nostra vita spirituale e ci invita ad un nuovo e rinnovato ritorno al fondamento del nostro essere cristiani.

Il libro si conclude con una bella citazione di Sant’Agostino: “Il desiderio prega sempre, anche se la lingua tace. Se tu desideri sempre, tu preghi sempre. Quand’è che la preghiera sonnecchia? Quando si raffredda il desiderio.”

Davvero “la preghiera è il nostro desiderio di amare”.

M. C.

Edizioni San Paolo, 2010, pp. 124, euro 12.

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IL PANE DI IERI

Libro uscito nel 2008, ristampato quest’anno in edizione economica (anche per il grande successo di pubblico che ha avuto), questo volumetto raccoglie quindici preziosi testi del fondatore di Bose, quindici quadri della memoria di questo monaco che ha vissuto la propria fanciullezza e la propria giovinezza nel secondo dopoguerra, in un paese di settecento anime del Monferrato. Il titolo del libro deriva appunto da un detto della sua terra: el pan ed sèira, l’è bon admàn, «il pane di ieri è buono domani»…

Scrive Bianchi: “Come sempre nella saggezza contadina e popolare, il proverbio affonda le radici in un dato concreto, oggettivo – le grosse pagnotte che venivano conservate per più tempo non si prestavano a essere mangiate fresche, ma davano il meglio del loro gusto un paio di giorni dopo essere uscite dal forno – per poi fornire un insegnamento più vasto: il nutrimento solido che ci viene dal passato è buono anche per il futuro e i principî sostanziali che hanno alimentato l’esistenza di chi ci ha preceduto sono in grado di sostenere anche noi e di darci vita, gioia, serena condivisione nel nostro stare al mondo accanto a quanti amiamo.”

Quella di Enzo Bianchi non è soltanto una scrittura della memoria, ricordi e fatti di un uomo giunto alle soglie della vecchiaia (per quanto sempre interessanti e scritti in forma assai gradevole): questi testi sono occasione per ripensare al vivere umano e alla socialità dell’uomo contemporaneo.

Il senso della terra, la sacralità del cibo, la bellezza dei riti che hanno accompagnato l’uomo per secoli, si sono perduti in pochi decenni e rischiano di privarci di alcune fondamentali coordinate di senso della nostra esistenza: in quest’ottica “ricordare, rileggere e raccontare il proprio passato, il mondo di ieri nel quale abbiamo vissuto” è l’occasione per “cogliere in esso delle chiavi di lettura per il presente e per il futuro”.

Vi consiglio di “gustarvi” le intense pagine dedicate al cibo, al mangiare insieme, al “nascere e morire in comunione” e al “contare i propri giorni”: pagine di rara poesia e saggezza.

Concludo con le parole dell’autore: “Non dimentico mai l’immagine che uno aveva entrando in casa mia: nella stanza la cui porta dava sulla strada – stanza che era al contempo cucina, sala da pranzo, luogo di accoglienza della gente che veniva da mio padre per farsi stagnare le pentole o aggiustare la «macchina da verderame» - mia madre deponeva sul tavolo ogni mattina una grissia del «pane di ieri», un fiasco di vino, un orciolo di olio e una saliera, tutto ricoperto da un tovagliolo da lei ricamato con la scritta «l’olio, il pane, il vino e il sale siano lezione e consolazione».

M. C.

Edizioni Einaudi, 2010, pp. 114, euro 9,50.

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OGNI COSA ALLA SUA STAGIONE

“Ora che avverto quotidianamente l’incedere della vecchiaia, la memoria mi riporta sovente ai luoghi in cui ho vissuto…” scrive Enzo Bianchi in quest’ultimo suo libro, raccontando con cuore, testa e memoria i luoghi che hanno suscitato in lui affetti e sentimenti, dove ha trascorso l’infanzia o che ha raggiunto viaggiando. E noi partiamo con lui. Quelli che visitiamo sono angoli di mondo ma anche luoghi della vita e dell’anima. Sono il Monferrato con le sue colline, il paese con la sua comunità, le usanze, i proverbi, l’esistenza grama, la fatica e i momenti di forte e gratuita solidarietà. Sono la cella del monaco, un luogo da dove osservare il mondo, dove diventare consapevoli delle gioie e delle sofferenze e dove

prendono forma le parole con cui narrare qualcosa della vita.

Questo viaggio nei luoghi è naturalmente anche un viaggio nel tempo, un viaggio nella vita che scorre, nei giorni di un uomo e in quelli delle stagioni. Sono i giorni del focolare, passati a tavola conversando insieme ai famigliari e all’ospite, gustando il cibo preparato con cura e bevendo il vino che celebra e festeggia. Sono le vacanze di Natale, quando i bambini aspettavano la festa preparando il presepe e la sera della vigilia il grande ceppo di Natale ardeva nel camino. Sono i giorni che attraversano il tempo e fanno parte del nostro vivere, e che ritroviamo divisi in capitoli che da soli sono già evocativi e invogliano alla lettura: I giorni degli aromi, I giorni del focolare, I giorni del presepe, I giorni della memoria. Luoghi e tempi che attraversano gli anni, segnano il ritmo delle nostre gioie e dei nostri incontri per diventare l’intera vita.

Scrive Bianchi: «Quest’anno ho piantato un viale di tigli, li ho piantati per rendere più bella la terra che lascerò, li ho piantati perché altri si sentano inebriati dal loro profumo, come lo sono stato io da quello degli alberi piantati da chi mi ha preceduto». Come l’albero misura il passare del tempo col suo tronco che di anno in anno aumenta di un cerchio, così anche la riflessione di Bianchi mantiene quello sguardo della compassione che conosce il cuore umano e sa che anche la nostra esistenza è un cerchio che ripete se stesso ma si allarga per riconoscere «la vita continua e sono gli uomini e le donne che si susseguono nelle generazioni, pur con tutti i loro errori, a dar senso alla terra, a dar senso alle nostre vite, a renderle degne di essere vissute fino in fondo».

Il presente di una cella che non è segregazione bensì tutt’altro, uno sguardo che spazia sul mondo.

Dice Elena Loewenthal, in una conversazione con l’autore: «C’è un nodo che tiene insieme queste riflessioni, in parte svelando in parte racchiudendo: è la questione del tempo, inteso come un valore, e non un possesso. I padri antichi dicevano che il tempo è di Dio, non nostro. Noi lo abitiamo, ma non ne disponiamo perché ci sfugge ogni volta che proviamo ad afferrarlo. L’impressione è che stiamo perdendo questo senso del tempo come territorio su cui vivere e non come oggetto da possedere. Non abbiamo più la nozione della stagionalità fatta di passaggi e ritorni: a incominciare da quando si fa la spesa e tutto sembra sempre disponibile, in ogni momento dell’anno».

Chiudo con un breve “assaggio” del libro, un passo molto significativo sul valore della tavola: «Di tutto il mobilio che arreda una casa, la tavola è forse l’elemento più eloquente. La sua grandezza, in particolare, dice molto dei padroni di casa...

Se è degna di tal nome, la tavola si accende quando ci sono invitati. Invitare qualcuno – parenti, amici, conoscenti... – è un atto di grande fede, di profonda fiducia nell’altro: significa infatti chiamarlo, eleggerlo, distinguerlo tra gli altri conoscenti; significa confessare il desiderio di stare insieme, di ascoltarsi, di conoscersi maggiormente...

Chi mi ha educato mi diceva sempre che è la tavola il luogo in cui ci esercitiamo a vivere la fede, la speranza, l’amore... A tavola, piccoli e grandi, vecchi e giovani, genitori e figli, siamo tutti commensali, tutti con lo stesso diritto di parola e con lo stesso diritto al cibo che arricchisce la tavola. Davvero stare a tavola è molto più che saper nutrirsi: è saper vivere».

M. C.
Edizioni Einaudi, 2010, pp. 127, euro 17
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CONOSCERSI DECIDERSI GIOCARSI

“CONOSCERSI, DECIDERSI, GIOCARSI” è il frutto di una serie di incontri che il Cardinale Carlo Maria Martini ha tenuto a Venegono, nel Seminario della diocesi di Milano, con un gruppo di seminaristi teologi. Ma, come è scritto in prefazione, le parole del Cardinale valgono non solo per giovani seminaristi, ma per tutti, uomini e donne, giovani e adulti, laici e sacerdoti o persone consacrate, purchè abbiano l’intenzione di vivere seriamente il Vangelo e, soprattutto, si trovino di fronte a scelte significative

e impegnative. L’itinerario proposto parte dal conoscersi, base necessaria per qualunque cammino di crescita: essa passa, secondo Martini, attraverso quanto io scopro di me stesso, ma anche e soprattutto attraverso quanto gli altri mi rivelano, mostrandomi quegli aspetti di me che io non voglio o non posso cogliere da solo. Seconda tappa è il decidersi; la conoscenza di sé non è sufficiente, essa ha senso se ci si apre a decisioni significative per l’esistenza. È dunque nel decidersi che la persona si fa persona, che l’individuo diventa soggetto, che il ragazzo, il giovane diventa adulto. Infine terza tappa, discernere, resistere e soprattutto giocarsi. Discernere, cioè distinguere “tra ciò che è bene e ciò che non lo è, tra ciò che Dio vuole e ciò che non vuole”, con la persuasione che quanto dovrò fare nella mia vita è iscritto in un “disegno molto ampio, il disegno del mistero d’amore di Dio, a cui la nostra esistenza è risposta”. Resistere nella prova, “nella desolazione, non mutando i buoni propositi fatti semplicemente perché è sopravvenuta la tenebra, ma cambiando, invece, interiormente se stessi, con una preghiera più prolungata, con la fiducia, l’abbandono, la serenità, è l’atteggiamento con cui dobbiamo accompagnare il discernimento”; con la certezza che “non esiste una risposta matematicamente sicura”, perché “la condizione dell’uomo sulla terra è

quella di un viandante, di un pellegrino, e lo stato del pellegrino comprende appunto la provvisorietà e anche il timore”. Appare qui l’elemento finale e fondamentale del giocarsi, ma con la fiducia che Dio non permetterà mai niente che non sia per il nostro bene. Come scrive il Cardinale, “si tratta di un fortissimo atto di fede”, perché “credo di essere nelle mani di Dio e se, da parte mia, ho onestamente compiuto il lavoro del discernimento, posso giocarmi con gusto e tranquillità”.

Come sempre un libro intelligente e prezioso da parte di Martini, in cui la sapienza biblica si apre alla riflessione sulle dinamiche moderne del vivere, e del vivere da cristiani.

 

M.C.

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DON LUIGI MAGGI: LA SUA CHIESA E LA SUA GENTE

Un libro per i primi cinquant'anni della chiesa

 

In atteggiamento assorto e con un profilo in cui si riscontrano i tratti dell’età giovanile, Don Luigi Maggi è raffigurato sulla copertina del volume pubblicato in occasione del cinquantesimo anniversario della dedicazione della chiesa attorno alla quale si è sviluppata e vive la parrocchia di santa Francesca Cabrini, in Lodi. La ricorrenza ha suggerito a chi ha oggi la responsabilità della cura pastorale di questa porzione della Chiesa di Dio che è fra noi, di ricostruire le linee fondamentali della storia di questa comunità, in quanto popolo di Dio, dagli inizi sino alla morte di chi ne fu il fondatore, per un arco di anni che va dal 1950 al 1972, quando il Signore chiamò a sé Don Maggi, colpito da grave malattia dopo aver profuso, per il bene spirituale della sua gente, le straordinarie risorse della sua intelligenza e del suo zelo per le anime.

            I fatti, nel volume, sono ricostruiti con intelligenza e rigore, sulla base del Chronicon stilato da Don Maggi con costanza e impegno, in uno stile essenziale e sobrio, con tocchi di ironia, specialmente nel descrivere le inenarrabili difficoltà incontrate nel dare inizio dal nulla a una grande opera; o in quelle sopportate negli assalti della malattia da cui fu stroncato a soli cinquantatré anni. Del Chronicon è curata l’edizione, arricchita di un apparato di note per fornire dati di storia riguardanti fatti e persone, ed è proprio sulla base di questo testo edito nella seconda parte del volume, che si traccia, nella prima parte, il profilo sacerdotale di don Luigi Maggi.

            Possiamo così renderci conto dell’intensa vita intellettuale e di fede all’interno della quale trascorrevano i giorni di questo degno sacerdote, attento alle vicende dei tempi e sempre proteso a trovare nel tesoro plurisecolare della spiritualità cristiana spunti per progetti da realizzare offrendo alle anime aiuto nel cammino verso il Signore. Due erano gli ambiti dello zelo pastorale di don Luigi, che lottava contro difficoltà economiche e per realizzare iniziative da cui prendevano vita le strutture e le attività della parrocchia, e, al tempo, accarezzava il sogno di vedere introdotta in diocesi l’istituzione da lui definita «monastero semplice» nella quale un piccolo gruppo di persone attente ai valori della vita monastica potesse attendere agli uffici liturgici, all’ospitalità a favore di spiriti in cerca della luce di Dio, e al lavoro manuale.

            Il volume ha una pregevole documentazione fotografica, ove l’occhio si posa sempre con piacere, nell’inevitabile confronto da cui risultano, su persone e cose, i segni del tempo che passa. Il volume si legge con piacere per il quadro che esso delinea di un mondo molto diverso da quello di oggi, dopo tante vicende di un’epoca in cui, nella scena del mondo, tutto sembra finire prestissimo inesorabilmente travolto. Negli anni in cui don Luigi dava inizio alla sua attività, la temperie storica era determinata dal sogno di una rinascita che metteva in tutti entusiasmo e speranze, dopo la tragedia del secondo conflitto mondiale.

Bisognava agire con fantasia, tenacia e capacità di sacrificio per rendere più nuovo e più bello il volto del mondo. Don Luigi incarnò in sé questa speranza dei tempi e colse nella missione di guida di una comunità parrocchiale tutte le occasioni per creare strutture, in ordine a costruire nei cuori gli spazi per la dimora di Dio. Nel Chronicon i passi più belli sono, infatti, quelli che attestano l’intensità del legame spirituale tra questo pastore e le anime a lui affidate, nei casi lieti e tristi della vita, quando il sacerdote capisce di essere chiamato a deporre nei cuori i germi e i frutti dei doni di Dio.

 

                                                                 Don Giuseppe Cremascoli

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EDUCARE ALLA FEDE OGGI: IL CORAGGIO DI RACCOGLIERE LA SFIDA

Piano Pastorale della diocesi di Lodi 2006-2009

 

Nell’odierno contesto di grandi muta menti sociali e culturali, la Chiesa riba disce e rinnova il suo impegno nella tra smissione e testimonianza del Vange lo. Poiché la realtà sociale e il Vangelo sono inscindibili e inoltre la realizzazio ne umana e la salvezza dell’uomo sono gli obiettivi da raggiungere attraverso la fede, ecco che il nostro Vescovo ha presentato nei mesi scorsi il nuovo Pia no Pastorale della diocesi, distribuito a sacerdoti, religiosi e fedeli di parrocchie e movimenti. Il Piano Pastorale ha un percorso trien nale, parte da una verifi ca generale del la formazione, dedicando l’impegno formativo al recupero della preghiera in famiglia con i fi gli , per poi rivolgere la propria attenzione alla formazione da 0 a 6 anni, tempo poco considerato nel l’attuale cammino pastorale ma che me rita invece una particolare attenzione, quale fondamento per la costruzione di un’alleanza educativa con le famiglie; infi ne si concentrerà sulla prima ado lescenza per ripensare gli itinerari della “professione di fede” dei 14enni e dei 18enni, accompagnandoli verso un’ap propriazione personale e consapevole della fede. Il Piano Pastorale è un vivo e vibrante invito a cogliere “la sfi da di annunciare il Vangelo in un mondo che cambia”, a superare l’autonomia assoluta, l’autore ferenzialità del soggetto, la diffi denza o peggior ancora l’indifferenza alla fede attraverso la riscoperta della passione educativa che nasce dalla fede e dal l’amore.

 

Paolo parla a Timoteo e...a noi, oggi Per la realizzazione del Piano Pastorale il nostro Vescovo attinge alla Seconda lettera a Timoteo di Paolo. Questa lettera, insieme alla Prima, viene denominata “pastorale” perché destina-ta a capi di comunità cristiane, trattando dei doveri del loro ministero; essa non ha un’impostazione sistematica anzi viene usato un caloroso tono paterno. La sua scelta mi fa capire quanto il Ve scovo senta forte la responsabilità che gli è stata affi data cioè quella di custodi re, educare e formare ad una fede auten tica e matura la Chiesa Lodigiana. Perché questa necessità di educare alla fede? Siamo stati creati dall’Amore di Dio, fatti a Sua immagine, portiamo dentro l’impronta Divina eppure poi diventia mo naufraghi della fede. Questo avviene quando l’uomo perde la sua autenticità o non la sa riconoscere, quando perde il riferimento continuo alla sua più vera dimensione: quella della “comunione “ in Cristo. Da qui la necessità di educare alla fede cioè favorire una “trasformazione”, un’azione che conformi a Gesù Cristo , perché tutto di noi cuore, mente e mani parli di Lui. Educare signifi ca far emergere e far ri nascere in modo consapevole il riferi mento essenziale al Signore e alla Sua Parola. Educare signifi ca far maturare la ca pacità critica che permette di interio rizzare ciò che la “tradizione” insegna per farlo proprio e condividerlo nella comunità di ap partenenza. Educare signi fi ca stimolare a superare il “rela tivismo”, a fare una scelta, a fare il salto verso una fede interiorizzata e personale. Sono molteplici i fattori che devo no essere tenuti in considerazione quando si parla di azione educativa: la dimensione pe dagogica, sociale e culturale e lo sviluppo psichico fatto di tempi di assimilazione differenti.

 

L’ impegno nel raccogliere la sfi da di educare alla fede La ricchezza del contenuto del nuovo Piano pastorale suggerirà a ciascun fedele riflessioni; ma cosa mi ha trasmesso questo documento in qualità di madre e catechista? L’educatore ha la grande responsabilità di preparare altre persone all’incontro e al dialogo con Cristo, ma prima di far lo deve sapersi riferire a Cristo in modo radicale, il suo rapporto con Lui deve essere centrale e prioritario, deve prima nutrirsi di Cristo per poterlo trasmettere ad altri .Non possiamo guidare alla for mazione a Gesù Cristo se non lo cono sciamo bene e non ci siamo conformati a Lui in primis. L’educatore non può es-sere un semplice amico per l’educando, non può camminare al suo fi anco; cre do che debba essere sempre almeno un passo più avanti, certamente non per su premazia, ma perché le novità, le diffi - coltà, le proposte o i dubbi che l’edu cando si appresta ad affrontare in materia di fede, devono essere già state affrontate, superate e colma te anzitempo dal l’educatore. L’educatore deve trasmettere con chiarezza. “Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo: annunzia la Paro la, insisti in ogni occasione oppor tuna ed inoppor tuna, ammoni sci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina”così Paolo esorta Timoteo, così Paolo esorta il Pastore che sta guidando la Chiesa Lodigiana, così Paolo esorta noi educatori di piccoli ambiti come la famiglia o di ambiti più complessi come un gruppo di catechesi o di realtà più vaste come la parrocchia. “Il Signore certamente ti darà intelligen-za per ogni cosa”. Il Piano Pastorale si conclude con queste parole che ci dan no la Speranza necessaria ad annunciare con gioia e ci rendono forti nell’impe gno di educatori della fede.

 

                                                                 Laura Ripamonti

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PREGHIAMO IN FAMIGLIA INSIEME AI NOSTRI BAMBINI

Il Vescovo Giuseppe, in questo anno pastorale, invita le famiglie, in particolare quelle con bimbi più piccoli a riscoprire la preghiera in fami glia, come dimensione fondamentale di crescita e di comuni cazione della fede. A tal fi ne è stato predisposto anche un sussidio, che avremo cura di mettere in circolazione, come strumento per le famiglie. Il Vescovo invita anche ad allestire in ogni casa un angolo della preghiera, come richiamo, anche visivo, oltre che simbolico, alla ricerca di qualche momento di raccoglimento con il Signore.

 

L’invito del Vescovo

 

Carissimi Parroci e carissimi genitori, a corredo del Piano pastorale sulla formazione viene proposto que sto semplice progetto per accompagnare e far crescere la preghiera in famiglia. Ovviamente è diffi cile elaborare una proposta adatta a tutti e a tutte le età dei fanciulli. Si è voluto allora in questo testo privilegiare le famiglie che hanno bimbi piccoli, fi no ai sette anni di età, senza escludere ovviamente tutte le altre che attraverso numerosi e validi sussidi, reperibili in tutte le librerie cattoliche, potranno essere coinvolte adattando opportunamente gli spunti che sono qui offerti. Questo progetto vuole anche concretizzare, sperimentare e verifi care, attra verso una iniziativa specifi ca e concreta, il ripensamento della formazione suggerito dal piano pastorale. La preghiera in famiglia permette infatti di educare ad un rapporto perso nale e pieno di fi ducia con Gesù e allʼapertura docile del cuore allʼopera plasmante dello Spirito. Si tratta di una formazione non solo teorica, ma concreta, graduale e personalizzata. Tutto questo nel contesto famigliare in cui i genitori devono riscoprire il ruolo di protagonisti anche per quanto riguarda la formazione religiosa dei propri figli, i quali, a loro volta, solo attraverso gli affetti più profondi possono scoprire che la fede è un dono da accogliere con favore e aper tura di cuore. Sono questi alcuni tra gi spunti offerti dal Piano pastorale che ci accompagnerà per i prossimi tre anni. A tal propostio va ricordato che questa iniziativa di preghiera in famiglia ci permetterà un raccordo tra l’obiettivo specifi co di questo primo anno, ossia il ripensamento della formazione, e quello del prossimo che riguarderà in maniera specifi ca la fascia 0 – 6 anni.. […] Con l’augurio che questo mio invito trovi larga accoglienza nelle famiglie della Diocesi e chiedendo anche un ricordo ad esse nella preghiera, auguro a tutti pace e serenità vera nel Signore.

 

                                                                 + Giuseppe Merisi, Vescovo

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